"La matematica non sarà mai il mio mestiere", così recitano le parole di Notte prima degli esami, la famosissima canzone di Antonello Venditti. In effetti, in tanti - anzi tantissimi - si sono sempre sentiti una 'capra' nella materia in questione. Molti i giovani studenti che, mentre i propri compagni risolvevano equazioni con una facilità irritante, passavano ore a studiare aritmetica, geometria o analisi senza capire alcunché. Ma per quale motivo? Ebbene, non è una questione di impegno, ma c'è un motivo psicologico dietro la difficoltà nel comprendere i calcoli e il loro funzionamento.
Oggi la neuropsicologia dice che le persone con difficoltà in matematica - te compreso, se ti senti chiamato in causa nel leggere, avevano ragione. Non si tratta di mancanza di volontà, né di pigrizia. Il problema risiede nel modo in cui il proprio cervello elabora gli stimoli e i processi cognitivi. Un recente studio del Journal of Neuroscience, condotto dai ricercatori dell'Università di Stanford, getta una luce nuova sulle difficoltà di apprendimento.
Il team, guidato da esperti in neuroscienze, ha analizzato il comportamento di bambini tra i 7 e i 9 anni. Hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per guardare dentro la mente dei piccoli durante i test. Gli scienziati hanno confrontato soggetti con discalculia e bambini con difficoltà lievi. I risultati sono piuttosto diversi da quelli che si potrebbero immaginare. Chi fatica con i numeri arabi o i simboli matematici non ha un deficit di intelligenza. Ma allora qual è il problema?

Perché il tuo cervello non è predisposto alla matematica secondo studi psicologici: la fine di un pregiudizio
Le funzioni esecutive sono quei comandi centrali situati nel lobo frontale. Queste aree dirigono la nostra attenzione e controllano gli impulsi. Nel giro frontale medio e nella corteccia cingolata anteriore accade qualcosa di insolito. In un cervello "matematico", queste aree si attivano dopo un errore. Funzionano come un pedale del freno. Fermano chi sta ragionando e permettono di riflettere e di cambiare strategia di problem solving. In chi odia la matematica, questo freno invece non scatta mai.
Senza questo rallentamento, il cervello continua a percorrere la strada sbagliata. Invece di ricalcolare il percorso, accelera verso un totale fallimento. Questo meccanismo genera una frustrazione profonda. L'autostima crolla e nasce il trauma. La psicologia cognitiva ora comprende perché i metodi di studio standard utilizzati da alcuni professori, spesso non funzionano. Per facilitare la comprensione, si può immaginare il cervello come un navigatore satellitare. Se si sbaglia strada, il GPS normale dice: "ricalcolo". Il cervello di chi soffre in matematica, invece, ignora la deviazione. Continua a dare le indicazioni precedenti, anche se sono chiaramente errate. Questo non è un difetto di logica, ma un ritardo nel feedback neurale.
Mentre i bambini "bravi" rallentano davanti ai compiti più difficili, gli altri tirano dritto. Questo accade specialmente con i simboli numerici. La ricerca di Stanford ha dimostrato che le performance migliorano con i puntini visivi. Per decenni si è scambiato un limite dei circuiti neurali per svogliatezza. Molti adulti oggi portano ancora i segni di quella sensazione di inadeguatezza, pensando di avere un cervello "non portato", ma la realtà è diversa. Il legame tra emozione e apprendimento è indissolubile. Quando si sbaglia e non si capisce perché, il corpo rilascia cortisolo. Lo stress spegne definitivamente la corteccia prefrontale. In quel momento, imparare diventa fisicamente impossibile. Se si è stati una "capra" in matematica, ora ci si potrà finalmente perdonare!
