Indice dei contenuti
A 4.000 metri di profondità nel Pacifico centrale, dove la pressione è 400 volte quella in superficie e la luce non arriva da milioni di anni, un gruppo di biologi marini ha appena scoperto 24 specie completamente nuove. Tra queste, un intero ramo dell'albero evolutivo che non era mai stato documentato. È la prova che degli abissi del nostro pianeta conosciamo meno di quanto sappiamo della superficie di Marte.
Lo studio, pubblicato nel 2026 sulla rivista ZooKeys (volume 1274), è stato coordinato dalla biologa Anna Jażdżewska dell'Università di Łódź e da Tammy Horton del National Oceanography Centre di Southampton. I campioni provengono dalla Clarion-Clipperton Zone (CCZ), una fascia di fondale che si estende per 6 milioni di chilometri quadrati tra il Messico e le Hawaii. Ed è esattamente la zona dove alcune delle più grandi compagnie minerarie al mondo vogliono iniziare a scavare.
Cosa hanno trovato sul fondale
Le 24 nuove specie appartengono tutte all'ordine degli anfipodi, piccoli crostacei che nella CCZ occupano una nicchia ecologica fondamentale: sono gli spazzini degli abissi, responsabili della decomposizione della materia organica che precipita dalla superficie. Senza di loro, il ciclo dei nutrienti nel fondale si interrompe.
Tra le scoperte più significative c'è una nuova famiglia tassonomica, un livello di classificazione così ampio che equivale a scoprire un intero ramo dell'evoluzione rimasto nascosto. Come ha spiegato Jażdżewska, "non è come trovare una nuova farfalla in una foresta nota: è come scoprire che esiste un tipo di insetto di cui non sospettavamo l'esistenza".
I campioni sono stati raccolti durante spedizioni condotte tra il 2015 e il 2023 a bordo della nave oceanografica RV Thomas G. Thompson, utilizzando veicoli telecomandati (ROV) capaci di operare a profondità estreme. Ogni campione è stato classificato con analisi genetiche e morfologiche, un lavoro durato anni.
Il paradosso: catalogare ciò che stiamo per distruggere
La Clarion-Clipperton Zone non è solo un hotspot di biodiversità sconosciuta. È anche la più grande riserva di noduli polimetallici del pianeta: sfere di manganese, nichel, cobalto e rame che giacciono sul fondale e che servono per produrre batterie per veicoli elettrici e dispositivi tecnologici.
L'International Seabed Authority (ISA), l'ente delle Nazioni Unite che regola l'estrazione mineraria in acque internazionali, ha già concesso 17 licenze esplorative nella CCZ. L'estrazione commerciale potrebbe iniziare nei prossimi anni, e comporterebbe il dragaggio sistematico del fondale, con conseguenze potenzialmente irreversibili per ecosistemi che non abbiamo nemmeno finito di catalogare.
Secondo Horton, "stiamo per alterare un ambiente che esiste indisturbato da milioni di anni, prima ancora di sapere cosa contiene".
Il Mediterraneo profondo e il ruolo dell’Italia
Il problema non riguarda solo il Pacifico. Il Mediterraneo profondo, che raggiunge i 5.267 metri nella Fossa Calipso al largo della Grecia, è altrettanto inesplorato. La Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, uno dei più antichi istituti di biologia marina al mondo (fondato nel 1872), conduce campagne di campionamento nelle acque profonde del Tirreno e dello Ionio, dove le stime suggeriscono che il 70% delle specie di profondità sia ancora da descrivere.
Nel 2024, una spedizione italiana coordinata dall'Istituto di Scienze Marine del CNR ha identificato almeno sei nuove specie di crostacei nel Canyon di Cassidaigne, a sud della Sardegna. Un ecosistema profondo a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, completamente sconosciuto fino a due anni fa.
Conosciamo più crateri sulla Luna che specie negli abissi del nostro stesso mare. E stiamo decidendo cosa farne prima ancora di scoprire cosa c'è.
Fonti: Jażdżewska A. & Horton T., ZooKeys 1274 (2026, DOI: 10.3897/zookeys.1274.176711); International Seabed Authority (ISA); Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli; CNR-ISMAR; National Oceanography Centre, Southampton.
