Lasagna di melanzane della nonna: il piatto della domenica che profuma di tradizione

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un profumo che, nelle case del Sud Italia, segna inequivocabilmente l’arrivo della domenica: quello della lasagna di melanzane, parente strettissima della parmigiana, che la nonna inizia a preparare il sabato pomeriggio per servirla l’indomani a tavola. Non è pigrizia, è scienza contadina: una notte di riposo in frigorifero permette ai sapori di amalgamarsi, agli amidi della mozzarella di stabilizzarsi e al sugo di penetrare nella polpa delle melanzane. Il risultato è un piatto più compatto, più saporito, più digeribile.

In questo articolo raccontiamo la storia di un piatto che ha attraversato secoli e culture, spieghiamo perché le melanzane vanno trattate con il sale, quali varietà coltivare nell’orto di casa e come preparare la ricetta tradizionale senza commettere gli errori che rovinano anche al cuoco più esperto la fatica di un intero pomeriggio in cucina.

Dalla Persia alla tavola della domenica: la storia della melanzana in Italia

La melanzana (Solanum melongena) non è italiana di nascita. Le sue origini si perdono nel subcontinente indiano e in Cina, dove veniva coltivata già più di duemila anni fa. Sono stati gli Arabi, intorno all’VIII-IX secolo, a portarla nel Mediterraneo attraverso la Sicilia e la penisola iberica, insieme ad agrumi, riso, canna da zucchero e una pioggia di parole che ancora oggi pronunciamo senza saperlo: al-bāḏinjān, da cui derivano lo spagnolo berenjena e l’italiano antico melanzana.

Per secoli, però, gli italiani la guardarono con sospetto. Botanici rinascimentali la chiamavano mala insana, mela non sana, accusandola di provocare malinconia e febbri. Solo nel XVII e XVIII secolo, soprattutto nel Mezzogiorno, entrò stabilmente nelle cucine, diventando protagonista assoluta della cucina povera meridionale: caponata, melanzane a funghetto, pasta alla Norma e, naturalmente, la parmigiana.

Parmigiana o lasagna di melanzane? Una questione di nomi

Il nome parmigiana trae in inganno: non ha nulla a che vedere con Parma. Le ipotesi etimologiche più accreditate sono due. La prima fa risalire il termine al siciliano parmiciana, le stecche di legno delle persiane sovrapposte, che ricordano gli strati di melanzane nel piatto. La seconda chiama in causa la parola parmiciana come deformazione di persiana, a indicare la provenienza orientale dell’ortaggio.

Campania e Sicilia se ne contendono la paternità da generazioni. La versione napoletana prevede mozzarella fiordilatte, sugo di pomodoro semplice e basilico; quella siciliana aggiunge uova sode, prosciutto, caciocavallo e talvolta una spolverata di zucchero nel sugo. Quando gli strati diventano molto numerosi e il formato si avvicina a quello del classico timballo da forno, in molte famiglie il piatto prende il nome di lasagna di melanzane: una versione "senza pasta", naturalmente senza glutine, in cui le fette di ortaggio sostituiscono completamente la sfoglia all’uovo.

Perché si spurgano le melanzane: la scienza dietro il trucco della nonna

Il gesto di disporre le fette di melanzana in uno scolapasta, salarle abbondantemente e lasciarle riposare per almeno trenta-sessanta minuti non è una superstizione. È un’applicazione pratica di tre principi scientifici.

1. Osmosi

Il sale, depositato sulla superficie, crea un gradiente di concentrazione. L’acqua contenuta nelle cellule della polpa (la melanzana è composta per circa il 92% di acqua) viene richiamata verso l’esterno attraverso le membrane cellulari, in un fenomeno chiamato osmosi. Insieme all’acqua escono anche composti idrosolubili amari, che vengono poi eliminati con il risciacquo.

