Girasole con più teste o corone di mini-fiori? Come leggere le mutazioni del girasole

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Ad agosto, negli orti italiani, capita di trovarsi davanti a un girasole che non torna: uno stelo appiattito come un nastro, tre o quattro capolini sullo stesso fusto, oppure un capolino grande circondato da una corona di mini-fiori, come se la pianta avesse deciso di far crescere altri girasoli sul girasole. La reazione più comune è pensare a una mutazione rara. A volte è vero. Molto più spesso, però, quella stranezza racconta una storia diversa: una varietà comprata senza saperlo, un insetto che ha punto il bottone quando era grande come un pisello, oppure una settimana di caldo estremo nel momento sbagliato.

Questa non è la solita guida alla semina. È un piccolo manuale di lettura: impariamo a distinguere i casi che si somigliano, con un test pratico da fare in due minuti, e poi affrontiamo la domanda che quasi nessuno si pone: vale la pena raccogliere i semi di un girasole anomalo?

Prima cosa: il girasole non è un fiore, è una folla

Quello che chiamiamo il fiore del girasole è tecnicamente un capolino, cioè un’infiorescenza che raccoglie da qualche centinaio a oltre duemila fiori veri, tutti minuscoli e tutti seduti su un disco allargato. Ci sono due tipi di fiori. Al bordo stanno i fiori ligulati, quelli che noi leggiamo come petali: sono grandi, vistosi, simmetrici su un solo piano e di norma sterili, servono da insegna luminosa per gli insetti. Al centro stanno i fiori del disco, piccoli, tubulosi, con simmetria raggiata: quelli fertili, quelli che diventano i semi.

Capire questo cambia tutto, perché quasi tutte le anomalie di fioritura del girasole sono variazioni su un unico tema: qualcosa modifica il numero, la posizione o l’identità di questi fiorellini. Se i fiori del disco assumono l’aspetto dei ligulati si ottiene il capolino doppio, tutto arruffato e pieno di petali, come i girasoli a pompon o le gerbere doppie che sembrano un pupazzo di peluche. La biologia molecolare ha individuato i geni che governano questo equilibrio: nella famiglia CYCLOIDEA e nei geni MADS-box del girasole si decide chi diventa petalo e chi diventa seme, e piccole alterazioni spostano il confine tra la parte vistosa e la parte fertile.

Tre anomalie che si somigliano ma non sono parenti

1. La varietà ramificata comprata senza accorgersene

È il caso numero uno, e nessuno lo sospetta. Il girasole selvatico era naturalmente ramificato; la domesticazione ha selezionato il fusto unico con un solo grande capolino, ma nel Novecento la ramificazione è stata reintrodotta nelle linee coltivate per esigenze di ibridazione e, più tardi, per il mercato del fiore reciso. Nei cataloghi di sementi italiani questo carattere è ovunque: i girasoli multiflora, le varietà da vaso e da bouquet, i tipi a fiore bianco-crema come Italian White producono per costituzione tanti capolini piccoli su rami laterali. Non è una mutazione: è scritto nel pacchetto, spesso solo con la formula a fiore multiplo o branching.

Come si riconosce: i rami partono dalle ascelle delle foglie, distribuiti lungo il fusto in modo ordinato, ognuno con il suo peduncolo pulito e cilindrico; i capolini si aprono uno dopo l’altro, dal più alto verso il basso, e hanno tutti dimensioni simili. La pianta è armoniosa, non sembra affatto ferita. Sul carattere ramificazione la genetica è chiara: dipende da pochi loci principali, con controllo separato tra ramificazione apicale e basale, e si trasmette regolarmente alla discendenza.

2. Il capolino colpito: insetti, grandine, cimatura, caldo, gelo

Il secondo caso è un incidente. Il vertice del fusto, il meristema apicale, è il cantiere dove nasce il capolino. Se quel cantiere viene danneggiato quando il bottone è ancora piccolo, la pianta perde il suo centro di comando e attiva le gemme laterali che teneva in riserva: risultato, due, tre, cinque teste, quasi sempre asimmetriche, di dimensioni diverse, con una che resta nana o addirittura secca e nera.

Le cause tipiche italiane: punture di cimici e afidi sul bottone chiuso a giugno-luglio, grandinate estive al Nord, sfregamenti da vento, la cimatura fatta per gioco o per errore, e le ondate di calore mediterranee. Sopra i 35-38 °C, tipici di luglio e agosto al Centro-Sud, il polline del girasole perde vitalità e l’allegagione crolla: nelle prove su linee di girasole sottoposte a stress termico la produzione e la fertilità del polline si riducono drasticamente, con conseguente aborto di fiori e semi vuoti. Se lo stress arriva prima, in fase di bottone, può portare all’abortire del capolino principale e alla proliferazione dei secondari. La siccità in fase di bottone chiuso lavora nella stessa direzione.

