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Kim Wolhuter, naturalista zimbabwese cresciuto nei parchi nazionali dell'Africa australe, ha trascorso oltre cinque anni a piedi e scalzo accanto a un branco di Lycaon pictus, il licaone o cane selvatico africano. Le immagini che lo ritraggono mentre corre insieme agli animali durante le battute di caccia hanno fatto il giro del mondo, ma raccontano qualcosa di più di un'eccentricità: descrivono il comportamento sociale di una specie che conta meno di 7.000 individui adulti rimasti in natura.
Un predatore cooperativo, non un aggressore
Il licaone è uno dei carnivori più efficienti del continente: le sue battute di caccia hanno un tasso di successo che supera il 60%, contro il 25-30% dei leoni. Eppure, contrariamente all'immaginario costruito da decenni di racconti coloniali che li dipingevano come animali sanguinari, i licaoni evitano sistematicamente l'uomo. Non esistono casi documentati di attacchi non provocati a esseri umani in natura. La loro struttura sociale, basata su branchi familiari di 6-20 individui guidati da una coppia alfa, premia la cooperazione: condividono il cibo rigurgitandolo per i cuccioli, gli anziani e i feriti del gruppo.
Cosa ha fatto davvero Wolhuter
Il metodo di Wolhuter non prevede addestramento né cibo offerto agli animali. Si è limitato a una presenza costante, prevedibile, non minacciosa, lasciando che il branco lo classificasse come elemento neutro del paesaggio. È un'abituazione, lo stesso processo che ha permesso a Jane Goodall di avvicinare gli scimpanzé del Gombe a partire dal 1960 e a Dian Fossey di studiare i gorilla di montagna in Ruanda. Il naturalista ha applicato la tecnica anche a iene maculate e ghepardi, documentando per National Geographic e altre produzioni la vita quotidiana dei branchi dall'interno.
Quando i licaoni lo seguono o gli si avvicinano fino a sfiorarlo, non lo trattano come preda né come membro del branco. Lo riconoscono come un'entità che non rappresenta minaccia né risorsa contesa. Questa distinzione è cruciale: i grandi carnivori africani attaccano l'uomo principalmente per tre motivi, difesa dei cuccioli, difesa di una preda appena abbattuta, sorpresa a distanza ravvicchiata. Eliminando questi tre fattori, il rischio cala drasticamente.
Perché i licaoni non vedono l’uomo come preda
La dieta del licaone è specializzata su ungulati di taglia media: impala, kudu giovani, gazzelle, talvolta gnu. La caccia si basa su inseguimenti di lunga distanza, anche oltre i 5 chilometri, a velocità che superano i 60 km/h. Un bipede lento e rumoroso non rientra nel profilo predatorio costruito attraverso generazioni di apprendimento culturale all'interno del branco. I cuccioli imparano cosa cacciare osservando gli adulti, e nessun adulto insegna loro a cacciare esseri umani.
C'è anche una componente neurologica. Studi sul comportamento dei canidi sociali mostrano che l'aggressività intraspecifica e interspecifica è regolata da soglie precise. I licaoni mostrano livelli di aggressività interna al branco tra i più bassi documentati nei carnivori sociali: i conflitti vengono risolti con segnali di sottomissione e raramente sfociano in scontri fisici gravi. Questa tendenza alla risoluzione pacifica si estende al loro rapporto con l'ambiente circostante.
Una specie sull’orlo dell’estinzione
Il licaone è classificato come Endangered dalla IUCN. Le minacce principali non vengono dall'uomo come preda potenziale, ma esattamente al contrario: persecuzione diretta da parte degli allevatori, frammentazione dell'habitat, malattie trasmesse dai cani domestici come il cimurro e la rabbia, incidenti stradali. In Zimbabwe, dove Wolhuter ha girato gran parte del suo lavoro, la popolazione residua è stimata in poche centinaia di individui.
Il valore documentaristico del suo approccio sta proprio qui. Mostrando il licaone come animale curioso, giocoso con i cuccioli, capace di accettare la presenza umana senza aggressività, il lavoro contribuisce a smontare lo stigma costruito nei decenni in cui questi animali venivano sterminati come parassiti. Tra il 1956 e il 1980 in diverse riserve sudafricane esistevano vere e proprie campagne di abbattimento dei licaoni, considerati concorrenti per la selvaggina. Lo stesso vale per altre specie il cui rapporto madre-figlio sfida la nostra immaginazione, come il caso del formichiere gigante che trasporta il cucciolo sul dorso per nove mesi: comportamenti che diventano comprensibili solo osservando gli animali da vicino, senza il filtro dei pregiudizi culturali.
I limiti di un’esperienza individuale
Va ricordato che il caso di Wolhuter non è replicabile dal turista medio. L'abituazione richiede mesi o anni, una conoscenza approfondita della comunicazione corporea della specie, e branchi specifici che hanno accettato un individuo specifico. Avvicinarsi a un branco selvatico non abituato resta pericoloso, soprattutto in presenza di cuccioli alla tana o di una carcassa fresca. La regola che i licaoni non attaccano l'uomo descrive una tendenza statistica robusta, non una garanzia universale, e perde validità in qualunque situazione percepita dagli animali come minaccia diretta.




