Yorkshire pudding gigante: si gonfia senza lievito, ma solo se la teglia scotta davvero

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un impasto che non contiene un grammo di lievito, eppure in venti minuti di forno raddoppia, si arrampica sui bordi e diventa una ciotola dorata grande come una mano aperta. È il yorkshire pudding, il budino salato della cucina inglese che in Italia molti hanno visto solo nelle foto di un pranzo domenicale con l’arrosto. La cosa curiosa è che qui la ricetta conta meno di quanto crediamo: gli ingredienti sono tre (farina, uova, latte) e a fare la differenza è il calore. Se la teglia e il grasso non fumano, il risultato è una frittatina piatta. Se scottano, arriva la cupola.

Vale la pena raccontarlo bene, perché dietro c’è una storia di economia contadina che assomiglia moltissimo a quella delle nostre nonne, e una fisica semplicissima che spiega anche i bignè.

Prima la pastella, poi la carne: una furbizia da famiglia povera

Nelle case dell’Inghilterra del nord, prima che i forni domestici diventassero comuni, la carne girava sullo spiedo davanti al fuoco e sotto veniva messa una teglia per raccogliere il grasso che colava. Qualcuno ebbe l’idea di versare in quella teglia una pastella liquida, simile a quella delle crêpe: il grasso bollente la cuoceva, i succhi della carne le davano sapore e colore. Il piatto si chiamava letteralmente budino di grasso di gocciolatura, e solo a metà Settecento, con la diffusione di un celebre ricettario inglese, prese il nome geografico che conosciamo oggi.

Il dettaglio che quasi nessuno conosce riguarda l’ordine di servizio: il budino non arrivava a fianco dell’arrosto, arrivava prima, da solo, con il sugo di cottura. Il motivo non era gastronomico ma economico. La carne costava, la farina no. Chi si sedeva a tavola con lo stomaco già mezzo pieno di pastella e sugo chiedeva meno arrosto, e l’arrosto bastava per tutti.

Se suona familiare è perché è la stessa identica strategia della nostra tavola: il piatto di pasta o la minestra che precedono il secondo, il pane raffermo nel brodo, la polenta che riempie prima che arrivi il poco spezzatino. Cucine lontane, stessa aritmetica domestica. In Yorkshire l’orgoglio per questa preparazione è tale che una società scientifica britannica, anni fa, si divertì a fissare un criterio di qualità quasi normativo: sotto i dieci centimetri di altezza, non si può parlare di un vero budino dello Yorkshire.

Come fa a gonfiarsi se non c’è lievito

Nessun lievito di birra, nessun lievito chimico, nessuna montata di albumi. Il motore è uno solo: l’acqua che diventa vapore. La pastella è fatta per oltre metà del suo peso di liquido tra latte e uova. Quando quel liquido tocca una superficie a 200 gradi e passa i 100 gradi, si trasforma in vapore e aumenta di volume in modo enorme, spingendo verso l’alto la pellicola di impasto che lo circonda.

Il vapore però è un ospite impaziente: se trova una parete morbida, la buca ed esce. Perché la cupola resti in piedi serve che l’involucro indurisca mentre si gonfia. A questo pensano due materiali. Le proteine dell’uovo iniziano a coagulare già intorno ai 60-65 gradi e completano la rassodatura sopra i 78-80 gradi, formando una rete che imprigiona il gas. L’amido della farina, nel frattempo, assorbe acqua, si rigonfia e gelatinizza, irrigidendo la struttura. Il glutine fa da armatura elastica nella fase iniziale, poi cede il posto a questa impalcatura rigida.

La riuscita è quindi una gara di velocità: il vapore deve arrivare in massa quando la parete sta già cominciando a solidificare. Troppo lento il calore, il vapore esce piano e non solleva nulla. Troppo debole la struttura, la cupola cresce e collassa.

Le proporzioni giuste e il riposo della pastella

La regola tradizionale, tramandata a occhio nelle cucine di famiglia, è la più semplice del mondo: stesso volume di uova, latte e farina. Si rompono le uova in un misurino, si legge il volume, si usa lo stesso volume di latte e lo stesso volume di farina. In pratica, per una pastella da 8-12 pezzi: 3 uova grandi (circa 150-165 ml), 165 ml di latte intero, 165 ml di farina debole (circa 95-100 g), un pizzico generoso di sale. Molti aggiungono un cucchiaio d’acqua fredda: rende la pastella più fluida e produce più vapore.

