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Ronza, resta sospesa in aria davanti a un fiore, infila una lunghissima proboscide nella corolla e sparisce in un lampo. Quasi tutti, la prima volta, pensano di aver visto un colibrì. In Italia i colibrì non esistono allo stato selvatico: quello che avete davanti è la sfinge colibrì, chiamata anche sfinge del galio o falena colibrì, nome scientifico Macroglossum stellatarum. È una farfalla notturna che ha deciso di vivere di giorno, e che con il volo stazionario ha imparato a fare esattamente quello che fanno gli uccelli tropicali dall’altra parte del mondo.
La cosa davvero interessante, però, non è la somiglianza. È il fatto che questo insetto è un visitatore fedele: impara dove sono i fiori buoni, se li ricorda e torna. Sugli stessi vasi, spesso alla stessa ora, per giorni di fila. Chi coltiva due gerani e una lavanda su un terrazzo di città può, con poche scelte azzeccate, trasformare un incontro casuale in un appuntamento quotidiano.
Come riconoscerla in tre secondi
La sfinge colibrì è piccola: apertura alare intorno ai 4-6 centimetri, corpo tozzo e peloso, di colore bruno-grigio. Le ali anteriori sono grigio-brune e opache, quelle posteriori — visibili solo in volo, come un lampo — sono arancio vivo. La coda termina con un ciuffo di setole nere e bianche che ricorda le penne timoniere di un uccellino, e che l’animale apre a ventaglio per stabilizzarsi mentre resta fermo in aria.
Il dettaglio che convince tutti è la spirotromba, la proboscide: lunga anche 25-28 millimetri, srotolata come una cannuccia mentre l’insetto è sospeso a qualche centimetro dal fiore. Non si posa quasi mai. Aspira il nettare in volo, per uno o due secondi, poi scatta al fiore successivo.
Il ronzio che si sente è reale ed è dovuto alla frequenza dei battiti d’ala: misurazioni in laboratorio su animali in volo stazionario indicano circa 74-79 battiti al secondo, cioè valori nell’ordine dei 70-80 Hz, paragonabili a quelli dei colibrì più piccoli. Ecco perché è quasi impossibile fotografarla a mano libera: a tempi di posa normali le ali diventano una nuvola sfocata e il corpo, che oscilla di continuo per correggere la posizione, esce mosso. Chi vuole provarci deve lavorare in pieno sole, con tempi molto rapidi (1/2000 di secondo o meno), messa a fuoco pre-impostata sul fiore e pazienza: si aspetta l’insetto sul fiore, non lo si insegue.
Perché vola di giorno e perché ronza in quel modo
Macroglossum stellatarum appartiene alla famiglia degli sfingidi, quasi tutti crepuscolari o notturni. Lei ha fatto una scelta diversa: vola con il sole, soprattutto nelle ore centrali e nel primo pomeriggio, e prosegue fino al crepuscolo. Il motivo è energetico ed è anche visivo: il volo stazionario davanti a un bersaglio piccolo e ondeggiante richiede un controllo continuo basato sulla vista, e la luce piena rende tutto più preciso.
Le ricerche sul suo comportamento hanno mostrato che questa falena usa i segnali cromatici del fiore — le cosiddette guide del nettare, cioè le venature e le macchie che convergono verso il centro della corolla — per guidare i movimenti della proboscide mentre resta sospesa. In pratica non infila la cannuccia a caso: legge il disegno del fiore e punta al centro. Ha inoltre preferenze innate, presenti già alla prima uscita: gli individui appena sfarfallati, senza alcuna esperienza, si dirigono spontaneamente verso il blu e il violetto, e verso corolle piccole, tubulose, riunite in mazzetti. Poi imparano, e l’esperienza modifica le preferenze iniziali.
Il visitatore fedele: memoria, orari e giri di ronda
Qui sta la parte che rende la sfinge colibrì così affascinante per chi ha un balcone. Come molti impollinatori efficienti, tende a costruirsi un percorso di visita: individua alcune fonti di nettare produttive e le ripercorre in sequenza, tornandoci a intervalli regolari. È un comportamento noto tra gli studiosi degli impollinatori, ed è la ragione per cui a molti sembra di rivedere sempre la stessa sfinge, magari verso le cinque del pomeriggio, sulla stessa fioriera di verbena.