2. Riduzione dell’amaro

Le melanzane contengono glicoalcaloidi, tra cui la solanina (la stessa molecola presente nelle patate verdi) e la solasonina, e composti fenolici come l’acido clorogenico. Sono queste sostanze a conferire la nota amara, più marcata nelle varietà antiche, nelle melanzane troppo mature o raccolte fuori stagione. La salatura ne riduce significativamente la percezione.

3. Collasso delle cellule spugnose

La polpa della melanzana è strutturata come una spugna piena di camere d’aria. Quando viene fritta tal quale, queste camere assorbono enormi quantità di olio. La salatura, facendo uscire l’acqua, fa collassare parzialmente le pareti cellulari: il risultato è una fetta più compatta che assorbe fino al 25-30% di olio in meno durante la cottura.

Una nota onesta: le varietà moderne coltivate in Italia (la maggior parte degli ibridi commerciali) sono state selezionate per ridurre proprio l’amaro. Spurgarle resta comunque utile per il controllo dell’assorbimento di olio, ma trenta minuti sono più che sufficienti.

Friggere o grigliare? Cosa cambia davvero

La questione divide ogni famiglia italiana. Le nonne pugliesi, siciliane e campane non hanno dubbi: la vera parmigiana si fa con le melanzane fritte in olio di oliva o, secondo alcune scuole, in olio di semi a temperatura controllata (170-180 °C). Le versioni moderne, più leggere, prevedono melanzane grigliate o cotte al forno.

Cento grammi di melanzana cruda contengono circa 25 kcal e meno di 0,2 grammi di grassi. Dopo una frittura in olio profondo, lo stesso quantitativo può arrivare a 200-220 kcal, con un assorbimento medio di olio compreso tra il 12 e il 20% del peso, a seconda della temperatura, della varietà e del pretrattamento. La grigliatura mantiene il piatto sotto le 80 kcal per cento grammi e conserva meglio i polifenoli idrosolubili, in particolare l’acido clorogenico, un antiossidante studiato per i suoi effetti positivi sul metabolismo glucidico.

La frittura, però, ha un vantaggio organolettico innegabile: la reazione di Maillard sulla superficie crea quella crosticina dorata e quei composti aromatici che nessuna piastra può replicare. Il compromesso che molti agronomi e nutrizionisti suggeriscono è quello della doppia cottura: melanzane prima grigliate brevemente, poi assemblate con sugo e mozzarella e infornate. Si conserva gran parte del gusto e si dimezzano le calorie.

Le varietà migliori da coltivare nell’orto

Per chi ha la fortuna di avere un pezzo di terra, anche piccolo, coltivare le melanzane è una soddisfazione enorme. La pianta ama il caldo, ha bisogno di pieno sole, un terreno ben drenato e ricco di sostanza organica, e produce dalla fine di giugno fino a settembre nelle zone climatiche italiane (corrispondenti grosso modo alle zone USDA 8-10).

Lasagna di melanzane della nonna: il piatto della domenica che profuma di tradizione

Violetta lunga napoletana

La varietà classica del Sud, dalla forma allungata e cilindrica, polpa bianca e pochi semi. È perfetta per la parmigiana perché le fette risultano regolari e si dispongono bene a strati. Ciclo di circa 100 giorni dal trapianto.

Tonda di Firenze (Violetta di Firenze)

Frutto grosso, tondeggiante, costoluto, dal viola intenso. Polpa dolce e quasi priva di amaro, ideale per le grigliate e per chi vuole ridurre i tempi di spurgo. Varietà tradizionale toscana, iscritta nei registri delle varietà locali.

Nera di Napoli

Forma ovale, buccia viola scurissima quasi nera, polpa compatta. Resiste bene al trasporto e si presta a tutte le preparazioni, in particolare a quelle che richiedono lunghe cotture al forno.

Prosperosa, Rosa bianca, Tunisina

Le varietà rigate o bianche, oggi riscoperte, offrono sapori più delicati e contenuti di solanina inferiori. Sono ottime per chi soffre di reflusso o ha uno stomaco delicato.

