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Una mattina di agosto ti affacci sul balcone e la tua ipomea ha fatto una cosa strana: dentro la solita corolla a imbuto, di solito liscia come un altoparlante, spunta un secondo giro di petali. A volte sono due o tre lembi extra, a volte una specie di pompon arruffato. Il primo pensiero è sempre lo stesso: è una malattia? È una varietà rara? E soprattutto: se raccolgo i semi, l’anno prossimo avrò altri fiori così?
La risposta è molto più affascinante di quanto immagini, e passa da un piccolo pezzo di DNA che si muove da solo dentro il genoma della pianta. La campanella rampicante giapponese, Ipomoea nil, non è una pianta qualsiasi: è uno degli organismi modello più studiati al mondo proprio per questo tipo di mutazioni. Vediamo cosa succede davvero e, soprattutto, cosa fare in pratica con i semi.
Primo passo: capire in 30 secondi cosa stai guardando
Prima di sognare la varietà da collezione, conviene escludere tre situazioni che si somigliano molto ma non c’entrano nulla con la genetica del fiore doppio.
- Fiore doppio o semidoppio vero: la corolla è regolare, simmetrica, e i petali in più sono ordinati, disposti a giro dentro quello esterno. Nel semidoppio ci sono solo pochi lembi aggiuntivi; nel doppio pieno il fiore sembra un pompon gonfio di petali, quasi sferico, e spesso non si riesce nemmeno a vedere il centro. Il dettaglio decisivo: guarda dentro. Se al posto degli stami (i filamenti con la polvere gialla) trovi altri petalini, sei davanti a un fiore doppio genetico.
- Fasciazione: qui il fiore è deformato, appiattito, come schiacciato da un mattarello, oppure due fiori sembrano saldati insieme lungo una linea. Spesso anche il picciolo o il fusto sotto è nastriforme invece che cilindrico. È un’anomalia di crescita del tessuto che produce il germoglio, di solito occasionale, causata da urti, sbalzi termici o infezioni, e in genere non si trasmette ai semi.
- Danno da tripidi o da erbicida ormonico: petali striati, scoloriti a chiazze argentee, bordi arricciati verso l’interno, boccioli che non aprono bene. Qui non ci sono petali in più: ci sono petali malformati. Se accanto vedi foglie a cucchiaio, nervature ispessite e germogli attorcigliati, e magari il vicino ha appena trattato il prato, il sospetto è deriva di diserbante.
Un buon controllo incrociato è la costanza: un fiore doppio genetico si ripete su tutta la pianta, fiore dopo fiore, per settimane. Un’anomalia occasionale compare una volta e poi sparisce.
La campanella giapponese e i geni che saltano
Qui arriva la parte bella. Ipomoea nil arrivò in Giappone dalla Cina intorno all’ottavo secolo come pianta medicinale, ma dal Seicento in poi diventò la star assoluta dei giardini: l’asagao, il volto del mattino. Durante i periodi Edo e Meiji scoppiarono vere e proprie manie collezionistiche, con piante dai fiori accartocciati, frangiati, striati, doppi, scambiate come pezzi preziosi. Non fu un caso: in quelle coltivazioni si scatenò un’ondata di mutazioni spontanee di proporzioni eccezionali.
Il colpevole ha un nome: i trasposoni della famiglia Tpn1. Sono elementi genetici mobili, cioè pezzi di DNA capaci di tagliarsi da un punto del genoma e incollarsi altrove, secondo il meccanismo cosiddetto taglia-e-incolla. Quando uno di questi frammenti atterra dentro un gene, lo rompe o lo spegne. Se il gene colpito è quello che produce il pigmento, ottieni fiori bianchi, screziati o dai bordi sfumati come i celebri picotee, quelli con il margine colorato e il centro chiaro. Se il gene colpito è uno di quelli che decidono la forma del fiore, ottieni petali in più. Buona parte delle mutazioni ornamentali caratterizzate in questa specie è dovuta proprio a inserzioni di elementi Tpn1, che sono tuttora attivi e possono generare nuove sorprese anche oggi.
Nel caso dei fiori doppi il gene si chiama DUPLICATED, ed è il corrispettivo di quello che nella genetica dei fiori viene chiamato gene di funzione C. Semplificando al massimo: lo sviluppo del fiore funziona come un progetto edilizio a tre squadre di operai. Una squadra costruisce sepali e petali, un’altra petali e stami, la terza stami e carpelli, cioè gli organi riproduttivi. Se rompi la terza squadra, gli stami non sanno più cosa devono diventare e ripiegano sull’opzione di default: petali. E al posto dei carpelli, spesso, parte un altro fiore in miniatura dentro il primo. Ecco spiegato il pompon.
