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Marco Evaristti, artista danese di origine cilena, ha scosso il mondo dell’arte e l’opinione pubblica internazionale con una provocazione che ancora oggi divide: mettere dei pesci rossi vivi dentro a dei frullatori trasparenti, dando ai visitatori la libertà di premerne il pulsante e decidere se ‘frullarli’ oppure no. L’opera, chiamata Helena, venne presentata nell’anno 2000 al Trapholt Museum of Modern Art a Kolding, in Danimarca.
L’opera “Helena”: dieci frullatori e una scelta crudele
Dieci frullatori, identici, trasparenti, ognuno con un pesce rosso vivo immerso nell’acqua. I frullatori erano collegati a una presa elettrica e dotati di un pulsante: bastava premerlo per azionarli. Marco Evaristti non impose nulla. Non disse al pubblico cosa fare. Lasciò a ognuno la possibilità di scegliere, anche se fondamentalmente le opzioni erano due: non fare nulla o accendere il frullatore. Tertium non datur. Com’è andata a finire?
Durante il primo giorno di esposizione, due pesci vennero uccisi da visitatori che premettero il pulsante. Uno di loro, a quanto si apprende, era un giornalista che voleva ‘movimentare’ l’ambiente e avere di che scrivere. Nei giorni successivi, altri fecero lo stesso. L’opera generò un immediato scandalo: polemiche accese sui giornali, denunce per maltrattamento animale, l’intervento delle autorità danesi, il sequestro dell’installazione e una denuncia all’artista. Ma alla fine, sia l’artista che il museo vennero assolti.

Lontano dall’essere un gesto gratuito di crudeltà, Helena nasce come riflessione sul concetto di responsabilità individuale e sulla banalità del male. “Volevo mostrare quanto siamo pronti a compiere azioni orribili, se ci viene data la possibilità, senza pensarci troppo”, ha dichiarato Evaristti in un’intervista concessa al quotidiano danese Politiken. L’opera punta il dito anche sull’ipocrisia collettiva verso la sofferenza animale. Uccidere un pesce rosso in un museo suscita orrore. Ma milioni di animali perdono la vita ogni giorno per l’industria alimentare, tra l’indifferenza generale. Evaristti ci ha sbattuto in faccia una scelta scomoda, obbligandoci a guardare negli occhi le nostre contraddizioni.
Le altre provocazioni estreme di Marco Evaristti
Helena non è stato un caso isolato. Marco Evaristti ha costruito la sua carriera su installazioni estreme, capaci di accendere discussioni su etica, corpo e consumismo. Nel 2007, ha preparato e servito a una cena pubblica delle polpette cucinate con il proprio grasso, estratto da una liposuzione. L’evento, avvenuto a Berlino, voleva denunciare l’ossessione per il corpo perfetto e la cultura dello spreco.
Nel 2025, una sua mostra ha fatto di nuovo esplodere la polemica: tre maialini vennero lasciati morire di fame in una galleria a Oslo. Anche in questo caso, l’opera voleva costringere il pubblico a riflettere sulla propria passività davanti alla sofferenza animale. Evaristti non cerca il consenso. Cerca il conflitto, lo scontro, la reazione viscerale. E ogni volta ci riesce.
Quando l’arte sciocca: altri casi celebri nel mondo
Marco Evaristti non è il solo ad aver scelto la provocazione come linguaggio. Il mondo dell’arte contemporanea è pieno di esempi controversi, discussi, a tratti respinti dal pubblico ma adorati dai collezionisti e dalle istituzioni. Il più celebre tra questi è Damien Hirst, artista britannico che ha esposto squali, pecore e vitelli immersi nella formaldeide. Tra le sue opere più iconiche: “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living”, un enorme squalo tigre conservato in una teca trasparente, simbolo della nostra incapacità di affrontare la morte.
Marina Abramović, pioniera della performance art, ha messo a rischio la propria incolumità fisica nel 1974 con “Rhythm 0”, durante la quale il pubblico poteva utilizzare su di lei 72 oggetti, tra cui un coltello e una pistola carica. In molti provarono a ferirla, dimostrando quanto possa essere sottile il confine tra spettatore e carnefice. E poi c’è Piero Manzoni, provocatore ante litteram, che nel 1961 ha inscatolato e venduto la propria “Merda d’artista”. L’opera, oggi quotatissima sul mercato, era una critica feroce alla mercificazione dell’arte e al feticismo per l’autore.
Helena oggi: provocazione superata o lezione ancora attuale?
Il dibattito sull’opera di Marco Evaristti continua ancora oggi. C’è chi la definisce geniale e chi la considera un atto di crudeltà gratuita. Ma il punto resta: Helena ha sollevato domande reali, disturbanti e ancora oggi irrisolte. Quanto vale la vita di un animale? Chi ha il diritto di decidere se deve vivere o morire? E, soprattutto, quanto pesa davvero il nostro libero arbitrio quando ci troviamo davanti a un pulsante?
L’arte, nel suo lato più scomodo, non serve a decorare pareti ma a creare tensione, confronto, domande. Helena lo ha fatto. E ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte contemporanea. Che ci piaccia o no.
