Pomodoro gigante megabloom: il fiore mostruoso che diventa un frutto da oltre un chilo

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Ogni estate, in qualche orto italiano, compare quel pomodoro. Enorme, largo come un piatto da dessert, tutto costoline e pieghe, così pesante che il ramo si piega. Chi lo raccoglie di solito racconta di averlo fatto crescere con concimi speciali o con qualche segreto di famiglia. La verità è più affascinante: quel frutto non è cresciuto tanto. È nato già gigante, perché non veniva da un fiore, ma da quattro, sei, a volte otto fiori saldati insieme in un unico bocciolo deforme. Gli appassionati anglosassoni lo chiamano megabloom. In Italia non ha un nome, ma lo abbiamo tutti visto almeno una volta sul primo palco di un Cuore di bue.

Capire questa cosa cambia completamente il modo di coltivare: significa che la partita per il pomodoro da un chilo si gioca settimane prima, quando il bocciolo è ancora chiuso e grande come un cece. E significa che quel frutto, per come è costruito dentro, è anche il più fragile della pianta.

Il frutto da record non cresce: nasce già enorme

Un fiore di pomodoro normale è piccolo, giallo, con cinque petali e un pistillo sottile al centro. Da lì nasce un frutto con due, tre, al massimo quattro logge, cioè quelle camerette interne piene di semi e gelatina.

Il megabloom è un’altra cosa. Durante la formazione del bocciolo, il minuscolo gruppo di cellule che dovrebbe generare un solo fiore si allarga e si divide male: al posto di un fiore si formano più fiori attaccati, con i petali fusi, gli stami uniti a nastro e un pistillo appiattito, largo, che sembra un piccolo ventaglio. Questo fenomeno si chiama fasciazione fiorale, dallo stesso latino di fascio: più organi legati insieme.

Quel fiore multiplo, se viene impollinato, produce un frutto multiplo: un pomodoro con dieci, venti, anche trenta logge, che al taglio sembra un mazzo di pomodori saldati. Non è una malattia, non è un virus, non si trasmette agli altri frutti. È un incidente di sviluppo, ed è esattamente l’incidente che porta ai frutti da 800 grammi, un chilo e mezzo, e nei casi record oltre due chili.

Perché capita: le notti fresche sui boccioli

Il numero di logge di un pomodoro dipende in buona parte dalla genetica. Le grandi varietà a frutto costoluto portano varianti di due geni storici, conosciuti nella ricerca come lc e fas, selezionate dall’uomo nei millenni proprio perché aumentano il numero di camere interne e quindi la dimensione del frutto. Sono gli stessi geni che regolano quanto rimane grande e attivo il centro di crescita del fiore: se resta più largo del normale, il frutto avrà più logge.

Su questa base genetica interviene il clima. La ricerca sperimentale mostra che notti fresche nel periodo in cui i boccioli si stanno differenziando fanno accumulare gibberelline nella pianta, gli ormoni della crescita vegetale, e questo aumenta il numero di logge dei fiori che si stanno formando. Freddo notturno più cultivar costoluta uguale probabilità alta di fiore fasciato. Il valore di riferimento pratico sono notti sotto i 12-13 gradi nelle due o tre settimane precedenti l’apertura del fiore.

Ecco perché in Italia il fiore-mostro esce quasi sempre sul primo o sul secondo palco, cioè sui primi due grappoli in basso:

  • al Nord e in collina succede con i trapianti anticipati di aprile sotto tunnel o tessuto non tessuto, quando di giorno si arriva a 25 gradi e di notte si scende a 8-10;
  • al Centro-Sud capita con le semine di fine inverno e le piantine tenute all’aperto troppo presto;
  • succede anche in serra fredda, se di notte si arieggia troppo o non si chiude in tempo.

Le varietà italiane più inclini sono quelle a frutto grosso e costoluto: Cuore di bue, Costoluto Fiorentino, Canestrino di Lucca, Gigante di Belmonte, Pantano Romanesco. Sui ciliegini e sui pomodori da salsa a frutto piccolo il fenomeno è raro.

Come riconoscere il bocciolo giusto, prima che si apra

Questa è la parte che quasi nessuno fa: guardare i boccioli. Bastano dieci secondi per palco. Il bocciolo che diventerà un frutto gigante si riconosce così:

  • è molto più grande dei fratelli sullo stesso grappolo, spesso il doppio;
  • non è affusolato ma appiattito e largo, come schiacciato tra due dita;
  • i sepali verdi sono più numerosi del normale e disordinati, alcuni saldati tra loro;
  • quando si apre, i petali gialli sono più di cinque, alcuni fusi, e la corolla appare doppia o tripla;
  • al centro il pistillo non è un fuscello ma un nastro appiattito, largo, a volte biforcato: è il segno più affidabile;
  • talvolta si vedono due o tre stigmi affiancati, come se il fiore avesse più teste.