Perché i fiori doppi quasi non fanno semi
Se hai seguito il ragionamento, la conseguenza è ovvia e un po’ crudele. In un fiore pienamente doppio gli stami sono diventati petali, quindi non c’è polline; e spesso anche i carpelli sono trasformati, quindi non c’è nemmeno l’ovario che dovrebbe formare la capsula. Il fiore è splendido ed è, sostanzialmente, sterile. Può essere bellissimo e completamente inutile dal punto di vista riproduttivo.
I fiori semidoppi sono la vera occasione: avendo solo pochi petali extra, conservano quasi sempre stami e pistillo funzionanti, e fanno seme. Ed ecco la regola pratica più importante di tutto l’articolo: i semi vanno cercati sui fiori semplici o semidoppi della stessa pianta, non su quelli doppi pieni. Molte piante che producono corolle doppie continuano infatti a sfornare anche fiori normali sugli stessi rami, perché il carattere è instabile: se il trasposone si sfila dal gene in alcune cellule, la funzione si ripristina e quel fiore torna regolare. Quei fiori normali portano comunque nel DNA l’informazione che ti interessa.
Il test della capsula: due settimane e sai tutto
Non serve nessuna attrezzatura. Dopo che il fiore appassisce e la corolla si affloscia come un fazzoletto bagnato, osserva la base.
- Se entro 10-14 giorni il piccolo ovario si gonfia in una capsula tonda, verde, grande più o meno come un pisello, con i sepali che restano attaccati alla base come una stellina, c’è seme in formazione.
- Se resta piatto, secco, e cade insieme al fiore appassito, era sterile o non è stato impollinato.
La capsula matura vira al marrone paglierino e diventa cartacea. A quel punto contiene da due a sei semi neri o bruni, spigolosi, a spicchio di arancia. Raccoglila prima che si apra da sola, perché si spacca e i semi finiscono nel sottovaso o, peggio, nell’aiuola del vicino. Un trucco da giardiniere: se temi di perderli, infila una retina da bomboniera o un pezzetto di calza velata attorno alle capsule più preziose.
Il calendario italiano: quando guardare, quando raccogliere
Rispetto al Nord America, in Italia tutto scorre con tre-sei settimane di sfasamento, e questo cambia le date. La semina va da marzo al Sud e sulle coste, ad aprile nella fascia centrale, fino a metà maggio in pianura padana e in collina, quando il terreno è stabilmente sopra i 15 gradi. I semi hanno un tegumento duro e impermeabile, una forma di dormienza fisica tipica delle Convolvulacee: per questo conviene grattarli leggermente con carta vetrata sul lato opposto all’occhiello, oppure lasciarli in ammollo in acqua tiepida per 12 ore. I semi ben idratati si gonfiano visibilmente: quelli che restano piccoli e duri hanno bisogno di un’altra passata di carta vetrata.

La fioritura entra nel pieno da luglio, ma i fiori anomali e le capsule mature si osservano soprattutto tra fine agosto e metà ottobre. Al Nord la raccolta dei semi va chiusa entro le prime brinate, indicativamente fine ottobre; al Centro-Sud e nelle zone più miti si arriva tranquillamente a novembre.
Un avvertimento che vale più di mille consigli estetici: in diverse aree mediterranee le ipomee si comportano da piante infestanti, si riseminano da sole e colonizzano scarpate, siepi e coltivi, con costi reali di gestione. Coltivale in vaso sul balcone e raccogli o elimina tutte le capsule che non ti servono, invece di lasciarle cadere a terra. È una buona pratica, non un eccesso di zelo.
Autoimpollinare a mano: la sveglia alle sette
Nelle estati torride italiane, con notti sopra i 25 gradi, aumentano gli aborti dei boccioli e cala l’allegagione: tanti fiori, poche capsule. La contromossa è semplice e funziona.
- Scegli un fiore appena aperto, alle 7 del mattino: la corolla è fresca, il polline è asciutto e vitale, lo stigma è ricettivo.
- Individua al centro il pistillo, un filamento più lungo con la punta a capocchia, circondato da cinque stami più corti.
