L'uomo che è rimasto sveglio 11 giorni di fila: cosa è successo al suo cervello, ora dopo ora

Nel dicembre del 1963, un liceale di 17 anni di San Diego decise di battere il record mondiale di veglia prolungata per un progetto scolastico della fiera della scienza. Si chiamava Randy Gardner e rimase sveglio per 11 giorni e 25 minuti consecutivi: 264 ore senza dormire. Quello che successe al suo cervello è ancora oggi studiato nelle facoltà di neuroscienze di tutto il mondo.

Cosa successe giorno per giorno

I primi due giorni furono relativamente normali. Randy era stanco ma lucido, giocava a basket con gli amici per tenersi sveglio. Dal terzo giorno le cose iniziarono a cambiare. Divenne irritabile, faticava a concentrarsi e la sua memoria a breve termine cominciò a vacillare.

Al quarto giorno iniziò a vedere cose che non c'erano. Scambiò un segnale stradale per una persona. Disse di sentire un odore acre che nessun altro percepiva. Il dottor William Dement, ricercatore della Stanford University e uno dei padri della medicina del sonno, venne a monitorarlo dopo aver letto dell'esperimento sul giornale locale.

Dal sesto giorno in poi, Randy mostrava sintomi che Dement descrisse come "spaventosi". Non riusciva a completare una frase. La sua voce era diventata monotona, quasi meccanica. Aveva difficoltà a riconoscere oggetti comuni: guardava un bicchiere e ci metteva diversi secondi a capire cosa fosse.

All'ottavo giorno, il linguaggio era frammentato. Mescolava parole senza senso con frasi coerenti. Aveva episodi di paranoia: era convinto che un amico stesse complottando contro di lui. I test cognitivi mostravano che le sue capacità mentali erano crollate al livello di una persona gravemente intossicata dall'alcol.

Il cervello che si spegne a pezzi

La scoperta più importante di Dement fu che il cervello di Randy non aveva semplicemente smesso di funzionare. Aveva iniziato a spegnersi a sezioni. Alcune aree entravano in uno stato simile al sonno mentre il resto del cervello restava sveglio. È un fenomeno che oggi i neuroscienziati chiamano "sonno locale".

In pratica, parti del cervello di Randy dormivano mentre lui camminava e parlava. Questo spiegava le allucinazioni, i vuoti di memoria e il comportamento erratico: non era il cervello intero a cedere, ma singole regioni che si "staccavano" a turno per riposarsi.

Un dettaglio affascinante: durante le ultime 48 ore, la corteccia prefrontale di Randy era praticamente offline. È l'area responsabile del giudizio, della pianificazione e del controllo degli impulsi. In altre parole, aveva il corpo di un diciassettenne e il cervello di qualcuno in stato confusionale.

Il recupero che sorprese tutti

Dopo le 264 ore, Randy andò a dormire. Si svegliò 14 ore e 40 minuti dopo, apparentemente normale. I test cognitivi eseguiti nei giorni successivi mostrarono un recupero quasi completo entro una settimana.

Ma "quasi" è la parola chiave. In un'intervista rilasciata nel 2017, a oltre 50 anni dall'esperimento, Randy ha raccontato che ha sofferto di insonnia grave per decenni dopo quell'esperienza. "Non riuscivo a dormire normalmente. Il mio cervello sembrava aver dimenticato come si fa," ha detto. Non è possibile stabilire con certezza un nesso causale, ma diversi neurologi ritengono che la veglia prolungata possa aver danneggiato permanentemente i suoi meccanismi di regolazione del sonno.

Perché nessuno ha battuto il record

Il Guinness dei Primati ha rimosso la categoria dal suo libro nel 1997, dichiarandola troppo pericolosa. Esperimenti successivi su animali hanno mostrato che la privazione totale di sonno, prolungata oltre un certo limite, è letale. Ratti tenuti svegli con stimoli elettrici morivano dopo circa 11-32 giorni, apparentemente per collasso del sistema immunitario e termoregolazione compromessa.

Un caso umano documentato riguarda Michael Corke, un insegnante di musica di Chicago affetto da insonnia fatale familiare, una malattia genetica rarissima che impedisce di dormire. Morì nel 1993 dopo circa sei mesi di insonnia progressiva. Il suo caso dimostrò definitivamente che il sonno non è un lusso: è una funzione vitale quanto respirare.

Randy Gardner lo ha scoperto a 17 anni, per un progetto scolastico. Ha preso un bel voto. Ma il prezzo che ha pagato è durato tutta la vita.

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