Come si riconosce: caos. Nessuna simmetria, punti di inserzione irregolari e ravvicinati appena sotto il vertice, spesso una cicatrice, un moncone o un capolino deformato al centro della scena. Talvolta si vedono ancora i puntini scuri delle punture o le lesioni verdi chiare della grandine sulle foglie più vecchie.

3. La fasciazione vera (e la cresta)

La fasciazione è un’altra cosa: il meristema, invece di restare un punto, si allarga in una linea. Il fusto diventa piatto come un nastro o scanalato, largo anche cinque o dieci centimetri, e sopra quella cresta si formano più punti di crescita affiancati. Il capolino può diventare un lunghissimo capolino a ventaglio, oppure spezzarsi in una fila di teste allineate. Chi coltiva succulente conosce bene il fenomeno con il nome di crestatura, e lo si osserva anche su echium, salici, celosie.

Nel girasole esiste una mutazione recessiva ben caratterizzata, chiamata stem fasciated, che allarga il meristame apicale, altera la disposizione delle foglie, modifica i livelli di auxina e si trasmette secondo le regole mendeliane. Questo è il punto chiave: la fasciazione genetica è ereditabile, quella indotta da un urto, da un freddo tardivo o da un’infezione non lo è, anche se all’occhio sembra identica.

Il test pratico in tre mosse

  1. Guarda la simmetria. Rami regolari, ben distanziati, con capolini di taglia simile: varietà ramificata. Distribuzione disordinata e teste di dimensioni molto diverse: danno.
  2. Cerca il punto di inserzione. I rami nascono all’ascella delle foglie lungo tutto il fusto? Carattere varietale. Nascono tutti raggruppati negli ultimi centimetri, attorno a una cicatrice o a un moncone? Meristema apicale compromesso.
  3. Tocca e taglia lo stelo. Passa le dita sotto il capolino: se il fusto è appiattito, nastriforme o doppio, con una sezione ellittica anziché rotonda, sei davanti a una fasciazione. Il fusto cilindrico esclude la fasciazione anche in presenza di molte teste.

Un quarto controllo, veloce: se i mini-capolini crescono attaccati al retro o sul bordo del capolino principale, quasi senza peduncolo, non si tratta di rami ma di proliferazione del capolino stesso, cioè di gemme che si sono risvegliate dentro l’infiorescenza. È lo stesso fenomeno che nelle margherite fa comparire una pioggia di bottoncini al centro del fiore.

I casi da non confondere: fillodia, virescenza e batteri

Se i fiorellini diventano verdi e assumono l’aspetto di foglioline, il capolino si trasforma in un ciuffo vegetale e la pianta emette rami sottili con internodi accorciati, non è una mutazione: è quasi sempre una malattia. Nel girasole sono descritte fillodia e virescenza associate a fitoplasmi, batteri privi di parete trasmessi da cicaline che dirottano lo sviluppo floreale: le infiorescenze restano sterili e la pianta non produce semi utilizzabili. Un secondo sospettato, in vivaio e su piante ornamentali, è il batterio Rhodococcus fascians, che provoca la sindrome delle galle fogliose: proliferazione caotica di germogli nani, perdita di dominanza apicale, ammassi di foglioline alla base o ai nodi.

La regola pratica è semplice: colori strani e verdi al posto dei petali, insieme a rami filiformi e sterilità, fanno pensare a patogeni. In quel caso la pianta va estirpata e non conservata per la semente, e non si raccolgono semi da parcelle con più piante sintomatiche.

Un’altra confusione frequente riguarda la vivipary, cioè la germinazione dei semi ancora attaccati alla pianta madre: si vede spesso in pomodori e fragole, e nel girasole può comparire su capolini maturi rimasti bagnati a lungo. Sono germinelli, non fiori: si distinguono perché mostrano radichetta e due cotiledoni.

Perché in Italia le anomalie si vedono proprio in estate

Nelle nostre zone 8-10 il girasole si semina da aprile a fine maggio e fiorisce da inizio luglio a fine agosto, con tre-sei settimane di anticipo rispetto a molte aree statunitensi. Ne consegue che agosto è il mese in cui le anomalie diventano visibili nei nostri orti, mentre le semine tardive di giugno arrivano al bottone proprio nel picco delle ondate di calore. Al Centro-Sud pesano soprattutto temperature oltre i 35 °C, siccità in fase di bottone chiuso e punture di cimici e afidi; al Nord contano di più grandinate improvvise e rotture meccaniche da vento.