Se trovate un bocciolo così, in quel momento potete decidere il destino della pianta. Perché un frutto da un chilo si prende tutto lo zucchero e tutta l’acqua che la pianta produce, e non tollera concorrenza.

La scelta: sacrificare il resto del grappolo

Chi vuole il frutto grosso deve fare una cosa che sembra crudele ma è decisiva: appena il fiore fasciato è allegato, cioè quando il frutticino ha superato la dimensione di una nocciola e si vede che ha attaccato, si eliminano tutti gli altri fiori e frutticini di quel grappolo. Si pizzicano con le dita o con una forbicina pulita. Rimane un frutto solo su tutto il palco.

Le altre accortezze, in ordine di importanza:

  • Sostegno fisico: il peduncolo di un Cuore di bue non regge un chilo e mezzo. Serve un reggifrutto: una rete a maglia larga, una calza di nylon, un cestello di plastica legato al palo, appoggiato sotto il frutto in modo che il peso non tiri sul picciolo. Va messo quando il frutto pesa 200-300 grammi, non dopo.
  • Sfemminellatura regolare: togliere i getti laterali all’ascella delle foglie ogni settimana, ma lasciare tutta la chioma sopra il frutto. Le foglie sono la fabbrica degli zuccheri, e servono a fare peso.
  • Concimazione equilibrata: potassio e calcio, non azoto a pioggia. L’azoto in eccesso allunga la pianta, ammorbidisce i tessuti e aumenta il rischio di spaccature e di marciume apicale.
  • Un frutto, una pianta: se l’obiettivo è il record, si lascia solo quel frutto e si lasciano invece produrre normalmente le altre piante dell’orto.

Perché un gigante si spacca: acqua, cuticola e temporali d’agosto

La spaccatura non è sfortuna. È fisica. La buccia del pomodoro è ricoperta da una pellicola cerosa, la cuticola, che cresce insieme al frutto ma a un certo punto raggiunge il suo limite di allungamento. Quando le radici assorbono improvvisamente molta acqua, la polpa si gonfia più veloce di quanto la buccia possa cedere, e la buccia cede di netto. Sui frutti giganti il problema è amplificato perché la superficie è enorme, le pieghe delle costole sono già linee di debolezza e la buccia dei pomodori costoluti è generalmente più sottile di quella dei pomodori da industria.

Gli sbalzi idrici sono il nemico numero uno, e in Italia arrivano puntuali tra fine luglio e fine agosto: due settimane di caldo secco, terreno che si asciuga, poi un temporale da trenta millimetri in mezz’ora. Il giorno dopo compaiono le fessure. Nelle zone alpine e in montagna la stessa scena si sposta a settembre.

Cosa funziona davvero:

  • irrigazione a goccia e costante, poca acqua tutti i giorni o a giorni alterni, mai il secchio dopo una settimana di sete;
  • pacciamatura con paglia, sfalcio d’erba secca o telo: mantiene l’umidità del terreno stabile e riduce l’effetto altalena;
  • ridurre l’acqua di poco, non azzerarla, nelle ultime due settimane prima della raccolta: un leggero deficit controllato rende il frutto più consistente e più sapido, mentre lo stress secco seguito da abbondanza è la ricetta perfetta per lo spacco;
  • ombreggio leggero, rete al 30-40 per cento, nelle regioni dove si superano stabilmente i 33-35 gradi: sopra quelle temperature la sintesi del licopene si blocca e compaiono le spalle verdi o gialle, e la buccia surriscaldata si fessura più facilmente;
  • foglie sopra il frutto: mai spogliare la pianta per far prendere sole al gigante. Il sole diretto su un frutto grande fa scottature e cracking concentrico.

Cicatrice basale e cuore cavo: i due punti debolissimi

Il frutto nato da fiore fasciato porta due cicatrici della sua origine. La prima è il grande segno rugoso e brunastro sul fondo, dove i fiori si erano fusi: è la cosiddetta faccia di gatto, il difetto che in italiano si dice semplicemente cicatrice basale allargata. Anche questa deriva dalle basse temperature durante lo sviluppo precoce del fiore, e non si può correggere a posteriori.

Pomodoro gigante megabloom: il fiore mostruoso che diventa un frutto da oltre un chilo

La seconda è la struttura interna: le logge fuse non riempiono mai lo spazio in modo uniforme, e al centro rimangono spesso vuoti d’aria e setti sottili. Un frutto così è come una casa con troppe stanze e poche pareti portanti. Se l’acqua entra dalla cicatrice basale o da una piccola fessura, dentro trova il vuoto ideale per far partire i lieviti: in due giorni il frutto fermenta dall’interno restando all’apparenza intatto. Chi ha coltivato giganti almeno una volta sa com’è la delusione di raccogliere un chilo e mezzo e trovarlo acido e schiumoso dentro.

