Quattro astronauti partono per la Luna dopo 50 anni: cosa hanno scoperto nelle prime ore di viaggio che nessuno si aspettava

Negli Stati Uniti, precisamente in Florida presso il Kennedy Space Center, è appena decollata la missione Artemis II, segnando un momento epocale per l'esplorazione spaziale. Quattro astronauti hanno intrapreso un viaggio straordinario che li porterà a circumnavigare la Luna, rappresentando il primo equipaggio umano a tornare in prossimità del satellite naturale terrestre dopo oltre cinquant'anni. Il lancio, avvenuto mercoledì 1° aprile, ha dato il via a una spedizione della durata prevista di dieci giorni che potrebbe stabilire nuovi record di distanza dalla Terra mai raggiunti prima dall'umanità.

Ecco perché questo lancio segna il ritorno dell’uomo verso la Luna dopo mezzo secolo

La capsula Orion, spinta dal potentissimo razzo Space Launch System (SLS), ha lasciato la rampa di lancio in territorio statunitense davanti agli occhi di migliaia di spettatori accorsi per assistere a questo evento storico. Il rombo assordante dei motori ha segnato l'inizio di un'avventura che riporta l'essere umano oltre l'orbita terrestre, in quella che viene definita come esplorazione dello spazio profondo. L'ultima volta che astronauti si erano avvicinati alla Luna risale al programma Apollo del 1972, rendendo questa impresa particolarmente significativa per l'intera comunità scientifica internazionale.

L'equipaggio è composto da quattro membri selezionati con estrema cura: Reid Wiseman, Victor Glover e Christina Koch della NASA, affiancati da Jeremy Hansen dell'Agenzia Spaziale Canadese. Quest'ultimo rappresenta un primato assoluto, essendo il primo cittadino canadese a partecipare a una missione lunare, rendendo il Canada la seconda nazione al mondo ad avere un proprio astronauta in viaggio verso il nostro satellite. Il primo ministro canadese Mark Carney ha celebrato questo traguardo come testimonianza dell'eccellenza scientifica e tecnologica della nazione nordamericana.

Il viaggio attraverso lo spazio: una traiettoria record

La rotta prevista per Artemis II stabilirà nuovi parametri di distanza. Durante il tragitto, la capsula raggiungerà una distanza massima dalla Terra di circa 406.000 chilometri, superando di oltre 6.600 chilometri il record detenuto dalla sfortunata missione Apollo 13. L'avvicinamento più prossimo alla Luna avverrà a circa 6.600 chilometri dalla sua superficie, permettendo all'equipaggio di ammirare il satellite da una prospettiva privilegiata prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso casa.

Una volta raggiunto lo spazio, gli astronauti hanno iniziato le operazioni di assestamento all'interno della capsula Orion, uno spazio paragonabile per dimensioni a un camper. Le prime ore di missione sono state dedicate all'attivazione dei sistemi di supporto vitale, compreso il distributore di acqua potabile essenziale per l'idratazione e la preparazione dei pasti, oltre al corretto funzionamento dei servizi igienici e del sistema di rimozione dell'anidride carbonica dall'atmosfera interna.

Test cruciali in orbita e manovre manuali

Uno degli aspetti più delicati della missione riguarda la dimostrazione delle operazioni di prossimità, un test fondamentale che si è svolto nelle prime ore dopo il decollo dagli Stati Uniti. Victor Glover, pilota della missione, ha assunto il controllo manuale della capsula Orion per oltre settanta minuti, guidandola in avvicinamento al segmento superiore del razzo SLS, chiamato ICPS (stadio propulsivo criogenico intermedio), che si era separato dalla capsula dopo averla spinta in orbita.

Durante questa prova di pilotaggio, particolarmente complessa, Glover non ha potuto contare su telemetri di precisione per misurare le distanze. L'astronauta si è invece affidato esclusivamente alla valutazione visiva, osservando attraverso gli oblò e le telecamere esterne per calcolare la distanza dall'ICPS utilizzando il metodo degli angoli sottesi. La capsula si è avvicinata fino a una distanza minima di circa dieci metri, dimostrando le capacità di manovra manuale che saranno essenziali nelle future missioni che prevedono l'attracco con altri veicoli spaziali o con la futura stazione Gateway in orbita lunare.

Tecnologia all’avanguardia e piccoli intoppi tecnici

Come previsto per una missione di prova, le prime ore di volo hanno registrato alcuni inconvenienti tecnici minori che il controllo missione negli Stati Uniti sta affrontando con tempestività. Tra questi, un problema temporaneo alle comunicazioni verificatosi circa cinquantuno minuti dopo il lancio, quando durante un passaggio programmato tra satelliti si è verificata una parziale interruzione del collegamento. Gli astronauti riuscivano a ricevere i messaggi dal controllo missione, ma per un breve periodo le loro risposte non venivano ascoltate a terra.

Un altro aspetto che ha richiesto attenzione riguarda il sistema igienico di bordo, che ha manifestato un malfunzionamento nei controlli elettronici. L'astronauta Christina Koch ha collaborato con i tecnici a terra per eseguire una serie di verifiche diagnostiche che hanno fortunatamente risolto il problema nel giro di alcune ore. Questi inconvenienti, per quanto fastidiosi, rientrano nelle aspettative di una missione che testa per la prima volta sistemi mai utilizzati nello spazio con equipaggio umano a bordo.

