Cicoria selvatica, il fiore azzurro dei fossi che in aiuola dura solo una mattina

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è una pianta che tutti abbiamo visto mille volte senza guardarla davvero: cresce sui bordi delle strade, sulle scarpate ferroviarie, negli incolti aridi di mezza Italia, con fusti legnosi e scarmigliati e dei fiori azzurro elettrico che sembrano ritagliati con le forbicine. È la cicoria selvatica, Cichorium intybus, e non è un’erbaccia qualunque: è la capostipite di radicchio, puntarelle, catalogna e indivia belga. In pratica, quella che ignoriamo nel fosso è la nonna di mezzo banco dell’ortofrutta.

Portarla in giardino si può, è facile e in Italia è anche una scelta ecologicamente sensata, perché qui non è un’esotica invadente ma una spontanea mediterranea di casa nostra. Però bisogna sapere tre cose che quasi nessuno racconta, e che spiegano perché tanti tentativi finiscono male o deludono. Vediamole una per una, e poi passiamo alla parte golosa: la radice tostata per il caffè.

Non è un’erbaccia: è la madre del radicchio

Dal punto di vista genetico, il gruppo delle cicorie coltivate si organizza in tre grandi famiglie: le cicorie da foglia (dove stanno radicchi, pan di zucchero e catalogne), le cicorie da radice (quelle da tostare, coltivate soprattutto nel Nord Europa) e la witloof, cioè l’indivia belga forzata al buio. Tutte discendono dalla stessa specie che vediamo nei fossi. Le catalogne italiane, comprese le celebri puntarelle romane, sono varietà selezionate per gli steli fiorali giovani, teneri e croccanti, ricchi di quei composti amari (lattoni sesquiterpenici) che sono la firma gustativa di tutta la famiglia.

Tradotto: se assaggiate le foglie basali di una cicoria selvatica in autunno, sentirete esattamente lo stesso amaro nobile del radicchio, solo più deciso. Non è una somiglianza casuale, è parentela stretta.

L’orologio floreale: ogni fiore vive poche ore

Qui sta la sorpresa più grande per chi la mette in aiuola. Quello che chiamiamo “fiore” della cicoria è in realtà un capolino, cioè un mazzetto di tanti fiorellini a linguetta con il bordo dentellato, come tagliato a mano. E quel capolino apre all’alba e si richiude entro la tarda mattinata. Poi non riapre più: sfiorisce, il colore si spegne, resta un batuffolo violaceo che si secca.

Le ricerche sulla durata di vita dei fiori di cicoria mostrano che questa longevità non è fissa: dipende dalla temperatura e dalla stagione. Nelle giornate fresche e nelle fioriture tardive di settembre i capolini restano aperti più a lungo, mentre nelle mattinate torride si chiudono prestissimo, perché tenere un fiore aperto costa acqua ed energia. Nelle estati del Sud e delle isole, con 35 gradi già alle dieci, capita di trovare la pianta “spenta” entro le nove e mezza.

Cosa significa in pratica per il giardino?

  • Posizionatela dove passate al mattino: ingresso di casa, vialetto, terrazzo della colazione, bordo dell’orto. In fondo al giardino, dove andate solo al tramonto, non la vedrete mai fiorita e penserete che non funzioni.
  • Puntate sulla densità: una pianta sola fa poche decine di capolini al giorno. Un gruppo di cinque o sei piante ravvicinate crea la macchia azzurra che tutti immaginano.
  • Fidatevi della fioritura scalare: ogni giorno si aprono fiori nuovi, per settimane. Da giugno a ottobre al Centro-Nord, con picco a luglio e agosto; al Sud e nelle isole la fioritura è più lunga e si spinge più avanti nell’autunno.

Detto in modo poetico ma vero: la cicoria è un fiore effimero. Non è un difetto, è il suo fascino. Intensissima all’alba, già memoria a mezzogiorno.

Perché quell’azzurro vira al rosa: prova in 30 secondi

Il pigmento responsabile dell’azzurro dei petali appartiene alla famiglia delle antocianine, in particolare a derivati della delfinidina legati a zuccheri e ad acido malonico. Le antocianine sono indicatori naturali di acidità: virano al rosso-rosa in ambiente acido e tendono al blu-violetto quando l’ambiente è più neutro o alcalino.

