A 60 anni il tuo corpo smette di mentirti: questo neuropsichiatra svela cosa succede davvero alla tua mente e perché non puoi più ingannarti

La fase della vita che inizia intorno ai sessant'anni rappresenta in Francia un momento particolarmente delicato dal punto di vista psicologico ed emotivo. Boris Cyrulnik, celebre neuropsichiatra francese considerato il principale divulgatore del concetto di resilienza, offre una prospettiva illuminante su questa transizione esistenziale che tutti prima o poi affrontiamo.

Il professionista, che oggi ha superato i novant'anni, porta con sé un bagaglio di esperienze straordinarie: durante la Seconda Guerra Mondiale perse i genitori e riuscì miracolosamente a sfuggire alla deportazione nascondendosi durante una retata. Questa biografia personale spiega molto del suo profondo interesse per i meccanismi attraverso cui gli esseri umani riescono a superare i traumi più devastanti.

Come nasce il concetto moderno di resilienza psicologica

Quando parliamo di capacità di adattamento dopo un evento traumatico, non ci riferiamo semplicemente alla possibilità di cancellare il dolore vissuto né tantomeno alla necessità di mostrarsi sempre forti e impermeabili alle difficoltà, come si insegnava ai bambini nelle generazioni passate. Il medico francese ha rivoluzionato questo approccio spiegando che si tratta piuttosto di "avviare un nuovo percorso di sviluppo personale successivamente a un'esperienza dolorosa".

L'elemento fondamentale sta nel comprendere che una persona può portare le cicatrici di ferite profonde e ciononostante riorganizzare completamente la propria esistenza, a condizione di trovare adeguati supporti esterni: legami affettivi significativi, parole di incoraggiamento oppure qualsiasi altro contesto sufficientemente sicuro che permetta di rimettersi in cammino.

Perché i sessant’anni segnano un punto di svolta psicologico

Secondo l'esperto, quando si raggiungono i sessant'anni in Francia, la resilienza assume caratteristiche completamente diverse rispetto alle fasi precedenti della vita. Non esistono formule matematiche applicabili universalmente: l'età cronologica rappresenta soltanto un riferimento approssimativo. Cyrulnik sottolinea che talvolta sono necessari quaranta, cinquant'anni o addirittura sei decenni prima che una persona riesca a raddrizzare completamente quel "giunco piegato" che rappresenta la propria interiorità ferita.

Per questo motivo non risulta affatto strano che, addentrandosi in questa nuova fase esistenziale, già in pensione o prossimi al ritiro dal lavoro, emergano prospettive radicalmente diverse. Il corpo rallenta inevitabilmente i propri ritmi mentre la memoria acquisisce un peso sempre maggiore nel determinare la nostra percezione della realtà.

Il cambiamento nelle priorità e negli obiettivi personali

Osserviamo con occhi differenti quelle cose che un tempo costituivano i nostri obiettivi principali. L'insegnante comprende che forse non desidera più vivere esclusivamente per sentirsi utile agli altri. Il dirigente d'azienda con un'agenda stracolma di impegni può improvvisamente percepire quella frenetica attività come qualcosa di assurdo e privo di senso autentico.

Le sfide da affrontare sono altre rispetto al passato. Anche i drammi cambiano natura, sebbene le basi fondamentali per affrontarli non si siano modificate in modo sostanziale. Ciò che muta radicalmente è il nostro rapporto con la realtà circostante e la capacità di distinguere ciò che davvero conta da ciò che è superfluo.

Cosa accade al corpo e alla mente dopo i sessant’anni

Il neuropsichiatria avverte che "le certezze che ci hanno sostenuto durante tutta l'esistenza cominciano a incrinarsi" quando si entra in questa particolare fase della vita. L'idea di accumulare beni materiali o l'attaccamento ossessivo alle cose tende progressivamente a lasciare spazio ad altre tipologie di necessità e verità più profonde.

Probabilmente il furto dell'automobile che vent'anni prima sarebbe stato vissuto come un dramma terribile verrebbe percepito diversamente se accadesse oggi, semplicemente perché scopriamo che l'importanza non risiedeva in quell'oggetto materiale. Le priorità si ridefiniscono completamente.

