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Un caso giudiziario senza precedenti in Nuova Zelanda ha portato alla condanna di una madre e suo figlio per traffico illegale di giada neozelandese, meglio conosciuta come pounamu. I due sono stati fermati all'aeroporto internazionale di Auckland nel luglio 2024 con quasi 18 chilogrammi della preziosa pietra nascosti nei loro bagagli, destinati alla Cina. Si tratta della prima condanna riuscita di questo tipo da parte delle autorità doganali neozelandesi, un evento che segna un punto di svolta nella protezione di questo materiale sacro per le popolazioni indigene Māori.
Chi sono i protagonisti di questo tentativo di esportazione illegale
Gli imputati sono Xin Li e suo figlio Boyuan Zhang, entrambi condannati dal tribunale distrettuale di Manukau per aver violato le normative che regolano l'esportazione di pounamu dalla Nuova Zelanda. Al momento del fermo presso lo scalo aeroportuale di Auckland, i funzionari doganali hanno scoperto nei loro bagagli ben 17,9 chilogrammi di questa pietra verde, un quantitativo che supera di oltre tre volte il limite massimo consentito dalla legge neozelandese per un singolo esportatore.
I due non viaggiavano da soli in quel momento, ma facevano parte di un gruppo più ampio di persone. Questa circostanza è diventata centrale nel dibattimento processuale, poiché Zhang ha sostenuto in tribunale di ritenere che il peso totale della giada trasportata potesse essere suddiviso tra tutti i membri del gruppo, anche se non tutti trasportavano fisicamente le pietre. Una giustificazione che il giudice Richard McIlraith ha respinto categoricamente.
Cosa dice la legge neozelandese sul pounamu
In Nuova Zelanda vige dal 2021 una normativa specifica chiamata Customs Export Prohibition (Pounamu) Order, che stabilisce regole ferree per l'esportazione di questo materiale dal territorio nazionale. Secondo tale ordinanza, è illegale per un singolo esportatore portare fuori dal Paese più di 5 chilogrammi di pounamu grezzo senza aver ottenuto prima un'autorizzazione formale.
Questa autorizzazione deve provenire dal Ministro delle Dogane neozelandese, che agisce solo dopo aver ricevuto il parere consultivo della tribù Ngāi Tahu. Quest'ultima, infatti, detiene la proprietà legale di tutto il pounamu che si trova naturalmente all'interno dei propri confini tribali, in base a una legge speciale approvata nel 1997, il Ngāi Tahu (Pounamu Vesting) Act. Per la pietra proveniente specificatamente dal fiume Arahura, una delle fonti più importanti, è necessario il consenso della Mawhera Incorporation, un'organizzazione che rappresenta i proprietari terrieri Māori originari di quella zona.
Perché il pounamu è così importante per i Māori
Il pounamu non è semplicemente una pietra preziosa dal punto di vista economico: rappresenta un taonga, ovvero un tesoro di inestimabile valore culturale e spirituale per le popolazioni Māori della Nuova Zelanda. Tradizionalmente utilizzato per creare ornamenti, armi cerimoniali e strumenti, questo tipo di giada verde è profondamente radicato nell'identità e nelle tradizioni delle tribù dell'Isola del Sud.
La legislazione che riconosce la proprietà del pounamu alla tribù Ngāi Tahu è il risultato di decenni di rivendicazioni territoriali e culturali. Questo riconoscimento legale non solo protegge la risorsa naturale, ma afferma i diritti delle comunità indigene sul proprio patrimonio ancestrale. Per questo motivo, ogni tentativo di esportazione illegale viene considerato non solo un reato doganale, ma anche una violazione dei diritti culturali Māori.
Come si è svolto il processo
Durante il dibattimento presso il tribunale distrettuale di Manukau, l'accusa guidata dall'avvocata Anna Devasathan ha concentrato la propria strategia sul concetto di "singolo esportatore", termine chiave della normativa del 2021. La difesa aveva infatti tentato di sostenere che il peso totale della giada potesse essere distribuito tra più persone del gruppo di viaggio, ma la procura ha respinto fermamente questa interpretazione.