- Con un pennellino morbido, o con un cotton fioc, preleva il polline giallo dagli stami e tamponalo delicatamente sulla capocchia del pistillo. Se vuoi incrociare due fiori della stessa pianta, sposta il polline dall’uno all’altro.
- Segna il fiore con un filo di lana colorato e annota la data. Fra dieci giorni saprai se ha funzionato.
Il genere si presta bene a questo lavoro perché è autocompatibile: in Ipomoea purpurea l’incrocio con altre piante resta frequente perché lo stigma sporge oltre le antere, mentre in specie affini con stigma e antere alla stessa altezza l’autoimpollinazione è quasi la regola. Tradotto per il balcone: la tua ipomea può benissimo fecondarsi da sola, e aiutarla a mano aumenta le rese nelle ondate di calore.
La delusione dell’anno dopo (e come fissare la stranezza)
Semini i semi raccolti con tanta cura, e a luglio scopri che la maggioranza delle piante fa fiori assolutamente normali. È normalissimo, e c’è una spiegazione precisa.
La mutazione che produce i fiori doppi è recessiva: si manifesta solo quando una pianta riceve la versione difettosa del gene da entrambi i genitori. Se il fiore da cui hai raccolto era semplice perché portava una copia funzionante, nella generazione successiva il carattere ricompare in una minoranza dei semenzali, spesso attorno a una pianta su quattro quando entrambi i genitori sono portatori. In più, questi trasposoni sono instabili: possono uscire dal gene e restituire un fiore normale, o rientrare, generando piante che cambiano espressione da un ramo all’altro.
Se vuoi provare a fissare il carattere, servono pazienza e metodo, per due o tre stagioni.
- Semina tanti semi: almeno 20-30 per generazione, per avere numeri decenti.
- Segna con un’etichetta ogni pianta che mostra petali extra, anche pochissimi.
- Su quelle piante, autoimpollina a mano i fiori semplici o semidoppi e raccogli i semi solo da lì, separatamente, in bustine numerate.
- Ripeti l’anno dopo. A ogni ciclo di selezione la percentuale di piante con fiori doppi sale.
- Conserva sempre una riserva di semi dell’anno precedente: i semi di ipomea, tenuti asciutti al buio a temperatura fresca, restano vitali per diversi anni. È la tua rete di sicurezza contro una stagione andata male.
Le condizioni che fanno la differenza in vaso
Un dettaglio che spiazza chi ha il pollice verde: questa pianta va trattata male, o meglio, con parsimonia. Nei terreni ricchi e ben concimati tipici dei vasi italiani, l’ipomea produce metri di foglie stupende e pochissimi fiori, perché l’azoto in eccesso spinge la parte vegetativa a scapito di quella riproduttiva. Usa un substrato povero, non esagerare con le innaffiature, dimentica i concimi azotati e offri pieno sole, almeno sei ore dirette. Un vaso da 15-20 litri con un traliccio o una rete verticale è più che sufficiente per una pianta vigorosa.
E se anche dopo tutto questo il tuo fiore con i petali in più resterà un episodio isolato, avrai comunque un piccolo primato: hai visto con i tuoi occhi, su un balcone italiano, lo stesso fenomeno che nel Giappone di due secoli fa faceva impazzire i collezionisti e che oggi tiene occupati i laboratori di genetica vegetale di mezzo mondo.
Fonti
- Nitasaka E. (2003). Insertion of an En/Spm-related transposable element into a floral homeotic gene DUPLICATED causes a double flower phenotype in the Japanese morning glory. The Plant Journal.
- Hoshino A. et al. (2016). Genome sequence and analysis of the Japanese morning glory Ipomoea nil. Nature Communications.
- Hoshino A., Park K.-I., Iida S. (2018). Recent advances in flower color variation and patterning of Japanese morning glory and petunia. Breeding Science.
- Dubois A. et al. (2020). Say it with double flowers. Journal of Experimental Botany.
- Watanabe K. et al. (2017). CRISPR/Cas9-mediated mutagenesis of the DFR-B locus in the Japanese morning glory Ipomoea (Pharbitis) nil. Scientific Reports.
- Ennos R.A. (1981). Quantitative studies of the mating system in two sympatric species of Ipomoea (Convolvulaceae). Genetica.
- Hull-Sanders H.M. et al. (2005). Inbreeding depression and selfing rate of Ipomoea hederacea. American Journal of Botany.
- Delgado Paredes G.E. et al. (2018). Seed germination and seedling characteristic of Ipomoea and Merremia (Convolvulaceae). PubMed.
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