I Romani avevano una mitragliatrice 2.000 anni prima che venisse inventata: le prove sono sulle mura di Pompei

Sulle mura nord di Pompei ci sono dei segni che per decenni sono stati ignorati. Piccoli fori quadrangolari, disposti in gruppi ravvicinati con una traiettoria curva, a ventaglio. Sembravano semplice usura del tempo. Non lo erano.

Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Heritage ha dimostrato che quei segni sono i fori di impatto di un'arma a ripetizione automatica usata dall'esercito romano quasi duemila anni prima dell'invenzione della mitragliatrice. Si chiamava polybolos, e funzionava con un principio che oggi troveremmo in qualsiasi arma moderna: un caricatore e un meccanismo a catena.

Come funzionava il polybolos

Il polybolos era una catapulta a ripetizione descritta per la prima volta da Filone di Bisanzio nel III secolo a.C. A differenza delle baliste convenzionali, che richiedevano il caricamento manuale tra un colpo e l'altro, il polybolos utilizzava un sistema di ingranaggi, catene e un magazzino che permetteva di caricare e sparare dardi in successione rapida, senza interruzioni.

In pratica, un soldato azionava una manovella a catena e il meccanismo faceva il resto: caricava il dardo dal magazzino, tendeva la corda e lo lanciava. Poi ripeteva il ciclo automaticamente. Era, a tutti gli effetti, un'arma automatica dell'antichità.

La velocità di fuoco era sufficiente per colpire arcieri nemici in sequenza mentre emergevano dalle postierle laterali delle mura. Uno scorpione automatico, come lo ha definito il team di ricerca.

Le prove nascoste sulle mura di Pompei

Il team guidato da Adriana Rossi dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli, insieme a Silvia Bertacchi e Veronica Casadei dell'Università di Bologna, ha analizzato le mura nord di Pompei usando scansioni laser ad alta risoluzione, fotogrammetria e modellazione 3D con precisione millimetrica.

Quello che hanno trovato ha cambiato la lettura di quei segni. I fori non erano circolari come quelli lasciati dai proiettili in pietra delle baliste convenzionali. Erano quadrangolari, ravvicinati e disposti in formazioni a ventaglio con traiettorie curve. Un pattern che non è compatibile con colpi singoli sparati manualmente.

Come scrive il team nello studio: "La configurazione inequivocabilmente radiale degli impatti ravvicinati osservati a Pompei rende ragionevole ipotizzare l'uso di uno scorpione automatico".

L'analisi a elementi finiti ha permesso di simulare l'energia d'impatto e di confermare che le dimensioni dei fori corrispondono a dardi con punta metallica, gli stessi proiettili trovati in altri siti romani associati alle catapulte scorpione.

L’assedio che nessuno racconta

Quando si pensa a Pompei, si pensa all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ma la città aveva già vissuto un evento devastante quasi due secoli prima.

Nell'89 a.C., durante la Guerra Sociale, il generale romano Lucio Cornelio Silla assediò Pompei, che si era schierata con gli alleati italici contro Roma. Le forze di Silla concentrarono l'attacco sulle mura settentrionali, vicino alla Porta del Vesuvio e alla Porta di Ercolano, dove i difensori avevano fortificato le posizioni.

Ed è esattamente lì che si trovano i segni del polybolos.

Il paradosso è che proprio l'eruzione del 79 d.C. ha preservato le prove dell'assedio. La cenere vulcanica ha sigillato le mura esattamente come erano, proteggendo i fori di impatto per oltre 2.000 anni. Senza il Vesuvio, non avremmo mai saputo dell'esistenza di quest'arma.

Perché quest’arma è stata dimenticata

Il polybolos era un'arma straordinaria ma aveva un limite pratico: la precisione diminuiva con la distanza, e il meccanismo richiedeva manutenzione costante. I Romani preferivano strumenti più affidabili e versatili come la ballista e lo scorpio manuale, che dominavano i campi di battaglia.

Ma c'è un dettaglio che rende questa scoperta ancora più significativa. Il principio del caricatore a catena descritto da Filone di Bisanzio nel III secolo a.C. è lo stesso principio meccanico che, oltre duemila anni dopo, sarà alla base delle prime mitragliatrici Gatling del 1862.

I Romani non avevano la polvere da sparo. Ma avevano già capito come automatizzare il fuoco.

Fonti: Rossi, A., Bertacchi, S. & Casadei, V. (2026). From Pompeii to Rhodes, from survey to sources: The use of polybolos. Heritage, 9(3), 96. DOI: 10.3390/heritage9030096; Filone di Bisanzio, Belopoeica (III sec. a.C.); Università della Campania Luigi Vanvitelli; Università di Bologna.

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