Molto spesso è davvero lo stesso individuo. A differenza di quasi tutte le farfalle nostrane, questa specie può vivere diversi mesi da adulto: significa che un singolo animale ha tutto il tempo di imparare la geografia del vostro terrazzo, memorizzare il colore e la forma dei fiori più ricchi e ripassare. Chi la osserva con costanza nota anche i segni individuali: un’ala sfrangiata, una macchia più chiara, un volo leggermente sbilanciato. Studi sul volo hanno verificato che, pur con ali danneggiate, questi insetti compensano modificando ampiezza e frequenza del battito e continuano a inseguire il fiore con la stessa precisione.
I fiori che la fanno fermare davvero
Non tutte le fioriture funzionano. Alla sfinge colibrì servono corolle tubulose e profonde, ricche di nettare, riunite in infiorescenze che le permettano di restare nella stessa posizione e servirsi più volte. In pieno sole, possibilmente riparate dal vento forte, perché il volo stazionario con raffiche diventa faticosissimo.
- Valeriana rossa (Centranthus ruber): la regina assoluta, cresce anche sui muri e nei vasi trascurati.
- Verbena bonariensis: steli alti, mazzetti viola, fiorisce fino all’autunno inoltrato.
- Buddleja davidii: enorme richiamo, da tenere sotto controllo perché in alcune aree si comporta da invadente.
- Lantana, petunia e surfinia: perfette per i balconi, tubulose e generose.
- Lavanda, salvie ornamentali, timo in fiore, caprifoglio, flox, garofanini.
Un consiglio pratico: meglio pochi generi in gruppi grandi che venti specie diverse in vasetti sparsi. Una macchia di colore ampia si vede da lontano e vale la deviazione; un singolo fiorellino no. E il nettare va rinnovato: irrigazione regolare e concimazione leggera mantengono la produzione. Piante in stress idrico producono poco nettare e vengono abbandonate in fretta.
Punge? Morde? È la processionaria?
No, no e no. Sono le tre domande che arrivano più spesso, e la risposta è tranquillizzante su tutti i fronti.
La sfinge colibrì non punge: non possiede pungiglione, che negli insetti è una struttura tipica di api, vespe e calabroni. Quello che sembra un aculeo è la proboscide, un organo morbido fatto solo per aspirare liquidi zuccherini. Non morde: da adulta non ha apparato masticatore. Non è aggressiva, non entra in casa per attaccare nessuno e se si avvicina al viso o ai vestiti colorati è perché sta valutando se siate un fiore. Per cani e gatti è del tutto innocua, anche nel malaugurato caso che uno la catturi al volo.

Non ha inoltre nulla a che vedere con la processionaria del pino, il cui bruco possiede peli urticanti pericolosi soprattutto per i cani. Il bruco della sfinge del galio è liscio, verde (a volte bruno), con linee chiare longitudinali e un caratteristico corno all’estremità posteriore, azzurrino con la punta arancione. Quel corno non punge e non inietta nulla: è un ornamento difensivo che serve a spaventare i predatori. Si può prendere in mano senza alcun rischio.
Il bruco vive dove nessuno lo cerca: sulle erbe spontanee
Ed è qui che la maggior parte dei giardinieri, senza saperlo, lavora contro la propria sfinge preferita. Le piante nutrici del bruco sono soprattutto i cagli (genere Galium), erbe spontanee dai piccoli fiori bianchi o gialli che crescono sui bordi delle strade, negli incolti, ai margini dei campi; con loro la stellina odorosa (Asperula), la robbia, l’epilobio, la centocchio e la stessa valeriana rossa.
Sono esattamente le erbe che si strappano a inizio estate quando si fa ordine. Chi vuole la sfinge colibrì di casa deve accettare un compromesso: lasciare una fascia di incolto, un angolo di prato non falciato, un vaso dimenticato con il caglio che è spuntato da solo. Le femmine depongono uova sferiche, verde pallido, grandi circa un millimetro, che somigliano ai boccioli della pianta stessa. Basta togliere quell’erba per azzerare la generazione successiva.
