La pentola smaltata a pois della nonna: a cosa servono le punte sotto il coperchio

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Sta in fondo alla credenza, spesso dietro le pentole che usiamo tutti i giorni: quella grande rosticciera ovale, nera o blu, tutta puntinata di bianco, con il suo coperchio bombato. L’abbiamo ereditata, la tiriamo fuori due volte l’anno e il resto del tempo ci chiediamo se serva ancora a qualcosa. La risposta breve è sì. La risposta lunga è che quel recipiente fa una cosa precisa, che le teglie moderne non fanno, e la fa grazie a un dettaglio che quasi nessuno guarda: le decine di piccole punte o creste che sporgono dalla parte interna del coperchio.

Non sono decorazioni: sono un impianto di irrigazione

Capovolgi il coperchio e passaci un dito sopra. Senti quelle bugne fitte, come una grattugia gentile. Non le ha messe lì un designer annoiato: sono un sistema di bagnatura automatica, quello che in inglese si chiama self-basting, cioè che si irrora da solo.

La fisica è semplicissima. Quando la carne cuoce, perde acqua sotto forma di vapore. Il vapore sale, incontra il metallo del coperchio che è più freddo (perché scambia calore con l’aria del forno e con l’esterno) e condensa in minuscole gocce. Su un coperchio liscio e a cupola quelle gocce fanno quello che fa la pioggia su un tetto spiovente: scivolano verso il bordo e finiscono nel fondo, ai lati dell’arrosto. Sulla carne non ci tornano mai.

Le punte cambiano il percorso. Ogni bugna è un punto di raccolta e di distacco: la goccia si ferma lì, ingrossa e cade verticalmente, proprio sopra il pezzo di carne. Il risultato è una pioggia fine e continua, distribuita su tutta la superficie invece che concentrata sui bordi. È il motivo per cui, con questo tipo di coperchio, un pollo o un tacchino restano umidi in superficie senza che tu debba aprire il forno ogni venti minuti a irrorarli col cucchiaio.

Acciaio sottile vestito di vetro: cosa comporta davvero

La rosticciera smaltata non è ghisa e non è alluminio pesante. È una lamiera d’acciaio sottile, spesso meno di un millimetro, ricoperta su entrambi i lati da uno strato di vetro fuso a temperature altissime, intorno agli 800 gradi. Quel vetro non è una vernice: è materiale ceramico vetrificato, chimicamente inerte, che rende la superficie liscia, lavabile e non reattiva con i cibi.

Da questa struttura discendono tutti i pregi e tutti i difetti dell’oggetto.

  • Si scalda in fretta: poca massa, poca inerzia. In forno arriva a regime rapidamente.
  • Non accumula calore: appena metti dentro qualcosa di freddo, la temperatura della parete crolla. Per questo è pessima sul fornello per rosolare: la carne appoggiata sbianca, rilascia acqua e finisce per lessarsi invece di dorarsi.
  • Il vetro lavora in compressione: lo smalto è progettato per avere un coefficiente di dilatazione leggermente diverso da quello dell’acciaio, in modo da restare sempre schiacciato contro il metallo. Finché resta compresso è resistentissimo; quando lo metti in trazione, per esempio con un colpo o con uno sbalzo termico violento, salta a scaglie.

La regola dei due terzi: coperchio sì, ma non fino alla fine

Ecco l’errore più comune, quello che fa uscire arrosti pallidi e mollicci: tenere il coperchio per tutta la cottura. Dentro quel recipiente chiuso l’ambiente è saturo di vapore e la superficie della carne non supera di molto i 100 gradi. A quella temperatura la reazione di Maillard, cioè l’imbrunimento che crea crosta, profumo e sapore, procede pigra o non procede affatto. Serve superficie asciutta e calore secco.

Il metodo che funziona, ed è quello che si tramanda nelle cucine di casa senza spiegarlo mai:

  1. Rosolatura a parte, in una padella pesante di ferro o ghisa ben calda. Non farlo nella rosticciera: non ha la massa per farlo bene.
  2. Trasferimento nella rosticciera, meglio su una griglietta o su un letto di verdure, così la carne non bolle nel proprio grasso.
  3. Coperchio per i primi due terzi del tempo: qui lavorano le punte, la carne si cuoce dolcemente e resta idratata.
  4. Coperchio via nell’ultimo terzo, con temperatura alzata di 20-30 gradi: la pelle si asciuga, tira e diventa croccante.

Un altro trucco che vale oro: intorno all’arrosto metti patate a pezzi grossi, carote e cipolle intere tagliate a metà. Assorbono i grassi, profumano il fondo e ti regalano una salsa già pronta senza dover preparare nulla a parte. Con il coperchio non bruciano mai.

Tre cose per cui è insuperabile, una per cui è pessima

Arrosto di maiale a cottura lenta. Spalla o coppa a 150-160 gradi per tre o quattro ore, coperchio quasi sempre su. Il collagene si scioglie, la carne si sfalda con la forchetta. Nella tradizione mitteleuropea questo recipiente ha fatto la fortuna dell’abbinamento maiale, crauti, carote e patate.

Pollo o tacchino interi con verdure nel fondo. È il suo mestiere naturale: la forma ovale è pensata per contenere un volatile intero e il coperchio a punte compensa la tendenza del petto ad asciugarsi prima delle cosce. Ricorda comunque che il pollame va portato a 74 gradi al cuore, misurati nella parte più spessa della coscia.

Brasati, spezzatini, ragù di famiglia. In forno, per ore, a fuoco basso. In pratica funziona come un enorme recipiente da brasatura: molti la usano anche come contenitore di appoggio per cuocere il pane, infilandoci dentro lo stampo e sfruttando il vapore intrappolato per far crescere bene la crosta.

