Parlare al telefono per qualcuno è sinonimo di ansia e ci sono motivi precisi, secondo la psicologia.
Il display si illumina improvvisamente, lo smartphone vibra sul tavolo e compare il nome di qualcuno sullo schermo. In quel preciso istante, in tanti non provano curiosità. Provano quasi un brivido freddo, un mix di fastidio e ansia sociale che li spinge a fissare lo schermo finché non smette di squillare. Nel 2026, la telefobia è diventata un fenomeno psicologico di massa. Non è pigrizia e nemmeno maleducazione. Si tratta una risposta complessa del nostro sistema nervoso a uno stimolo che percepiamo come un'invasione. Ma cosa accade esattamente al cervello quando qualcuno preme il tasto "chiama"?
Secondo la psicologia cognitiva, la telefonata rompe il patto di asincronia a cui ci siamo abituati. Viviamo nell'era di WhatsApp, Telegram e delle notifiche push. Questi strumenti ci permettono di editare il pensiero. Possiamo cancellare una parola, riflettere su un aggettivo o decidere di rispondere dopo ore. La comunicazione digitale moderna è un ambiente protetto. La chiamata vocale, invece, è "senza rete", è in tempo reale. Quando parliamo a voce, il nostro cervello deve elaborare il tono della voce, le pause e le intenzioni dell'interlocutore. Tutto questo avviene in millisecondi. Per chi soffre di ansia da prestazione, questo carico cognitivo è insostenibile. Il timore di non trovare le parole giuste o di subire un giudizio immediato trasforma uno strumento di comunicazione in una minaccia. Il cortisolo, l'ormone dello stress, sale rapidamente. Ci si sente messo alle strette, obbligato a una reazione immediata che non si è pianificata.
Dalla pandemia alla fatica digitale: come riprendere il controllo durante una comunicazione telefonica, secondo la psicologia
Il nostro rapporto con la comunicazione verbale è cambiato drasticamente dopo la pandemia di Covid-19. Lo smart working ha cancellato i confini tra vita privata e dovere professionale. Molti psicologi confermano che oggi percepiamo la telefonata come un'invasione totale al nostro spazio sacro. Perché siamo così esausti? La risposta è nella gestione delle aspettative. Un messaggio resta lì, in attesa. Una chiamata pretende la presenza totale, nel qui e ora. È un furto di tempo non concordato. Se si riceve la decima telefonata della giornata, il proprio benessere mentale inizia a vacillare sotto il peso della fatica da reperibilità.

Esistono però strategie concrete per disinnescare tutto ciò. La psicologia suggerisce di legittimare i propri confini. Non si è obbligato a rispondere a ogni stimolo. Imparare a dire "ti richiamo io" o preferire un messaggio vocale significa prendersi cura di sé stessi. Se il lavoro che si fa, impone molte chiamate, ci può provare a preparare prima, scrivendo una piccola lista di punti chiave su un foglio. Avere un supporto visivo riduce il carico sulla memoria di lavoro. Questo trucco inganna il cervello, facendogli percepire la situazione come sotto controllo.
In molti casi, l'insofferenza è solo un segnale di burnout digitale. Il proprio cervello sta solo chiedendo di staccare la spina. Non bisogna comunque sentirsi in colpa se si preferisce il silenzio a una telefonata. La tecnologia deve essere uno strumento al proprio servizio, non una catena che lega alle aspettative altrui. D'altronde - e questo è ogni giorno più vero - la salute psicologica passa anche per la gestione dello smartphone. Decidere di non rispondere al telefono può essere il primo passo verso la libertà.