Novembre, gennaio: vederla in inverno è normale
Molte segnalazioni arrivano fuori stagione e generano allarme. Nessun clima impazzito: questa specie è l’unico sfingide europeo che sverna allo stadio adulto. Gli individui si rifugiano in fessure di rocce, cortecce, cassonetti delle tapparelle, sottotetti, garage, e in una giornata mite possono uscire a nutrirsi. Su gran parte del Centro-Sud, delle isole e delle coste tirreniche il volo è quindi possibile praticamente tutto l’anno; nel Nord Italia la presenza dipende molto di più dall’arrivo dei migratori.
Perché la sfinge colibrì è una grande migratrice: risale dal Nord Africa e dal bacino mediterraneo verso nord in primavera, arriva fino in Scandinavia e in Islanda, e può coprire distanze dell’ordine di migliaia di chilometri in poche settimane. Ecco il mini-calendario italiano tipico:
- Marzo-aprile: risvegli degli svernanti nel Centro-Sud e primi migratori in risalita.
- Maggio-giugno: arrivo al Nord, prime deposizioni; i bruchi si sviluppano in poche settimane.
- Luglio-agosto: picco degli avvistamenti, la generazione locale è in volo.
- Settembre-ottobre: seconda generazione, spesso la più numerosa nei giardini; grande attività su verbene e lantane.
- Novembre-febbraio: adulti in svernamento, con uscite occasionali nelle giornate tiepide.
L’errore da non fare
Il danno più grande, e più frequente, è trattare con insetticidi proprio le piante più visitate. Un trattamento contro afidi o cocciniglia su buddleja, lantana o petunia contamina il nettare e colpisce l’insetto che vorremmo attirare, insieme ad api e bombi. Se un intervento serve davvero, va fatto la sera tardi, mai su piante in fiore, e privilegiando lavaggi con acqua, sapone molle o interventi mirati e localizzati.
Gli altri due errori sono più sottili. Il primo è la pulizia eccessiva: rasare tutto, diserbare i bordi, eliminare ogni erbaccia significa togliere l’asilo nido della specie. Il secondo è inseguirla per fotografarla o toccarla: consuma energia preziosa e, soprattutto, la scoraggia dal tornare. La strategia vincente è la più pigra — sedersi a un paio di metri dai vasi, restare fermi e aspettare. Dopo qualche giorno si scopre l’orario in cui passa, e diventa un appuntamento.
Un’ultima nota che vale la pena tenere a mente: mentre ronza da un fiore all’altro, questa falena trasporta polline e svolge lo stesso lavoro di api e bombi, su corolle profonde che molti altri insetti non riescono a sfruttare. Gli impollinatori notturni e crepuscolari sono tra i gruppi più trascurati dalla conservazione, eppure contribuiscono in modo significativo alla riproduzione di molte piante selvatiche. Ospitarla su un terrazzo, insomma, non è solo uno spettacolo: è un piccolo servizio reso a un ecosistema che comincia proprio sotto la finestra di casa.
Fonti
- Goyret J., Kelber A. (2012). Chromatic Signals Control Proboscis Movements during Hovering Flight in the Hummingbird Hawkmoth Macroglossum stellatarum. PLOS ONE.
- Johansson L.C. et al. (2021). Hovering flight in hummingbird hawkmoths: kinematics, wake dynamics and aerodynamic power. Journal of Experimental Biology.
- Kihlström K. et al. (2020). Wing damage affects flight kinematics but not flower tracking performance in hummingbird hawkmoths. bioRxiv.
- Kelber A. (1997). Innate preferences for flower features in the hawkmoth Macroglossum stellatarum. Journal of Experimental Biology.
- Klein S. et al. (2019). Cognitive ecology of pollinators and the main determinants of foraging plasticity. Current Zoology / PMC.
- Gruppo di ricerca Pyrgus. European Lepidoptera and their ecology: Macroglossum stellatarum.
- Papilionea. Macroglossum stellatarum: distribuzione italiana, piante nutrici e fenologia.
- The Wildlife Trusts. Hummingbird hawk-moth (Macroglossum stellatarum): scheda specie.





