Perché negli anni '90 sembravano più felici, pur avendo meno di oggi

Avete mai avuto la sensazione che negli anni '90 e agli inizi degli anni 2000 sembravano più felici, pur avendo molto meno di oggi? Ci sono delle spiegazioni.

C'è una sensazione che torna spesso alla mente, quasi come fosse un ritornello collettivo. Guardando al passato, si ha l'impressione di essere stati più felici negli anni Novanta e nei primi Duemila. Ancora oggi, quest'epoca, viene ricordata come più leggera, più semplice e forse anche più autentica. Il tempo sembrava scorrere con un ritmo diverso e le preoccupazioni avevano contorni meno ingombranti. Certamente la tecnologia non dominava ogni momento della giornata e le relazioni, molto spesso, apparivano più dirette e meno filtrate. Quel periodo, dunque, nell'immaginario collettivo, tende ad essere associato a un'idea di benessere diffuso, di ottimismo e possibilità. La musica, la televisione e i piccoli rituali quotidiani, contribuivano a creare un senso di appartenenza condivisa.

Negli anni '90 e inizi anni 2000 sembravano più felici pur avendo meno, perché?

Nel periodo degli anni '90 e anche agli inizi degli anni 2000 c'era molto meno rispetto ad oggi, anche solo a livello di tecnologia, ma perché? Non si era più 'poveri', ma si era molto più centrati. Avevamo, infatti, un solo canale in tv o anche un solo gioco e per questo, ci si dedicava interamente a questi senza 'distrazioni' esterne. Insomma, il fatto di avere meno non era un problema perché era ciò che principalmente catturava la nostra attenzione. La felicità, inoltre, non andava pianificata. Basti pensare, ad esempio, ad uno snack diverso dal solito e trovato per caso in un supermercato o anche solo una passeggiata con amici senza distrazioni esterne e un film noleggiato trovato per caso. Il momento, dunque, accadeva e basta senza alcun tipo di pianificazione e questo faceva la differenza.

felici anni '90
La felicità

L'attesa era fondamentale ed era la metà dello stesso piacere. Non avevamo tutto a portata di mano come oggi, con la tecnologia moderna. Aspettavamo anche settimane intere per un solo episodio di una serie tv o attendevamo anche ore per una semplice canzone da ascoltare alla radio. L'attesa, dunque, dava valore alle emozioni. Oggi, invece, tutto appare più immediato e abbiamo quasi dimenticato il valore dell'attesa. Tutto, dunque, sembra diventato usa e getta, anche la musica, i film, l'arte. A confermalo, uno studio di Gard, Kring e John del 2006, sostiene che l'anticipazione del piacere è una dimensione psicologica distinta e misurabile. Si trae molto più piacere dal pregustare eventi futuri, rispetto a viverli. Inoltre, non c'era un confronto continuo con gli altri, come spesso avviene sui social oggi. Ci si divertiva senza doverlo dimostrare e si godeva del momento senza mostrarlo agli altri.

La felicità che veniva da dentro

La propria felicità non dipendeva dagli altri o da validazioni esterne. Oggi tendiamo a guardare le altre persone sui social e pensiamo di sentirci felici solo se facciamo più di loro. Inoltre, ci si annoiava molto più di più e questo stimola la fantasia. Non era considerata un 'fallimento', ma un modo per far nascere idee, ma anche giochi e improvvisazioni. Oggi, purtroppo, ogni secondo vuoto tende a generare ansia e ci si ritrova troppo spesso sui social a fare scrolling. Uno studio di Gasper e Middlewood del 2014, dimostra come le persone annoiate producano più pensieri associativi rispetto a coloro che erano rilassati, ma anche stressati. La spiegazione proposta è che la noia segnala uno stimolo attuale e porta la mente a esplorare nuove alternative. Oggi abbiamo tante scelte e comfort, eppure il vero appagamento è molto difficile. Potremmo avere bisogno di meno stimoli, meno conforto e urgenza. Non un modo per tornare indietro, nel tempo ma per renderci conto di chi siamo davvero, al di là di tutti i fattori esterni. 

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