In Giappone un farmaco fa ricrescere i denti: bloccata la proteina USAG-1

A settembre 2024 è partita in Giappone la prima sperimentazione umana di un farmaco capace di stimolare la crescita di nuovi denti. Lo guida Katsu Takahashi, responsabile di odontoiatria all'istituto di ricerca medica del Kitano Hospital di Osaka, e si basa su oltre un decennio di studi su un anticorpo che, bloccato, sembra sbloccare un meccanismo dormiente nel nostro corpo: la capacità di far germogliare denti aggiuntivi.

Le ossa umane sono circa 206, e quando si fratturano sanno ricostruirsi grazie a un mix di cellule, collagene e minerali. I denti, invece, condividono parte della chimica delle ossa e sono protetti dallo smalto, il tessuto più duro del corpo umano, ma hanno perso la capacità di rigenerarsi. Una volta caduti, non tornano. È per questo che l'edentulia, la condizione di chi ha perso uno o più denti, colpisce milioni di persone nel mondo senza una vera cura definitiva.

L’anticorpo che blocca il freno alla crescita dentale

Il bersaglio molecolare si chiama Uterine sensitization–associated gene-1, abbreviato in USAG-1. In esperimenti su furetti e topi questa proteina si è rivelata un inibitore della formazione dei denti: in pratica, funziona come un freno biologico. Nel 2021 un gruppo dell'Università di Kyoto, anch'essa coinvolta nelle prove sull'uomo, ha pubblicato uno studio in cui descrive un anticorpo monoclonale, lo stesso tipo di strumento impiegato in molte terapie oncologiche, capace di interrompere il dialogo tra USAG-1 e una famiglia di molecole chiamata bone morphogenetic protein (BMP), centrale nella formazione di ossa e denti.

Bloccando USAG-1, il segnale BMP riprende a fluire e nei modelli animali compaiono denti nuovi. "Sapevamo che sopprimere USAG-1 favorisce la crescita dentale. Quello che non sapevamo era se bastasse", ha spiegato Takahashi al momento della pubblicazione. La scelta del furetto come modello non è casuale: è un animale difiodonte, cioè con due dentizioni successive come la nostra, e questo lo rende più vicino agli esseri umani rispetto al topo.

Come è costruita la sperimentazione clinica

La fase avviata nel settembre 2024 coinvolge 30 uomini di età compresa tra 30 e 64 anni, ciascuno con almeno un dente mancante. Il farmaco viene somministrato per via endovenosa e l'obiettivo primario di questo passaggio è verificare sicurezza ed efficacia nell'uomo. Negli studi sugli animali non sono stati osservati effetti collaterali rilevanti, un dato che ha aperto la strada al passaggio sull'uomo.

Se i risultati saranno positivi, il Kitano Hospital prevede una seconda fase rivolta a una popolazione molto diversa: bambini tra i 2 e i 7 anni con almeno quattro denti mancanti per cause congenite. È qui che la terapia ha il suo bacino più immediato, perché esistono pazienti pediatrici che, per condizioni genetiche come l'anodonzia o l'oligodonzia, non sviluppano spontaneamente parte della dentatura permanente.

Il calendario verso il 2030

Takahashi indica il 2030 come orizzonte realistico per rendere il farmaco disponibile, almeno inizialmente per chi soffre di carenza dentale congenita. L'ambizione dichiarata, però, è più ampia: estendere la terapia a chiunque abbia perso un dente, per traumi, carie profonde o malattia parodontale. "Vogliamo fare qualcosa per aiutare chi soffre di perdita o assenza dei denti", ha detto Takahashi al quotidiano The Mainichi. "Finora non c'è stato alcun trattamento che offrisse una cura permanente, e percepiamo che le aspettative delle persone per la ricrescita dentale sono alte".

Il salto concettuale non è da poco. Gli impianti dentali attuali sono dispositivi: viti di titanio che sostituiscono meccanicamente la radice e su cui si avvita una corona artificiale. Funzionano bene, ma non sono tessuto vivo, non rispondono a stimoli e richiedono un osso mascellare in buone condizioni per essere ancorati. Un dente fatto crescere di nuovo dall'organismo, al contrario, sarebbe biologicamente integrato, vascolarizzato, innervato. È un approccio che ricorda altre frontiere della medicina rigenerativa, come la ricerca sui meccanismi biologici dormienti che potremmo aver perso nel corso dell'evoluzione.

Restano molte incognite. Una sperimentazione di fase iniziale su 30 adulti dice poco sull'efficacia reale: serviranno studi più ampi, controlli a lungo termine sulla forma e sulla posizione dei denti che eventualmente compaiono, e una verifica del fatto che non si formino denti dove non dovrebbero. Il principio biologico, però, è solido, e per la prima volta il banco di prova non è un roditore ma un essere umano.