Dove invece delude: tutto ciò che deve gratinare, croccare o dorare in fretta. Lasagne con crosticina, patate al forno super croccanti, gratin di verdure, pizze in teglia. Le pareti alte e il metallo sottile creano un microclima umido e riflettono male il calore verso il basso: meglio una teglia bassa o una pirofila.

Perché è nata, e perché quei pois li abbiamo visti tutti

Lo smalto porcellanato su ferro si diffonde nelle cucine europee e americane nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’industria impara a vetrificare la lamiera in modo affidabile ed economico. Era una piccola rivoluzione igienica: prima si cucinava in rame stagnato, che andava ristagnato periodicamente, o in ghisa nuda, che con i cibi acidi dava sapore metallico. Una superficie di vetro liscia, lavabile, che non arrugginisce e non reagisce con pomodoro e aceto, in un’epoca senza detersivi moderni valeva moltissimo.

La pentola smaltata a pois della nonna: a cosa servono le punte sotto il coperchio

La spruzzatura bianca su fondo scuro nasce per un motivo pratico prima che estetico: la finitura screziata, che ricorda il granito da cui deriva il nome commerciale graniteware, nasconde le piccole imperfezioni della smaltatura industriale e le macchie d’uso. Il blu con i pois bianchi è diventato per decenni il vestito standard di questi oggetti in mezzo mondo, dalle cucine contadine europee ai campeggi americani, perché costava poco produrlo e piaceva a tutti.

E l’arrosto della nonna che sapeva diverso a parità di ricetta? In buona parte è proprio questo recipiente: pareti alte, coperchio che gocciola, forno a legna o a gas senza ventola, tempi lunghi. Un ambiente umido e lento che nessun forno ventilato riproduce se lo usi con una teglia aperta.

Il test dello smalto: quando si usa ancora e quando va pensionata

Questa è la parte che quasi nessuno scrive, ed è la più importante. Girate il pezzo alla luce e guardatelo bene, dentro e sotto.

Scheggiature fino al metallo scuro

Se vedete il ferro grigio o già arrugginito, quella zona non è più protetta. Non è un veleno: l’acciaio sotto non è tossico, e un po’ di ferro nel cibo non fa male a nessuno. Il problema è chimico e pratico. Gli alimenti acidi, cioè pomodoro, vino, aceto, agrumi, e in generale le cotture lunghe, attaccano il metallo esposto: si sente un sapore metallico, il cibo può scurirsi e soprattutto la ruggine avanza sotto il bordo dello smalto, che comincia a staccarsi a schegge. Un pezzo così può ancora servire per pane, patate, verdure, carni non acide. Va invece ritirato da salse, brasati al vino e ragù.

Crepe a ragnatela e bordi taglienti

Le microfessure che formano un reticolo trattengono residui di cibo e grasso che nessuna spugna riesce a togliere: sono un punto debole igienico, soprattutto sulle superfici interne. Se poi ci sono schegge mobili o bordi affilati, il rischio è ritrovarsi frammenti duri nel piatto. Quel pezzo ha finito la carriera in cucina.

Pezzi molto vecchi, importati o decorati a colori

Le normative europee sulla cessione di piombo e cadmio dai materiali ceramici e vetrosi a contatto con gli alimenti sono relativamente recenti e vengono verificate con prove di migrazione in acido acetico. Gli smalti moderni destinati al contatto alimentare rispettano limiti severi; quelli molto datati, e in particolare le decorazioni colorate applicate a bassa temperatura, gialle, rosse e arancioni soprattutto, non sono mai stati controllati con quegli standard. La regola prudente è banale: se il pezzo è antico, di provenienza incerta o vistosamente decorato all’interno, usalo come contenitore decorativo o solo per cotture rapide e non acide, e prediligi per la cucina di tutti i giorni pezzi integri e in tinta unita.

Shock termico e fondo annerito: due errori e due rimedi

Lo smalto salta soprattutto per sbalzo termico. Mai passare la rosticciera bollente sotto l’acqua fredda, mai appoggiarla rovente su un piano di pietra o metallo gelido, mai versare acqua fredda dentro un fondo di cottura ancora fumante. Il vetro e l’acciaio si contraggono con velocità diverse e il rivestimento si stacca a scaglie. Lasciala raffreddare all’aria, poi mettila a bagno.

Per il fondo annerito, niente paglietta metallica, niente polveri abrasive aggressive: righerebbero il vetro creando proprio quelle microporosità che poi trattengono lo sporco. Il metodo che funziona è chimico e paziente: riempire con acqua e un paio di cucchiai di bicarbonato, portare a sobbollire dolcemente in forno o su fuoco basso per venti minuti, spegnere, lasciar intiepidire, poi passare con spugna morbida o spatola di silicone. Per gli aloni scuri ostinati, una pasta di bicarbonato e poca acqua lasciata agire un’ora fa quasi sempre il resto. Asciugare sempre bene, soprattutto se ci sono scheggiature: l’umidità residua è la migliore alleata della ruggine.

Tenerla o darla via?

Un pezzo integro, con lo smalto continuo e il coperchio a punte in buono stato, vale più di parecchie pentole nuove: è leggero, cuoce per ore senza vizi, costa poco anche se lo comprate usato e fa una cosa che le teglie moderne non fanno. Vale la pena tirarlo fuori dalla credenza e usarlo dieci volte l’anno, non due.

Un pezzo martoriato, con lo smalto che si sfoglia e la ruggine che avanza, non è un dramma né un pericolo da smaltire con precauzioni speciali: semplicemente non è più un utensile da cucina. Ha però ancora una vita davanti come fioriera, come portaombrelli, come contenitore per la legna. È il destino dignitoso di un oggetto che ha già lavorato per due o tre generazioni.

Fonti

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