Sepolture neolitiche in gesso: l’esperimento shock sui corpi donati alla scienza svela il mistero di 10.000 anni fa

Un esperimento archeologico condotto da un team internazionale di ricercatori ha riprodotto le antiche sepolture neolitiche del Vicino Oriente, utilizzando corpi donati alla scienza per comprendere come i popoli di circa 10.000 anni fa tentassero di preservare i defunti attraverso l’uso di gesso e calce. I risultati, pubblicati sulla rivista Archaeological and Anthropological Sciences, gettano nuova luce su una pratica funeraria affascinante e poco compresa.

L’antica pratica delle sepolture in gesso nel Neolitico

Nelle precedenti campagne di scavo nel Levante meridionale, gli archeologi avevano portato alla luce sepolture neolitiche caratterizzate dalla presenza di ocra rossa simbolica e da resti di calchi in gesso o calce che avrebbero protetto i corpi. L’ocra rossa, in particolare, è ritenuta un simbolo di vita, sangue e rinascita nelle culture preistoriche.

Quando le popolazioni del Vicino Oriente passarono dalla caccia-raccolta all’agricoltura, iniziarono ad apparire aree sepolcrali all’interno degli insediamenti. Numerosi crani intonacati neolitici sono stati ritrovati nel Levante meridionale, spesso con segni di ricostruzione facciale post-mortem realizzata con gesso, ma le sepolture in cui il defunto era completamente coperto da gesso o calce non riscaldati sono molto più rare.

La differenza tra calce e gesso

L’intonaco è qualsiasi materiale ottenuto mescolando acqua con un legante, ma quelli a base di calce e gesso sono tra i più comuni. La calce, una volta riscaldata, libera anidride carbonica trasformandosi in calce viva (ossido di calcio), che reagendo con l’acqua produce un impasto che indurisce per carbonatazione. La sua durabilità ne ha fatto un materiale impiegato per millenni per proteggere le pareti esterne degli edifici.

Sia la calce idrata sia la calce viva possiedono proprietà antibatteriche, ragione per cui in passato venivano usate per coprire i defunti durante le epidemie. Il gesso, noto come gesso di Parigi quando riscaldato, è invece più poroso e si degrada con l’umidità.

L’esperimento sui corpi donati alla scienza

Per ricreare le condizioni di una sepoltura neolitica, i ricercatori hanno legato tre corpi donati alla scienza e dipinto i capelli, il cuoio capelluto e la parte superiore delle braccia con ocra rossa. Successivamente hanno applicato i diversi trattamenti:

  • Un corpo è stato ricoperto con calce idrata;
  • Un secondo corpo è stato avvolto in gesso da colata;
  • Il terzo è stato lasciato senza intonaco come campione di controllo.

Dopo cinque anni, i corpi sono stati esumati dalle fosse sepolcrali per analizzare lo stato di conservazione.

I risultati sorprendenti dopo cinque anni

Il corpo non intonacato risultava in gran parte scheletrizzato. Solo frammenti di tessuto si aggrappavano alle ossa, mentre i capelli, ancora con tracce visibili di ocra, si erano staccati dal cuoio capelluto. Praticamente nessuna traccia di ocra era rilevabile sul resto dello scheletro o nel sedimento circostante.

Il gesso aveva formato un calco rigido attorno al secondo corpo, conservando al suo interno macchie di ocra e impronte dei tratti facciali, dei capelli e della corda usata per legare il defunto. Il corpo era parzialmente scheletrizzato, con il cuoio capelluto staccato, e in alcune ossa si erano insediate termiti.

La calce si è dimostrata il materiale più efficace. Pur essendo avvenuta una parziale scheletrizzazione, il donatore presentava ancora ampie aree di pelle conservata sulla testa, le dita, il torace e l’addome. Il cuoio capelluto si era staccato ma era preservato, e l’ocra era ancora rilevabile sui capelli.

Calce vincente, ma il mistero dell’ocra resta

L’esperimento ha dimostrato l’efficacia di entrambi i tipi di intonaco nelle sepolture antiche. Le caratteristiche principali emerse sono:

  • Sia la calce sia il gesso hanno limitato l’interazione tra il corpo e il suolo, agendo come barriere batteriche;
  • Nonostante aumentassero l’acidità del terreno, entrambi i materiali hanno rallentato la decomposizione;
  • La calce si è rivelata più resistente all’acqua e meccanicamente più tenace.

Un aspetto particolarmente intrigante riguarda l’ocra rossa: nelle sepolture sperimentali è risultata difficile da rilevare dopo soli cinque anni, in netto contrasto con le sepolture archeologiche in cui questo pigmento si è conservato per migliaia di anni. “La presenza di ocra in questo studio fornisce un esempio importante dell’effetto del tempo”, hanno scritto i ricercatori, sollevando interrogativi sulle quantità di ocra originariamente impiegate nelle sepolture preistoriche, dato che ne vengono ritrovate quantità sostanziali a millenni di distanza, come accade anche in altri contesti preistorici di alta quota dove recenti scoperte stanno riscrivendo la nostra comprensione delle pratiche antiche.

Lo studio offre una rara opportunità di comprendere le prime fasi della decomposizione in presenza di intonaco, informazioni altrimenti impossibili da ottenere dai soli contesti archeologici, e apre nuove prospettive sull’intenzionalità e il significato rituale di queste antiche pratiche funerarie.