Se si prova un dolore più forte quando si è arrabbiati, c'è una spiegazione scientifica. Si sta scoprendo un legame grande tra la nostra mente e il sistema nervoso centrale.
Nel momento in cui si prova la rabbia, l'organismo entra in uno stato di allerta totale. I muscoli si tendono, il battito accelera e il cortisolo invade tutto. Spesso si crede che il dolore fisico sia qualcosa di puramente meccanico. Erroneamente si pensa che dipenda solo da un'infiammazione, da un'ernia o da un trauma ai tessuti molli, ma la realtà è molto più complessa. Recentemente, il ricercatore Gadi Gilam dell'Università Ebraica di Gerusalemme ha condotto uno studio rivelatore. Ha analizzato oltre 700 pazienti in cerca di cure per il dolore cronico. I risultati hanno scosso la comunità scientifica internazionale.
Esiste un legame diretto tra i livelli di ostilità e l'intensità della sofferenza percepita. Chi prova rabbia frequente non sta solo male "emotivamente", ma il suo cervello elabora i segnali dei nocicettori in modo molto più aggressivo. In questo scenario, la rabbia agisce come un amplificatore del dolore. E c'è un elemento ancora più sottile che entra in gioco: il senso di ingiustizia. Molte persone affette da patologie come la fibromialgia o la lombalgia si sentono vittime di un destino ingiusto. Questo pensiero crea una cascata biochimica potente (in senso negativo): la percezione di un torto subito altera la soglia di tolleranza del dolore. Il personaggio di Rabbia nel film Inside Out mostra bene quanto questa emozione possa essere esplosiva. Tuttavia, nella vita reale, la rabbia repressa o il rancore cronico sono molto più silenziosi e distruttivi.

Si prova un dolore più forte quando si è arrabbiati secondo una spiegazione scientifica: come il risentimento blocca anche la guarigione fisica
Perché alcune persone guariscono in fretta e altre restano intrappolate per giorni e giorni con un malessere fisico? La risposta potrebbe risiedere nel modo in cui elaboriamo i traumi emotivi. Il dottor Gilam spiega che la rabbia non è un nemico da sconfiggere. In natura, questa emozione serve a proteggerci e a stabilire confini. Il problema nasce quando la rabbia si mescola costantemente alla frustrazione e all'impotenza. Quando si pensa "perché è successo proprio a me?", si attivano aree cerebrali specifiche. Queste zone sono le stesse che gestiscono la risposta al dolore fisico. Si crea così un vero e proprio loop difficile da spezzare.
I pazienti con alti livelli di ingiustizia percepita mostrano sintomi più diffusi. Il dolore non resta localizzato, ma sembra invadere ogni fibra del corpo, come se la mente dicesse al corpo di restare in uno stato di ipervigilanza costante. Questo fenomeno spiega perché molti farmaci analgesici a volte falliscono. La chimica del farmaco non può nulla contro un pensiero che continua ad alimentare l'infiammazione. La gestione delle emozioni diventa quindi una terapia medica a tutti gli effetti.
"La rabbia ben gestita può promuovere il benessere", afferma Gilam. Ma per farlo, occorre smettere di considerarla un tabù, bisogna imparare ad ascoltare cosa vuole dire quel determinato dolore. Chi riesce a trasformare il risentimento in accettazione attiva nota benefici immediati. La tensione muscolare cala e la plasticità neuronale inizia a lavorare a favore di chi prova quel malessere. Per uscire da questo ciclo, il primo passo è la consapevolezza, quindi serve chiedersi onestamente per chi o per che cosa si è arrabbiati perché la risposta potrebbe essere la chiave per la propria riabilitazione fisica.