"Anche se il tribunale dovesse considerare ciascuno degli imputati come singoli esportatori a sé stanti", ha argomentato Devasathan nelle dichiarazioni finali, "questo non porta automaticamente a dividere il peso totale del pounamu per tre o per quattro". L'accusa ha inoltre presentato prove documentali, inclusi messaggi di testo e dichiarazioni contraddittorie rese dai due imputati in momenti diversi, che dimostravano come stessero "attivamente e deliberatamente compiendo passi per eludere le regole".

Il giudice McIlraith, nella sua sentenza, ha riconosciuto che gli imputati potrebbero non aver compreso completamente la portata della legge neozelandese, ma ha sottolineato con fermezza un principio fondamentale del diritto: "L'ignoranza della legge non costituisce difesa rispetto a questa accusa". Una massima giuridica che vale in Nuova Zelanda come nella maggior parte dei sistemi legali occidentali.
Come questa famiglia aveva già precedenti sospetti
Un elemento particolarmente interessante emerso durante le indagini riguarda il fatto che questa non era la prima volta che membri di questa famiglia venivano fermati con pounamu. Soltanto due mesi prima dell'arresto di Xin Li e Boyuan Zhang, il marito di Li e padre di Zhang, un uomo di nome Jiangbo Zhang, era stato intercettato dalle autorità doganali con pounamu in suo possesso.
In quell'occasione, i funzionari della dogana neozelandese avevano scoperto e sequestrato due enormi blocchi di pietra che pesavano complessivamente 61 chilogrammi. Tuttavia, il gate di imbarco si era chiuso prima che gli agenti potessero interrogare adeguatamente Jiangbo Zhang, permettendogli di fatto di lasciare il Paese. Questo precedente ha rafforzato l'ipotesi dell'accusa secondo cui la famiglia stesse operando un sistema organizzato di esportazione illegale di questa risorsa protetta.
Cosa rappresenta questa sentenza per la Nuova Zelanda
La condanna di Xin Li e Boyuan Zhang costituisce un precedente storico per il sistema giudiziario neozelandese e per la protezione del patrimonio culturale Māori. È la prima volta che le autorità doganali del Paese riescono a portare a termine con successo un procedimento penale basato sulla normativa del 2021 che regola l'esportazione di pounamu.
Questo caso invia un messaggio chiaro a chiunque tenti di aggirare le regole: le autorità neozelandesi stanno prendendo estremamente sul serio la protezione di questa risorsa culturalmente significativa. Negli ultimi anni, in Nuova Zelanda si è assistito a un crescente numero di episodi legati al traffico illegale di pounamu, con diversi arresti e sequestri. Nel dicembre 2025, per esempio, un uomo di 29 anni era stato arrestato dopo che un'operazione di polizia aveva portato al ritrovamento di oltre 820 chilogrammi di giada presumibilmente rubata.
La sentenza rappresenta anche un riconoscimento dell'importanza dei diritti delle popolazioni indigene sul proprio patrimonio. In un'epoca in cui molti Paesi stanno riconsiderando il rapporto con le comunità native e i loro diritti ancestrali, la Nuova Zelanda si pone come esempio di come legislazione moderna e tradizione culturale possano integrarsi per proteggere risorse uniche.
Quali sono le implicazioni internazionali
Il tentativo di esportare il pounamu verso la Cina solleva interrogativi sul mercato internazionale di questa giada neozelandese. In Asia, e particolarmente in Cina, la giada di qualità elevata ha un valore commerciale enorme e una domanda costante. Il pounamu neozelandese, con le sue caratteristiche uniche e la sua particolare colorazione verde, è particolarmente apprezzato dai collezionisti e dagli acquirenti del mercato asiatico.
Questa pressione commerciale crea una tentazione economica per chi vuole aggirare le restrizioni legali, nonostante le sanzioni previste. Il caso dimostra come le normative nazionali di protezione del patrimonio culturale debbano confrontarsi con reti di traffico internazionale sempre più sofisticate. La cooperazione tra le autorità doganali di diversi Paesi diventa quindi essenziale per contrastare questi fenomeni.