La consistenza deve essere quella di una panna liquida, non di una crema: se il cucchiaio lascia una traccia che resta, siete troppo densi. Una pastella spessa fa un budino compatto e basso, perché il vapore fatica a spostare la massa.

Poi c’è il riposo, il passaggio che quasi tutti saltano. Lasciare la pastella almeno mezz’ora, meglio dalle due ore a tutta la notte in frigorifero, serve a due cose. Primo, i granuli di amido si idratano completamente e la viscosità si stabilizza: niente grumi secchi che assorbono liquido in cottura. Secondo, la maglia di glutine formata durante la frusta si rilassa, quindi in forno si lascia stirare invece di opporsi. Chi la prepara la sera prima e la tiene coperta in frigo ottiene di norma budini più alti e più regolari. Un consiglio pratico: mescolate di nuovo con la frusta appena prima di versare, perché l’amido si deposita sul fondo.

La teglia rovente: qui si vince o si perde

Questo è il punto in cui la maggior parte dei tentativi domestici fallisce. Il grasso nella teglia non deve essere caldo: deve fumare. Si scalda il forno a 220-230 gradi in modalità statica, si mette dentro la teglia con un cucchiaino di grasso in ogni cavità (o due cucchiai in una teglia unica) e si aspetta 10-15 minuti buoni. Quando si apre lo sportello si deve vedere il filo di fumo che sale.

Sul tipo di grasso: la scelta storica è il grasso di manzo o il fondo dell’arrosto, che dà il sapore inconfondibile. In alternativa vanno benissimo strutto, olio di semi di arachide o di girasole alto oleico, tutti con punto di fumo elevato. Da evitare burro e olio extravergine delicato, che bruciano prima di arrivare alla temperatura utile e regalano amaro.

Il contenitore conta quanto il grasso: serve metallo pesante, acciaio o ferro, teglie da muffin robuste o stampi tradizionali. Le teglie antiaderenti sottili si deformano, non accumulano calore e non danno lo shock termico necessario. Il vetro e la ceramica scaldano troppo lentamente.

La sequenza è rapida e va fatta con decisione: si sfila la teglia, si versa la pastella fredda di frigo riempiendo circa metà o due terzi di ogni cavità, si sente lo sfrigolio e si rientra in forno immediatamente, sul ripiano medio-basso. Da quel momento lo sportello non si apre. Nemmeno per sbirciare. Ogni apertura fa crollare la temperatura e il vapore interno si condensa: la cupola si affloscia e non risale più. Se il forno ha il vetro sporco, pulitelo prima e guardate da lì.

La versione gigante da riempire: una ciotola commestibile

La variante spettacolare è quella in teglia singola: una sola padella in ferro o una tortiera bassa da 20-24 centimetri, un solo budino enorme che sale sui bordi e lascia al centro una conca. Diventa un piatto unico da riempire con arrosto a fette, patate, verdure e sugo di fondo di cottura.

Yorkshire pudding gigante: si gonfia senza lievito, ma solo se la teglia scotta davvero

Le regole cambiano un po’ rispetto ai pirottini piccoli, perché la massa è maggiore:

  • Grasso abbondante e ben distribuito, circa 2-3 cucchiai, portato a fumo per almeno 12-15 minuti.
  • Primi 15 minuti a 230 gradi per innescare la salita, poi si abbassa a 200-210 gradi per altri 15-20 minuti per asciugare l’interno.
  • Non riempire oltre metà dell’altezza dello stampo: serve spazio perché il bordo si arrampichi.
  • La cupola sale più alta ma il bordo è più fragile: va cotto fino a un colore ambrato deciso, quasi scuro. Un budino pallido è un budino che si sgonfia.

Il nemico numero uno della versione gigante è il fondo inzuppato. Due accorgimenti risolvono: sfornare, bucherellare eventuali bolle grosse e lasciare riposare due minuti fuori dallo stampo su una griglia, così il vapore residuo esce da sotto invece di condensarsi; e riempire solo all’ultimo momento, mettendo per primi gli elementi asciutti (carne, patate) e versando il sugo caldo sopra, direttamente nel piatto di chi mangia. Il sugo di fondo di cottura si prepara deglassando la teglia dell’arrosto con brodo o vino, raschiando i residui bruniti e legando con un cucchiaio di farina tostata nel grasso.