Ecco l’esperimento che potete fare adesso, senza attrezzatura: staccate un capolino appena aperto, mettetelo su un piattino e lasciateci cadere sopra una goccia di succo di limone o aceto. In pochi secondi l’azzurro elettrico diventa rosa-lilla. Provate poi con una goccia di acqua e bicarbonato: il colore si sposta verso il violetto-bluastro, a volte verdastro se esagerate. È lo stesso motivo per cui i capolini invecchiati o cotti dal sole di mezzogiorno appaiono slavati e rosati, e per cui nelle popolazioni spontanee compaiono ogni tanto individui rosa o addirittura bianchi: sono variazioni naturali del corredo di pigmenti.

È un piccolo laboratorio di chimica in giardino perfetto da fare con i bambini, e costa zero.

La regola d’oro: si semina a dimora, non si trapianta

Errore numero uno, quello che fa fallire nove tentativi su dieci: andare sul ciglio della strada con la paletta e provare a portarsi a casa una pianta adulta. Non funziona quasi mai, e c’è una ragione fisiologica precisa. La cicoria costruisce un fittone, cioè una radice principale carnosa, dritta e profondissima. Studi su colture di pieno campo hanno documentato assorbimento attivo di acqua da oltre due metri di profondità: è proprio questa architettura radicale a renderla così resistente alla siccità.

Quel fittone, però, si spezza appena si scava. E una cicoria con il fittone rotto, quasi sempre, deperisce e muore. Aggiungiamo che le piante di bordo strada crescono in terreni compattati e possono aver accumulato inquinanti da traffico: non è materiale da orto, né da aiuola.

La soluzione è semplicissima: si semina direttamente dove deve restare. I semi si raccolgono in autunno dalle piante spontanee (sono piccoli acheni chiari alla base dei vecchi capolini) oppure si acquistano come sementi di cicoria selvatica.

Quando seminare in Italia

  • Centro-Sud, isole, coste (zone 8-10): fine estate-inizio autunno, da metà settembre a fine ottobre, sfruttando le prime piogge. Le plantule svernano come rosetta e in primavera partono con un vantaggio enorme.
  • Nord e zone interne fredde: meglio marzo-aprile, perché i geli tardivi e i terreni fradici penalizzano le piantine autunnali. In alternativa, semina di fine agosto per dare tempo alla rosetta di irrobustirsi prima dell’inverno.

Rispetto ai calendari anglosassoni che circolano in rete, in Italia siamo in anticipo di circa tre-sei settimane per la semina autunnale al Centro-Sud: seguire alla lettera un calendario statunitense significa spesso seminare troppo tardi.

Come seminare, passo per passo

  1. Scegliete un punto in pieno sole: all’ombra fila, si sdraia e fiorisce poco.
  2. Ammorbidite il terreno in profondità con una forca, senza rivoltarlo troppo. Niente concime ricco: in terreno grasso fa foglioni molli e steli che si allettano.
  3. Seminate a spaglio o a postarelle, coprendo con mezzo centimetro-un centimetro di terra fine. Il seme è piccolo, se lo sotterrate troppo non emerge.
  4. Mantenete umido finché non nasce (in genere una-due settimane con temperature miti).
  5. Diradate lasciando una pianta ogni 25-30 centimetri se volete cespi robusti e radici grosse. È il passaggio che tutti saltano ed è quello che fa la differenza.

Sul terreno è di bocca buona: sopporta calcare, sassi, suoli poveri e magri. L’unica cosa che non perdona è il ristagno: nei terreni argillosi compatti del Nord va coltivata in aiuola rialzata o su cordolo drenante, altrimenti il fittone marcisce in inverno.

Cicoria selvatica, il fiore azzurro dei fossi che in aiuola dura solo una mattina

La radice tostata: il caffè di cicoria fatto in casa

Il caffè di cicoria non è un ripiego da tempi di guerra: è una bevanda con una sua identità, senza caffeina, dal gusto tostato-amaro con note di caramello e liquirizia. Si ottiene dalla radice, che va raccolta in ottobre-novembre del secondo anno, quando è al massimo dell’accumulo di riserve.

