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Un bisonte nero dipinto sulla parete calcarea della grotta di Font-de-Gaume, in Dordogna, ha tenuto in scacco la preistoria mondiale per oltre un secolo. Scoperto nel 1901, ammirato da milioni di visitatori, studiato da generazioni di studiosi: eppure nessuno, in 120 anni, era riuscito a stabilirne l'età con precisione. In assenza di una datazione assoluta, le opere di Font-de-Gaume venivano collocate genericamente nell'arte magdaleniana, tra 18.000 e 16.000 anni fa, sulla base di confronti stilistici. Una stima colta, ma pur sempre un'intuizione. Il 9 marzo 2026 uno studio pubblicato sulla rivista PNAS ha messo fine all'incertezza, e il risultato ha sorpreso tutti.
Il presupposto che bloccava ogni indagine
A differenza della grotta Chauvet, dove l'uso accertato del carbone vegetale aveva permesso datazioni al radiocarbonio fino a 36.000 anni fa, si era convinti che le pitture della Dordogna fossero realizzate esclusivamente con pigmenti minerali: ossidi di ferro e di manganese, muti davanti allo spettrometro. Il problema stava tutto lì, in questa certezza mai verificata sistematicamente. Il carbonio 14 funziona soltanto sulla materia organica: legno, osso, carbone. Gli ossidi minerali non offrono alcun appiglio cronologico.
Anche per Lascaux le datazioni (tra 18.000 e 15.000 anni fa) si fondano su confronti stilistici e sulla cronologia dei depositi geologici e dei reperti archeologici. La Dordogna, nonostante la sua concentrazione unica di siti paleolitici, restava dunque un punto cieco della cronologia preistorica. Sorprendentemente, fino ad oggi nessuna figura realizzata con nero di carbone era mai stata identificata in regione, nemmeno a Lascaux.
Il ribaltamento è nato da un'idea semplice ma mai testata in modo metodico: verificare se, fra i tracciati neri di Font-de-Gaume, alcuni potessero contenere carbonio organico. È questa domanda apparentemente modesta, posta dall'équipe diretta da Ina Reiche, direttrice di ricerca al CNRS, ad aver aperto una breccia in un secolo di presupposti.
L’imaging come chiave di volta
Toccare quelle pitture era impensabile. Un team multidisciplinare di fisico-chimici, specialisti dell'imaging e preistorici ha combinato diverse tecniche non invasive per analizzare due figure emblematiche: il bisonte nero e il celebre mascherone. I ricercatori hanno utilizzato la microspettrometria Raman e l'imaging iperspettrale, capace di misurare la composizione chimica di ogni punto del tracciato analizzando la luce riflessa.
Queste analisi hanno rivelato la presenza inattesa di carbone vegetale nei pigmenti neri. La distribuzione uniforme del carbone sull'intera estensione delle figure ha permesso di escludere l'ipotesi di una contaminazione legata ai graffiti o all'attività turistica. Un punto tutt'altro che scontato: bisognava convincere la comunità scientifica che si trattasse davvero di carbonio paleolitico e non di una contaminazione successiva da torce o graffiti, considerato che la grotta è frequentata da almeno 120 anni. È stata l'omogeneità del tracciato a far pendere la bilancia: una traccia recente non si distribuirebbe in modo così regolare lungo un contorno antico.
Su questa base è stata autorizzata, in via eccezionale, la raccolta di microprelievi per la datazione al carbonio 14. Pochi microgrammi di pigmento, prelevati con precisione chirurgica. L'equivalente di un granello di polvere contro l'eternità.
Un bisonte più giovane di 5.000 anni
Il bisonte sarebbe stato dipinto tra 13.461 e 13.162 anni fa (CalBP, con il presente convenzionalmente fissato al 1950). Lo scarto con le stime stilistiche è enorme: non qualche secolo di imprecisione, ma quasi 5.000 anni. Un abisso, sulla scala della preistoria regionale.
Il mascherone racconta invece una storia ancora più stratificata, testimoniando un utilizzo della parete su tempi lunghissimi. Le sue diverse parti sono state realizzate in epoche distinte:
- alcune zone risalgono a circa 16.000 anni fa;
- altre a circa 15.000 anni fa;
- l'occhio sinistro è molto più recente, datato tra 8.993 e 8.590 anni fa.
Questa anomalia potrebbe essere legata a un ritocco posteriore, che avrebbe mescolato carbonio moderno al pigmento originario. Come ricorda Ina Reiche, basta appena il 5% di carbonio moderno per ringiovanire la data di un campione di mille anni.
Ne emerge l'immagine di un santuario frequentato a più riprese, con fasi di realizzazione e ritocco scaglionate nel tempo. L'arte parietale non appare più come una scenografia congelata, prodotta in un'unica campagna pittorica, ma come un palinsesto al quale generazioni di gruppi paleolitici sono intervenuti, aggiungendo, riprendendo, sottolineando motivi. Font-de-Gaume non è una fotografia dell'umanità preistorica scattata in un istante T: è un diario collettivo tenuto attraverso i millenni. Una logica che richiama, su scale e contesti diversi, anche altri siti antichi tornati alla ribalta nelle ultime settimane: dalle testimonianze emerse a Ossirinco alla sensazionale scoperta nel delta del Nilo, dove ogni nuovo strato racconta una frequentazione prolungata nel tempo.
Cosa cambia per le altre grotte ornate
Al di là del caso emblematico, la ricerca rappresenta una pietra miliare per tutte le grotte dipinte della Dordogna. Se Font-de-Gaume nascondeva carbone sotto quelli che si credevano puri ossidi minerali, altre cavità potrebbero riservare sorprese identiche. Il metodo del carbonio 14 permette di datare questo tipo di pigmento fino a 50.000 anni fa, aprendo una finestra considerevole sull'intero Paleolitico superiore.
Restano alcune cautele necessarie. Per consolidare le nuove date occorre moltiplicare i prelievi: in archeologia le certezze si costruiscono accumulando dati. Secondo il preistorico Patrick Paillet, coautore dello studio, sarà necessario campionare nuovamente il bisonte per escludere ogni inquinamento. I prossimi obiettivi della ricerca riguardano:
- la verifica delle datazioni con prelievi multipli sulle stesse figure;
- l'estensione del metodo ad altre opere parietali della Dordogna;
- una migliore comprensione delle popolazioni che hanno prodotto questi capolavori.
Una sola misura, per quanto spettacolare, non chiude un dibattito scientifico. Lo apre.




