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Nel 2018, Netflix aggiunse al suo catalogo un documentario che avrebbe dovuto essere un contenuto come tanti. Tre giorni dopo, lo rimosse. Non per problemi tecnici, non per scadenza dei diritti. Lo tolse perché troppa gente aveva smesso di guardarlo a metà, non per noia, ma per disagio.
Il documentario si chiamava "The Bridge" e mostrava il Golden Gate Bridge di San Francisco da una prospettiva che nessuno voleva vedere.
Il documentario che nessuno riusciva a finire
Eric Steel, il regista, aveva piazzato delle telecamere sul Golden Gate per un anno intero, dal 2004 al 2005. Il suo obiettivo dichiarato era "catturare la bellezza del ponte". Ma il vero scopo era documentare un fenomeno che San Francisco cercava di nascondere: il Golden Gate è il luogo con il più alto tasso di suicidi al mondo tra le strutture pubbliche.
Durante quell'anno, le telecamere di Steel ripresero 23 persone che si tolsero la vita gettandosi dal ponte. Il documentario, uscito nel 2006, intervistava le famiglie, gli amici e, in un caso, una persona che era sopravvissuta alla caduta.
Perché Netflix lo tolse
La versione ufficiale di Netflix non è mai arrivata. Ma secondo diverse fonti interne riportate da The Verge, il documentario fu rimosso dopo che i dati di visione mostrarono un pattern anomalo: il tasso di abbandono era del 67% entro i primi 30 minuti, ma chi arrivava alla fine lo cercava immediatamente di nuovo. Questo schema preoccupò il team di contenuti.
Associazioni per la salute mentale avevano già criticato la scelta di inserirlo nel catalogo senza avvertenze adeguate. L'American Foundation for Suicide Prevention aveva chiesto a Netflix di rimuoverlo o almeno di aggiungere risorse di aiuto nella pagina del titolo.
Il ponte e il suo segreto
Il Golden Gate ha una storia che pochi conoscono. Dall'apertura nel 1937 al 2023, oltre 1.800 persone si sono tolte la vita gettandosi dal ponte. La caduta dura circa 4 secondi, con un impatto sull'acqua a circa 120 km/h. Il tasso di sopravvivenza è inferiore al 2%.
Per decenni, le autorità di San Francisco si rifiutarono di installare reti di protezione. L'argomento principale era estetico: "Rovinerebbero la vista". Solo nel 2014, dopo una campagna durata oltre 20 anni, fu approvata l'installazione di una rete in acciaio inossidabile. I lavori, iniziati nel 2018, sono stati completati nel 2024.
Un dato che fa riflettere: Kevin Hines, uno dei pochissimi sopravvissuti alla caduta, ha raccontato che nell'istante in cui le sue mani lasciarono la ringhiera, il suo unico pensiero fu "Ho appena fatto il più grande errore della mia vita". Oggi Hines è un attivista per la prevenzione e tiene conferenze in tutto il mondo.
L’effetto Netflix
Il caso di "The Bridge" non è isolato. Nel 2017, la serie "13 Reasons Why" fu accusata di aver provocato un aumento del 28,9% nei suicidi tra adolescenti americani nel mese successivo alla sua uscita, secondo uno studio pubblicato sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry.
Netflix imparò la lezione. Da allora, ogni contenuto che tratta temi legati alla salute mentale è accompagnato da avvertenze specifiche e link a risorse di aiuto. Prima di "The Bridge" e "13 Reasons Why", queste misure non esistevano.
Perché se ne parla ancora
"The Bridge" è diventato uno dei documentari più discussi e meno visti della storia recente. Non è disponibile su nessuna piattaforma di streaming mainstream. Copie circolano online, ma la maggior parte dei siti che lo ospitavano lo ha rimosso volontariamente.
La domanda che il documentario poneva resta senza risposta: è giusto mostrare la realtà quando la realtà è insostenibile? Eric Steel dice di sì. Le famiglie delle vittime, nella maggior parte dei casi, dicono di no. Il pubblico, a giudicare da quel 67% di abbandono, ha risposto con i fatti.
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