Pero di Bradford, l'albero più odiato del mondo: ecco perché puzza di pesce marcio

La primavera porta con sé giornate più lunghe, cieli azzurri e un'aria frizzante. Ma in molte città del Nord America, la stagione del risveglio si accompagna anche a un odore decisamente imbarazzante: un misto tra pesce marcio, sudore. Il colpevole ha un nome preciso: il pero di Bradford, un albero ornamentale diventato simbolo di un disastro botanico su scala continentale.

Il pero di Bradford: un incubo ornamentale

Il Pyrus calleryana, meglio conosciuto come pero di Bradford, venne introdotto negli Stati Uniti a metà del Novecento come albero da arredo urbano. Bello, resistente, adattabile: sembrava perfetto. Oggi, invece, è considerato una specie invasiva in gran parte del Nord America, difficilissimo da eradicare, con rami che si spezzano alle prime intemperie e frutti immangiabili perché ricchi di cianuro.

A peggiorare il quadro c'è l'odore caratteristico, che ogni primavera invade marciapiedi, parchi e quartieri residenziali. Chi passa accanto a un esemplare in fioritura resta spiazzato: la puzza è inconfondibile e molti la descrivono, senza troppi giri di parole, come simile a quella del pesce in decomposizione.

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Perché puzza così? La chimica delle ammine

Come quasi tutti i profumi vegetali, anche quello del pero di Bradford serve ad attirare gli impollinatori. Il problema è che questa pianta non punta alle api, ma alle mosche. Per sedurle, produce composti che imitano l'odore della morte e della decomposizione: le ammine.

Le ammine sono una vasta famiglia di composti organici derivati dall'ammoniaca, la più semplice combinazione tra azoto e idrogeno. Quando almeno un atomo di idrogeno viene sostituito da un atomo di carbonio, nasce un'ammina. La più elementare è la metilammina, celebre tra i fan di Breaking Bad.

Le ammine sono ovunque negli organismi viventi, dove formano le catene degli amminoacidi. Quando un essere vivente muore, questi amminoacidi si decompongono in molecole più piccole dai nomi eloquenti:

  • putrescina, associata ai tessuti in putrefazione
  • cadaverina, tipica dei cadaveri in decomposizione

Sono proprio queste molecole a evocare, nelle mosche e in certi coleotteri, il richiamo irresistibile della carogna. E sono sempre queste, in combinazioni leggermente diverse, a caratterizzare anche l'odore del liquido seminale: le ammine hanno proprietà alcaline che servono a contrastare l'acidità dell'ambiente vaginale e permettere agli spermatozoi di sopravvivere. Risultato: il mix chimico emesso dal pero di Bradford ricorda inquietantemente quello del seme umano.

Come si è diffuso in tutta l’America

La storia del pero di Bradford inizia agli inizi del XX secolo, quando una malattia fungina chiamata colpo di fuoco batterico devastò le coltivazioni di pero negli Stati Uniti. Il Dipartimento dell'Agricoltura si mise a cercare una specie resistente e la trovò nel pero di Callery, originario dell'Asia: bello, robusto e capace di crescere ovunque.

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C'erano però due problemi: spine affilate sui rami e scarsa resistenza a diversi insetti nordamericani. I botanici iniziarono quindi a selezionare varietà migliorate, arrivando negli anni Cinquanta al pero di Bradford: senza spine, resistente ai parassiti, esteticamente perfetto. Il New York Times, nel 1964, scrisse che "pochi alberi possiedono ogni attributo desiderato, ma il pero ornamentale Bradford si avvicina in modo insolito all'ideale".

Una delle caratteristiche vantate era la presunta sterilità. E in effetti, due Bradford non possono impollinarsi tra loro. Peccato che possano incrociarsi allegramente con altre specie di pero, generando ibridi spontanei che hanno colonizzato interi paesaggi.

Il parallelo con il rospo delle canne

Non è chiaro se il pero di Bradford originale puzzasse già così tanto o se l'odore si sia intensificato nei cultivar ibridi. I primi articoli entusiasti non menzionano affatto la questione: forse per pudore, forse perché gli esemplari storici erano più delicati. In ogni caso, la pianta è diventata il rospo delle canne del mondo vegetale: una specie introdotta per risolvere un problema e rivelatasi un problema ancora peggiore.

Le ragioni della sua invasività sono chiare:

  • sopravvive in climi e terreni molto diversi
  • si diffonde rapidamente grazie agli ibridi fertili
  • attira nugoli di mosche che ne favoriscono la riproduzione
  • resiste a malattie, siccità e inquinamento urbano

L’albero sopravvissuto all’11 settembre

La prova definitiva dell'indistruttibilità di questa pianta arrivò, sorprendentemente, l'11 settembre 2001. Gli attentati al World Trade Center rasero al suolo le infrastrutture di Lower Manhattan, ma tra le macerie di Ground Zero i soccorritori notarono un albero ancora in piedi: un pero di Callery, gravemente danneggiato ma vivo.

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La pianta fu affidata al Dipartimento Parchi di New York, curata per anni e nel 2010 riportata al Memoriale dell'11 settembre, dove si trova ancora oggi come simbolo di resilienza. Un destino paradossale per un albero che altrove viene tagliato come infestante.

I botanici contemporanei scherzano dicendo che esiste un solo modo corretto di potare un pero di Bradford: un taglio netto, alla base. Ma se lo si considera come metafora di sopravvivenza ostinata, con tutti i suoi difetti e il suo odore imbarazzante, forse possiamo concedergli almeno un piccolo posto nella storia della botanica urbana. Per chi invece cerca il verde giusto da tenere in casa, senza rischi di puzze o invasioni, meglio orientarsi su soluzioni semplici e decorative come un piccolo vaso fai-da-te per piante grasse.