"Molte persone hanno già perso persone care, illusioni giovanili, talvolta anche uno status sociale elevato eppure continuano ad andare avanti con una forza interiore sorprendente", spiegava il medico francese nelle sue riflessioni. La differenza sostanziale tra chi riesce a rimanere in piedi e chi invece crolla emotivamente in questa fase risiede, ancora una volta, nell'aver imparato precedentemente a convivere con le proprie ferite interiori senza negarle.

Ecco perché a sessant’anni non possiamo più ingannare noi stessi

"Arrivati ai sessant'anni, non possiamo più ingannarci. Il corpo, la memoria e le emozioni parlano insieme senza esitazione", conclude l'esperto. Questa frase racchiude un concetto fondamentale: chi ha passato l'esistenza occultando le proprie ferite attraverso il lavoro ossessivo, la ricerca del successo esteriore o l'esercizio del potere, si troverà completamente disarmato nel momento della pensione.

Quando gli elementi di distrazione esterni vengono meno, emerge prepotentemente tutto ciò che è stato represso. Il corpo non mente più come poteva fare in gioventù, la memoria riporta inevitabilmente a galla ricordi ed emozioni, e il sistema emotivo si manifesta con una chiarezza cristallina impossibile da ignorare.

I pilastri su cui si costruisce la capacità di resilienza

In realtà, la psicologia della resilienza non è nata con Cyrulnik in Francia. Una delle ricercatrici pioniere fu Emmy Werner, una studiosa delle Hawaii divenuta celebre per una ricerca longitudinale durata decenni. Werner seguì per lunghissimo tempo bambini che crescevano in condizioni estremamente difficili e osservò che una percentuale significativa riusciva a costruirsi un'esistenza migliore di quanto ci si potesse aspettare.

Tuttavia, anche Werner mise in guardia contro un'interpretazione semplicistica dei risultati. La resilienza non costituisce una caratteristica fissa della personalità, bensì un processo dinamico. Un processo che solitamente si appoggia su elementi molto concreti e specifici: un nonno affettuoso, un fratello maggiore protettivo, un insegnante attento alle necessità del bambino oppure la fiducia basilare acquisita nelle primissime fasi della vita.

La capacità di essere resilienti assomiglia maggiormente a una tela che si intreccia progressivamente e sulla quale possiamo appoggiarci quando veniamo spinti dalle difficoltà dell'esistenza. Si tratta di una capacità complessa in cui confluiscono molteplici fattori diversi.

Come la filosofia affronta da secoli lo stesso tema

La filosofia occidentale e orientale hanno percorso per secoli territori concettuali simili. Viktor Frankl, psichiatra e pensatore esistenzialista austriaco, scrisse che "è la vita stessa a porre domande all'essere umano", rovesciando completamente la prospettiva abituale.

Sia in Frankl che in Cyrulnik troviamo l'esperienza più chiara e drammatica di resilienza portata all'estremo. Ancora maggiore nel caso di Frankl, che sopravvisse ai campi di sterminio riuscendo a mantenere un senso di scopo esistenziale anche nell'orrore più assoluto.

La sua proposta filosofica non consisteva minimamente nell'abbellire o romantizzare la sofferenza, bensì nel rispondere ad essa con un atteggiamento responsabile e consapevole quando ormai non può più essere evitata. Questo approccio risulta particolarmente rilevante per chi si trova ad affrontare le sfide della terza età.

Parlando di resilienza in Francia, qualcuno potrebbe aspettarsi un riferimento agli stoici antichi, tanto rivalutati e attualizzati oggi. Effettivamente esistono connessioni, ma l'impostazione stoica classica presenta differenze significative. Marco Aurelio scrisse che la mente umana può trasformare l'ostacolo in opportunità e che non bisogna sprecare energie su ciò che non controlliamo direttamente. Non si tratta esattamente della resilienza contemporanea teorizzata dalla psicologia moderna.

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