Il procedimento casalingo:

  1. Estrazione: scavate largo attorno alla pianta con una vanga, il fittone può superare i 20-30 centimetri di parte utile.
  2. Pulizia: lavate bene, spazzolate, eliminate le radichette laterali. Non serve sbucciare.
  3. Taglio: a cubetti o rondelle di 3-5 millimetri. Pezzi grossi tostano fuori e restano crudi dentro.
  4. Essiccazione: all’aria in luogo asciutto per qualche giorno, oppure in forno a 50-60 gradi fino a completa disidratazione. Passaggio obbligatorio: la radice fresca contiene molta acqua e in padella si stufa invece di tostare.
  5. Tostatura: in forno a 150-160 gradi per 30-50 minuti, girando spesso, oppure in padella di ferro a fuoco medio-basso. Si ferma quando i pezzi sono bruno scuro, fragili e profumati. Bruciata = amara e acre, senza rimedio.
  6. Macinatura e uso: si macina come il caffè e si prepara in moka, filtro o per decozione (un cucchiaino colmo per tazza, 3-4 minuti di bollore leggero).

Cosa succede dentro la radice durante la tostatura è stato studiato in dettaglio: l’inulina, la fibra solubile di riserva che rappresenta la frazione principale della radice, viene largamente degradata dal calore liberando zuccheri semplici che poi caramellizzano e imbruniscono, generando gli aromi tipici. Ecco perché la radice cruda sa di rapa amara e quella tostata sa di caffè: è chimica del calore, non magia. Va detto anche che l’inulina è una fibra prebiotica e che, in chi non è abituato, dosi generose possono dare gonfiore: meglio partire con tazze piccole.

E le foglie? Sono la stessa verdura che comprate a mazzi

Le foglie basali della rosetta, raccolte in autunno e a fine inverno prima della salita a fiore, sono la classica “cicoria di campo”: si lessano e si ripassano in padella con aglio e peperoncino, oppure si mescolano crude e giovanissime alle insalate. Dopo che la pianta ha emesso lo stelo fiorale diventano coriacee e amarissime: quello è il momento di lasciarla fiorire per le api e per i semi, non di mangiarla.

Api, sirfidi e aiuole senza irrigazione

Nelle zone aride del Centro-Sud la cicoria è una risorsa preziosa per gli insetti: i capolini sono visitati soprattutto da api (domestiche e selvatiche) e sirfidi, le mosche a strisce gialle e nere che sembrano vespe e le cui larve divorano afidi. Fiorendo in piena estate, quando molte fioriture spontanee sono già finite, copre un buco di calendario importante per gli impollinatori. Ed essendo una spontanea autoctona mediterranea, in Italia coltivarla non pone i problemi di invasività che vengono segnalati in altri continenti, dove è stata introdotta e a volte compare negli elenchi delle infestanti.

Un avvertimento pratico, però: si autosemina con entusiasmo. I fiori sono in buona parte autofertili, quindi anche una pianta isolata produce semi. Se non volete cicorie ovunque, tagliate gli steli quando i capolini si sono chiusi e stanno imbrunendo, prima che i semi maturino; oppure lasciatene fiorire e seminare solo un paio, sacrificando le altre. Le piante vecchie tendono a spettinarsi e a sdraiarsi: una cimatura a metà stagione le rende più compatte e stimola nuovi rami fioriferi.

In sintesi, il piano d’azione

  • Non dissotterrare piante selvatiche: seminare a dimora, settembre-ottobre al Centro-Sud, marzo-aprile al Nord.
  • Pieno sole, terreno povero e drenato, aiuola rialzata dove piove tanto e il suolo è argilloso.
  • Diradare a 25-30 cm, non concimare troppo, non irrigare una volta avviata.
  • Collocarla dove passate al mattino: i fiori chiudono verso metà giornata.
  • Secondo anno: radici in autunno per il caffè, foglie basali in autunno e fine inverno per la cucina.
  • Controllare l’autosemina tagliando gli steli sfioriti prima della maturazione dei semi.

È una pianta che chiede pochissimo e restituisce molto: colore, insetti utili, verdura d’inverno e una tazza fumante che sa di campagna. Basta accettare il suo patto, che è poi il patto di ogni cosa bella: bisogna esserci al momento giusto.

Fonti

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