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Una fototrappola posizionata lungo un sentiero d’alta quota ha registrato il passaggio di un leopardo delle nevi (Panthera uncia), uno dei felini più difficili da osservare in natura. Si stima che ne sopravvivano tra 4.000 e 6.500 esemplari distribuiti su un areale che attraversa dodici Paesi dell’Asia centrale, dall’Afghanistan alla Mongolia, passando per le catene del Pamir, dell’Hindu Kush, del Karakorum e dell’Himalaya. Vederne uno camminare davanti all’obiettivo, anche se solo per pochi secondi, è un evento raro persino per i ricercatori che dedicano anni allo studio della specie.
Un felino costruito per la roccia e il gelo
Il leopardo delle nevi vive abitualmente tra i 3.000 e i 4.500 metri di quota, e in estate alcuni individui sono stati documentati fino a oltre 5.500 metri sull’Himalaya. La sua anatomia è il risultato di un adattamento estremo. Le zampe posteriori sono sproporzionatamente lunghe rispetto al corpo, una caratteristica che permette balzi di sei volte la lunghezza dell’animale, utili per superare crepacci o piombare su una preda lungo pendii ripidi. La coda, che può raggiungere il metro, funziona da bilanciere durante gli inseguimenti su terreno instabile e da coperta termica quando l’animale dorme acciambellato.
Il manto è un’altra meraviglia ingegneristica. Il pelo della pancia arriva a 12 centimetri di lunghezza, mentre la rosetta nera su fondo grigio-fumo offre un mimetismo quasi perfetto contro la roccia screziata di neve. Le narici larghe e le cavità nasali ampie riscaldano l’aria gelida prima che raggiunga i polmoni, mentre le piante delle zampe sono ricoperte di pelo, una sorta di racchetta da neve naturale che distribuisce il peso e isola dal freddo.
Perché le fototrappole sono diventate indispensabili
Studiare un animale solitario, notturno e che vive in ambienti tra i più ostili del pianeta richiede strumenti specifici. Le fototrappole, telecamere a sensore di movimento alimentate da batterie a lunga durata, sono diventate negli ultimi vent’anni lo strumento principale per censire la specie. Vengono installate lungo i sentieri naturali che i felini percorrono per marcare il territorio, spesso in corrispondenza di rocce sporgenti dove gli individui graffiano il suolo o spruzzano urina.
Ogni leopardo delle nevi ha un disegno del manto unico, paragonabile a un’impronta digitale. Confrontando le immagini raccolte da decine di fototrappole nello stesso bacino, i biologi possono identificare singoli individui, stimare densità, monitorare nascite e spostamenti. Il Snow Leopard Trust, fondato nel 1981 a Seattle, e il programma PAWS (Population Assessment of the World’s Snow Leopards) coordinano questo lavoro su scala continentale.
Una preda specializzata e un conflitto antico
La dieta è dominata da ungulati di montagna: lo stambecco siberiano, il bharal o pecora blu dell’Himalaya, l’argali, il markhor. Un singolo leopardo delle nevi consuma in media una preda di grandi dimensioni ogni dieci-quindici giorni, e tende a restare accanto alla carcassa per più giorni consecutivi. Il problema nasce quando le greggi domestiche si sovrappongono al territorio del felino. Pecore, capre e yak rappresentano una preda più facile, e la perdita di anche pochi capi può rovinare un pastore di montagna.
La ritorsione, sotto forma di avvelenamento o abbattimento, resta una delle principali cause di mortalità non naturale. Diversi progetti di conservazione lavorano da anni alla costruzione di recinti rinforzati per il bestiame notturno e a programmi di assicurazione comunitaria che risarciscono le perdite, riducendo l’incentivo a uccidere il predatore.
Lo stato di conservazione
Nel 2017 l’IUCN ha riclassificato il leopardo delle nevi da “in pericolo” a “vulnerabile”, una decisione che ha generato un dibattito acceso tra i conservazionisti. Alcuni ricercatori hanno contestato la mossa sostenendo che i dati di popolazione su cui si basava fossero troppo frammentari, dato che meno del 2% dell’areale è stato campionato in modo sistematico. Le minacce restano significative: bracconaggio per la pelliccia e le ossa, riduzione delle prede selvatiche, frammentazione dell’habitat dovuta a strade e infrastrutture minerarie, e il cambiamento climatico che spinge la linea degli alberi più in alto, comprimendo l’habitat alpino.
Ogni clip da fototrappola, come quella che ha ripreso questo individuo solitario lungo un sentiero, contribuisce a costruire il quadro di una popolazione che resta in gran parte invisibile. È materiale grezzo per i biologi, ma anche un promemoria visivo del fatto che, sopra una certa quota, esiste ancora un predatore che la maggior parte degli esseri umani non vedrà mai dal vivo.