Una regola d’oro per il coltivatore casalingo: la melanzana va raccolta giovane, quando la buccia è ancora lucida e i semi all’interno sono piccoli e bianchi. I frutti lasciati maturare troppo diventano amari, fibrosi e ricchi di glicoalcaloidi.

La ricetta tradizionale, passo dopo passo

Dosi per una teglia da 6 persone.

Ingredienti

  • 1,5 kg di melanzane (preferibilmente violetta lunga o tonda di Firenze)
  • 800 g di passata di pomodoro di qualità
  • 500 g di mozzarella fiordilatte scolata il giorno prima
  • 150 g di parmigiano reggiano grattugiato
  • 1 mazzetto di basilico fresco
  • 2 spicchi d’aglio
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale grosso per lo spurgo, sale fino per il sugo
  • Olio di semi di arachide per friggere (facoltativo)

Il giorno prima: la mozzarella

La mozzarella va affettata o sminuzzata e lasciata scolare in un colino in frigorifero per almeno dodici ore. È il segreto numero uno per evitare la parmigiana acquosa: il siero della mozzarella, rilasciato in cottura, è il principale responsabile del piatto "allagato".

Il sabato pomeriggio: spurgo e sugo

Tagliare le melanzane a fette di circa 5 mm, disporle in uno scolapasta a strati alternati con sale grosso, coprire con un peso e lasciare spurgare per almeno un’ora. Risciacquare e asciugare tamponando con un canovaccio pulito.

Nel frattempo, in una pentola capiente soffriggere l’aglio in olio extravergine, aggiungere la passata, qualche foglia di basilico e un pizzico di sale. Cuocere a fuoco molto basso per almeno 40-50 minuti: il sugo deve ridursi e diventare denso. Un sugo troppo liquido è il secondo nemico della parmigiana riuscita.

La cottura delle melanzane

Friggere le fette in olio caldo (170-180 °C) poche alla volta, fino a doratura, e scolarle su carta assorbente. In alternativa, spennellarle con olio e grigliarle su piastra rovente per 2-3 minuti per lato, oppure infornarle a 200 °C per 15 minuti girandole a metà cottura.

L’assemblaggio

In una teglia da forno stendere un velo di sugo, poi alternare gli strati: melanzane, sugo, mozzarella scolata, parmigiano, foglie di basilico spezzate a mano (mai tagliate con il coltello, ossiderebbero). Ripetere per quattro o cinque strati, terminando con sugo e una generosa spolverata di parmigiano.

Il riposo, il forno e la pazienza

Coprire con pellicola e riporre in frigorifero per tutta la notte. La mattina successiva tirare fuori dal frigo almeno un’ora prima di infornare, per permettere alla teglia di raggiungere la temperatura ambiente. Cuocere a 180 °C per 40-45 minuti, fino a quando la superficie sarà dorata e bollicinante.

Il colpo di genio finale: far riposare la lasagna fuori dal forno per almeno venti minuti prima di servirla. È in questa fase che gli strati si compattano, il formaggio si stabilizza e il piatto può essere tagliato in porzioni nette, da vera trattoria della domenica.

Un piatto che racconta chi siamo

Dietro a una teglia di lasagna di melanzane c’è la storia di un ortaggio arrivato da lontano, la pazienza di una cucina contadina che ha imparato a trasformare il poco in molto, e quella saggezza popolare che spesso anticipa la scienza di secoli. Spurgare con il sale, scolare la mozzarella, cuocere lentamente il sugo, lasciare riposare la teglia una notte: ogni gesto, oggi lo sappiamo, ha una spiegazione precisa in chimica degli alimenti.

Forse è anche per questo che la domenica, quando il piatto arriva in tavola fumante, nessuno ha più voglia di parlare. Si mangia, si sorride, e si ringrazia in silenzio chi ci ha insegnato che il tempo, in cucina, è l’ingrediente più prezioso di tutti.

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