Gli avanzi si recuperano bene: in forno a 200 gradi per 4-5 minuti tornano croccanti (nel microonde diventano gommosi). Freddi e già cotti si congelano perfettamente e si rigenerano da congelati in 6-8 minuti.

I tre errori che spiegano quasi tutti i fallimenti

Nella pratica di cucina, quando un budino resta piatto la causa è quasi sempre una di queste tre, e sono tutte varianti dello stesso principio fisico.

  1. Grasso non fumante. Senza lo scatto termico iniziale il vapore si forma lentamente e fugge prima che la struttura si rassodi.
  2. Pastella sbagliata. Troppo densa (poco liquido da trasformare in vapore, massa pesante da sollevare), oppure appena fatta e a temperatura ambiente, quindi con amido non idratato e glutine ancora contratto.
  3. Forno aperto a metà cottura. Calo di temperatura e condensa: la cupola implode e non torna su.

A questi si aggiunge un errore silenzioso: riempire troppo gli stampi. Con la pastella oltre i due terzi, la crescita è verso l’esterno invece che verso l’alto e i budini si saldano tra loro.

Cugini vicini e lontani: dalla salsiccia nel budino ai bignè

Con la stessa pastella si fa il toad in the hole, letteralmente il rospo nella buca: salsicce rosolate in teglia, pastella versata sopra il loro grasso rovente, tutto in forno finché il budino sale intorno alle salsicce. È il piatto povero della settimana, quello che nello Yorkshire si mangiava quando l’arrosto non c’era.

Dall’altra parte dell’Atlantico esistono i popover, sostanzialmente la stessa pastella cotta in stampi alti e stretti, spesso con burro invece del grasso di carne e serviti anche dolci: cambiano il contenitore e il contorno, non la fisica.

E qui arriva il collegamento che sorprende sempre: lo stesso identico meccanismo governa la pasta choux, cioè bignè, éclair e zeppole. Anche lì niente lievito, solo acqua che evapora in un guscio di uova e amido che si irrigidisce mentre si gonfia, lasciando dentro una cavità vuota. Chi ha imparato a non aprire il forno con i bignè ha già imparato tutto sul budino inglese.

Che cosa si porta in tavola dal punto di vista nutrizionale

Gli ingredienti di base sono onesti: uova, latte, farina. Le uova apportano proteine complete di alto valore biologico, colina, vitamine del gruppo B e vitamina D; il latte intero contribuisce con calcio e proteine; la farina fornisce amido, cioè energia a rilascio graduale, in quantità maggiore se si usa farina integrale.

Facendo i conti su una pastella tipo da 3 uova, 165 ml di latte, 100 g di farina e circa 40 g di grasso da cottura, si arriva a poco più di 1200-1300 chilocalorie totali: divise in 12 pirottini fanno circa 100-110 chilocalorie a pezzo, con 3-4 grammi di proteine ciascuno. Non è un alimento pesante di per sé; a spostare l’ago della bilancia sono il grasso di cottura assorbito e, soprattutto, ciò che ci si mette dentro. La versione gigante ripiena di arrosto e sugo è a tutti gli effetti un piatto unico completo, e come tale va considerata nel pasto.

Due accortezze sensate: dosare il sale, perché sugo di carne e fondo di cottura ne contengono già parecchio; e non spingere la cottura oltre il bruno scuro, perché nei prodotti a base di amido cotti a temperatura alta le zone troppo scurite sono anche quelle in cui si accumulano i composti della reazione di Maillard meno desiderabili. Il colore giusto è ambrato intenso, non nero.

Il riassunto da tenere a mente

Pastella liquida come panna, stesso volume di uova, latte e farina. Riposo lungo, meglio in frigorifero. Teglia di metallo pesante con grasso portato a fumo a 220-230 gradi. Versamento rapido, riempimento a metà, sportello chiuso fino alla fine. Colore ambrato deciso prima di sfornare. E, se avete voglia di raccontare una storia a tavola, servite il budino gigante prima dell’arrosto, con il solo sugo: è così che si faceva nelle cucine dove la carne era un lusso e la fantasia no.

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