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Le femmine di Hymenopus coronatus, conosciute come mantidi orchidea, raggiungono i 6-7 centimetri di lunghezza e mostrano una colorazione bianco-rosata con quattro zampe espanse a forma di petalo. Vivono nelle foreste pluviali del Sud-est asiatico, tra Malesia, Indonesia e Thailandia, e per oltre un secolo sono state descritte come l’esempio perfetto di mimetismo aggressivo: un predatore travestito da fiore per attirare gli insetti impollinatori. La realtà, emersa da studi condotti tra il 2013 e il 2014 dal biologo australiano James O’Hanlon della Macquarie University, è più sfumata e in un certo senso più sorprendente.
Un fiore che non esiste davvero
Per decenni i naturalisti hanno ripetuto che la mantide imita una specifica orchidea. O’Hanlon ha passato settimane a osservare gli esemplari nel loro habitat naturale in Malesia, fotografandoli e confrontandone lo spettro di riflettanza con quello di decine di fiori locali. Il risultato: nessuna corrispondenza esclusiva. La mantide non assomiglia a un’orchidea in particolare, ma riproduce un fiore generico, una sintesi visiva che gli impollinatori riconoscono come “fiore” senza bisogno di identificarne la specie.
Questa è una forma di mimetismo diversa da quella classica. Non c’è un modello preciso da copiare. La mantide sfrutta una categoria percettiva, un’aspettativa visiva codificata nel sistema nervoso degli insetti che cercano nettare.
Più attraente di un fiore vero
L’aspetto più controintuitivo dello studio riguarda l’efficacia del travestimento. O’Hanlon ha confrontato il numero di impollinatori che si avvicinavano alle mantidi rispetto a quelli attirati dai fiori realmente presenti nello stesso ambiente. Le mantidi attiravano più insetti dei fiori. Api, mosche e farfalle si dirigevano verso il predatore con maggiore frequenza che verso i fiori autentici nelle vicinanze.
Il fenomeno viene chiamato supernormal stimulus: uno stimolo artificiale o esagerato che attiva una risposta sensoriale più intensa di quella prodotta dallo stimolo naturale. Le zampe a petalo, la postura immobile su un ramo esposto, la combinazione di bianco e rosa con riflessi nell’ultravioletto producono un segnale che gli impollinatori trovano irresistibile, forse perché concentra in un solo punto le caratteristiche che normalmente sono distribuite tra molti fiori diversi.
Anatomia di un inganno
Le quattro zampe espanse non servono per camminare, o almeno non principalmente. Sono strutture appiattite, lobate, che ricordano i petali grazie a una cuticola modificata. La mantide si appoggia su un ramo o su una foglia e dispone le zampe in modo simmetrico, mantenendo le zampe raptatorie (le prime due, armate di spine) ripiegate sotto il corpo, pronte a scattare.
I maschi sono drasticamente diversi: misurano circa 2,5 centimetri, hanno un colore più uniforme e non presentano le zampe espanse. Questo dimorfismo sessuale estremo è una delle ragioni per cui per molto tempo maschi e femmine sono stati considerati specie distinte.
La caccia funziona così: l’insetto si avvicina pensando di trovare nettare, atterra o vola troppo vicino, e le zampe raptatorie scattano in pochi millisecondi. Le prede possono essere più grandi della mantide stessa, comprese farfalle e api dalle dimensioni considerevoli. Una strategia da imboscata che richiama, pur con meccanismi diversi, quella di altri predatori arboricoli che attendono le prede in postazioni nascoste.
Cosa cambia nei giovani
Le ninfe appena schiuse dall’ooteca hanno una colorazione molto diversa: rosse e nere, simili a una specie di insetto velenoso o sgradevole. Questo travestimento le protegge dai predatori in una fase in cui sono troppo piccole per cacciare in modo efficiente. Solo dopo la prima muta iniziano a sviluppare il pattern bianco-rosa caratteristico degli adulti, e con esso la strategia da imboscata floreale.
Il passaggio segna un cambio completo di ruolo ecologico: da potenziale preda che si difende esibendo segnali di pericolo, a predatore che si nasconde esibendo segnali di disponibilità alimentare.
Una lezione di evoluzione sensoriale
Il caso di Hymenopus coronatus mostra come l’evoluzione possa sfruttare i bias percettivi di altre specie senza dover ricostruire fedelmente alcun oggetto reale. Gli impollinatori non vedono un fiore specifico: vedono il fiore che il loro cervello si aspetta di trovare. La mantide ha semplicemente trovato il modo di presentarsi in quel formato.
È una strategia che richiede di pensare al mimetismo non come imitazione, ma come comunicazione manipolata. Il segnale viene emesso da chi non avrebbe interesse a emetterlo, e viene ricevuto da chi non avrebbe interesse a riceverlo, eppure il sistema funziona perché il ricevente non può permettersi di ignorare ogni potenziale fiore.