Da qui la regola pratica più importante di tutto l’articolo: i pomodori giganti si raccolgono presto.

Quando raccoglierlo: leggere le suture e le spalle

La finestra reale di raccolta di un frutto multiplo arriva cinque-sette giorni prima di quanto suggerisca l’istinto. I segnali da leggere sono tre.

  1. Le linee di sutura. Sono i solchi tra le costole. Quando iniziano a schiarire, a diventare più chiare e leggermente lucide rispetto al resto della buccia, il frutto ha già completato l’accumulo di zuccheri e sta entrando nella fase in cui assorbe acqua senza più crescere. È il momento in cui si spacca.
  2. Il viraggio rosato. Il punto tecnico si chiama invaiatura: la parte apicale, quella opposta al picciolo, passa dal verde chiaro al rosa-arancio nel giro di uno o due giorni. Da quel momento il frutto è fisiologicamente autonomo: matura anche staccato, perché produce da solo l’etilene necessario. La leggenda che il pomodoro maturato sulla pianta sia sempre più buono vale per i frutti raccolti verdi, non per quelli già invaiati.
  3. Le spalle. Se le spalle restano verde scuro e duro mentre il resto colora, non aspettate che colorino: con il caldo forte spesso non lo faranno mai. Raccogliete e usate quella parte per la cottura.

Dove far finire la maturazione: in casa, in cassetta, in un solo strato, con il picciolo verso l’alto e senza che i frutti si tocchino, a 18-22 gradi, all’ombra, con aria che circola. Non in serra, dove si superano i 30 gradi e il colore si blocca. Non in frigorifero, dove sotto i 12 gradi la maturazione si interrompe e il gusto si appiattisce. Non sul davanzale al sole. Un gigante raccolto rosato completa il colore in quattro-sei giorni e arriva integro.

Se volete pesarlo per una gara o per la soddisfazione personale, pesatelo il giorno della raccolta: dopo, in cassetta, perde umidità e qualche decina di grammi.

In cucina e semi per l’anno prossimo

Un pomodoro costoluto irregolare è scomodo da affettare ma è il migliore per la panzanella, per l’insalata a spicchi grossi, per la bruschetta e per il pomodoro ripieno al forno, perché le logge fuse fanno vani perfetti da farcire. Le parti attorno alla cicatrice basale si tagliano via senza rimpianti e il resto si usa tutto. Un frutto da un chilo, con buccia sottile e polpa densa, dà anche un ottimo sugo crudo: schiacciato a mano, olio, basilico e nient’altro.

E i semi? Vale la pena conservarli, anche se con una premessa onesta. La tendenza a formare molte logge è ereditaria e si trasmette, quindi da un gigante hanno buone probabilità di nascere piante inclini a fare frutti grossi. Ma la fasciazione del singolo fiore dipende dal clima: la genetica dà la predisposizione, le notti fresche fanno il resto. Non è garantito che si ripeta, ed è proprio per questo che il gioco resta divertente.

Ripetere l’esperimento: calendario per l’Italia

  • Febbraio-marzo: semina in semenzaio tiepido, 22-24 gradi, di una varietà costoluta a frutto grande.
  • Due settimane prima del trapianto: portare le piantine, già con i primi boccioli visibili sul primo palco, in un ambiente con notti fresche controllate, intorno ai 10-12 gradi, e giornate normali. Serra fredda, veranda, cassone: basta poterle proteggere se scende sotto i 5 gradi. È questa la fase che innesca il fiore multiplo.
  • Aprile-maggio: trapianto in pieno campo, quando il terreno ha superato i 14 gradi. Palo robusto e pacciamatura subito.
  • Maggio-giugno: ispezione dei boccioli del primo e secondo palco. Individuato il fiore fasciato, si toglie tutto il resto del grappolo appena il frutticino ha allegato.
  • Luglio-agosto: reggifrutto, goccia costante, ombreggio se il caldo è estremo, controllo quotidiano delle suture.
  • Fine luglio-fine agosto (settembre in montagna): raccolta al viraggio rosato e maturazione in casa.

Il pomodoro gigante non è il premio di una pianta trattata bene per caso. È il risultato di una lettura: un bocciolo strano notato in tempo, un grappolo sacrificato, l’acqua tenuta calma e una raccolta anticipata di una settimana. Chi ci prova la prima volta di solito lo perde per uno spacco a due giorni dalla raccolta. Chi ci riprova, il secondo anno lo porta in tavola intero.

Fonti

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