Potenza senza precedenti del sistema di lancio

Il razzo Space Launch System rappresenta il vettore più potente mai utilizzato per portare esseri umani nello spazio. Con una spinta al decollo di circa 8,8 milioni di libbre-forza, equivalenti a quasi quattro milioni di chilogrammi di spinta, supera persino il leggendario Saturn V che aveva permesso gli allunaggi del programma Apollo. Alto circa 65 metri, l'SLS è specificamente progettato per le missioni di esplorazione profonda e costituisce il pilastro del programma Artemis che mira a riportare stabilmente l'umanità sulla Luna e successivamente verso Marte.

Dopo il distacco dei boosters laterali e dello stadio principale, la capsula Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari, ciascuno lungo circa sette metri e dotato di cinquemila celle fotovoltaiche. Questi pannelli sono collegati al Modulo di Servizio Europeo, costruito dall'Agenzia Spaziale Europea, che fornisce ossigeno, elettricità, propulsione e controllo termico alla capsula, rappresentando il cuore pulsante della missione per tutta la sua durata.

Satelliti in miniatura per studiare l’ambiente spaziale

Circa cinque ore dopo il lancio dagli Stati Uniti, una flotta di piccoli satelliti cubici (CubeSat) si è separata dalla missione Artemis II per iniziare le proprie operazioni scientifiche indipendenti. Questi dispositivi delle dimensioni di una scatola da scarpe, forniti da agenzie spaziali di Germania, Corea del Sud, Arabia Saudita e Argentina, hanno obiettivi scientifici specifici legati allo studio dell'ambiente spaziale ostile.

Il satellite tedesco TACHELES esaminerà gli effetti dello spazio sui componenti elettronici che potrebbero essere utilizzati nei futuri veicoli lunari. Il K-Rad Cube sudcoreano trasporta tessuto simile a quello umano per misurare gli effetti delle radiazioni cosmiche attraversando le fasce di Van Allen, due pericolose cinture di radiazioni intorno alla Terra. Il CubeSat saudita studierà il meteo spaziale e le particelle energetiche solari, mentre quello argentino ATENEA testerà metodi di schermatura dalle radiazioni e collegamenti di comunicazione a lungo raggio.

Le prossime fasi critiche della missione

Le ventiquattro ore successive al lancio rappresentano un periodo cruciale per determinare il proseguimento della missione. I controllori di volo negli Stati Uniti stanno conducendo verifiche approfondite di tutti i sistemi della capsula, dai dispositivi di supporto vitale ai sistemi propulsivi. Norm Knight, direttore del Flight Operations Directorate della NASA, ha spiegato che il lancio sottopone il veicolo a sollecitazioni enormes che potrebbero aver compromesso alcuni componenti, rendendo necessaria una verifica completa prima di procedere.

Solo se tutte le verifiche daranno esito positivo, l'equipaggio riceverà l'autorizzazione per la manovra di iniezione translunare, programmata per circa otto ore dopo il lancio. Questa accensione del motore principale spingerà definitivamente Orion fuori dall'orbita terrestre verso la traiettoria lunare. Nel caso emergessero problemi significativi, i controllori potrebbero ordinare un rientro anticipato, ponendo fine prematuramente a questa missione di prova. L'amministratore della NASA Jared Isaacman ha dichiarato che il successo sarà misurato solo con un ammaraggio dopo dieci giorni completi di missione, escludendo "vie d'uscita anticipate".

Alla ricerca di un nuovo “Earthrise”

Tra gli obiettivi non scientifici ma simbolicamente significativi della missione c'è la volontà dell'equipaggio di catturare un momento simile alla celebre fotografia "Earthrise" scattata durante Apollo 8, che mostrava la Terra sorgere sopra l'orizzonte lunare. Quell'immagine, catturata dall'astronauta Bill Anders, è diventata una delle fotografie più iconiche della storia dell'esplorazione spaziale e ha contribuito a sensibilizzare l'umanità sulla fragilità del nostro pianeta.

Lori Glaze, amministratore associato ad interim della NASA, ha confermato che l'equipaggio di Artemis II spera di trovare la propria opportunità di catturare un momento simile durante il sorvolo ravvicinato della Luna previsto per il sesto giorno di missione. Sebbene non sia ancora stato confermato se tali immagini verranno trasmesse in diretta, la NASA ha assicurato che qualsiasi fotografia di questo momento iconico sarà condivisa con il pubblico nel più breve tempo possibile.

Un programma spaziale che guarda al futuro

Artemis II rappresenta soltanto il secondo capitolo di un programma ambizioso che prevede il ritorno permanente degli esseri umani sulla superficie lunare. La prima missione, Artemis I, lanciata nel 2022 dagli Stati Uniti, era stata un volo di prova senza equipaggio che aveva validato le capacità fondamentali del sistema. La missione attuale aggiunge il fattore umano all'equazione, testando tutti i sistemi di supporto vitale e le procedure operative con astronauti a bordo.

Il prossimo passo, Artemis III, previsto per gli anni successivi, avrà l'obiettivo di far atterrare nuovamente esseri umani sulla superficie lunare, inclusa la prima donna e la prima persona di colore. Questo programma mira non solo a ripetere le imprese del passato, ma a stabilire una presenza sostenibile sulla Luna, con una base permanente al polo sud lunare e una stazione spaziale chiamata Gateway in orbita attorno al satellite, che fungerà da punto di sosta per le missioni verso la superficie e, eventualmente, verso Marte.

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