Girasole con più teste o corone di mini-fiori? Come leggere le mutazioni del girasole

La raccolta dei semi in Italia si concentra tra fine agosto e settembre. Nelle aree umide, Pianura Padana compresa, il rischio principale è il marciume del capolino: i funghi come Sclerotinia sclerotiorum e la botrite entrano sfruttando i petali secchi che restano appiccicati sul retro della testa e prosperano quando piove durante o subito dopo la fioritura. Il capolino ammuffisce dall’interno e i semi diventano rancidi. Difese semplici e non chimiche: buon arieggiamento tra le piante, evitare irrigazioni sulle teste, e proteggere i capolini destinati alla semente con sacchetti di rete traspirante, mai con plastica, che condensa umidità.

Conviene raccogliere i semi di un girasole mutato?

La risposta onesta è: quasi sempre no, se lo si fa sperando di replicare lo spettacolo. Il motivo è che la grande maggioranza delle anomalie osservate in orto è somatica o indotta dall’ambiente. Una mutazione somatica riguarda solo le cellule di quel ramo o di quel meristema e non passa nelle cellule che formano i gameti; un danno da insetto, grandine o calore non tocca affatto il DNA. In entrambi i casi i semi, se ci sono, daranno figli normalissimi.

Esistono però le eccezioni, e sono interessanti. Le anomalie genetiche stabili — la fasciazione di tipo stem fasciated, la ramificazione, la doppiezza del capolino — si ereditano, ma con due avvertenze. La prima: molti di questi caratteri sono recessivi, quindi possono scomparire in prima generazione e ricomparire in una parte della seconda. La seconda: le piante fasciate o profondamente deformate sono spesso poco fertili, con semi vuoti, piccoli o non germinabili, perché la struttura riproduttiva è disorganizzata. Vale la pena controllare la vitalità prima di illudersi: i semi buoni sono pieni, pesanti, con guscio ben formato; quelli piatti e leggeri si scartano con la prova dell’acqua o semplicemente stringendoli tra le dita.

Come impostare una micro-selezione su 2-3 generazioni

  • Anno 1. Scegli una sola pianta anomala e sana, senza sintomi sospetti di fitoplasmi. Isola un capolino con sacchetto di rete prima dell’apertura, scuoti a mano ogni due giorni per favorire l’autoimpollinazione, e annota data di semina, temperature massime e presenza di insetti. Raccogli separatamente e conserva in busta di carta, asciutto e al fresco.
  • Anno 2. Semina almeno 20-30 semi, non tre. Se l’anomalia era ambientale non vedrai nulla, e avrai già la risposta. Se è genetica recessiva potresti vedere pochissimi individui anomali: sono quelli da conservare.
  • Anno 3. Ripeti l’isolamento sulle piante che ripetono il carattere. Se la frequenza dell’anomalia aumenta di generazione in generazione, hai in mano un carattere ereditabile e stai facendo, in piccolo, esattamente ciò che fa un miglioratore genetico.

Un dettaglio che salva molte delusioni: se il girasole di partenza era un ibrido commerciale, i figli saranno comunque molto disomogenei per altezza, colore e dimensione del capolino, indipendentemente dall’anomalia.

Cosa cambia davvero in pratica

Le teste multiple non sono un difetto assoluto: dipende dall’obiettivo.

  • Chi coltiva per i semi deve sapere che più capolini significano semi più piccoli e maturazione scalare: la testa alta è pronta mentre le altre sono ancora lattiginose. Conviene raccogliere in più passaggi, quando il retro del capolino passa dal verde al giallo-bruno e le brattee seccano, e completare l’asciugatura all’ombra in luogo ventilato. Per la semente, meglio puntare su piante a fusto unico e capolino grande.
  • Chi coltiva per il fiore reciso ha tutto da guadagnare dalle varietà ramificate: steli più sottili, fiori di taglia media, fioritura distribuita su settimane invece di un unico grande capolino che dura pochi giorni. Chi vuole bouquet dovrebbe cercare esplicitamente i tipi multiflora, senza aspettare un colpo di fortuna.
  • Chi coltiva per gli impollinatori tenga presente due cose. Le varietà a capolino doppio, tutte petali, offrono poco polline e poco nettare perché i fiori fertili sono stati trasformati in ornamento; e le varietà senza polline, molto vendute per non macchiare i tavoli, sono praticamente inutili per le api. Meglio i girasoli ramificati a disco aperto e pollinifero, che scaglionano la fioritura da luglio a settembre proprio quando in campagna il cibo per gli insetti si fa scarso.

Alla fine, la lezione più bella è quella di partenza: guardare da vicino un capolino anomalo obbliga a scoprire che un girasole non è mai stato un fiore, ma una piccola città di fiori organizzata in spirali. Quando una regola di quella città viene infranta — da un gene, da una cimice o da una settimana a 38 °C — la pianta ci mostra le sue impalcature. Fotografala, misura lo stelo, prendi nota. Poi decidi in pace se vale la pena metterne da parte i semi.

Fonti

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