Quella palla sul tronco fa paura ma quasi mai è una malattia: ecco come riconoscerla in 60 secondi

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Capita a tutti, prima o poi. Si passa accanto a un acero del viale, a un noce del campo o all’olivo del nonno e lo sguardo cade lì: una escrescenza sul tronco dell’albero, una palla legnosa grossa come un melone, a volte come un pallone da calcio. La reazione istintiva è sempre la stessa: è un tumore? Devo tagliarlo? Chiamo qualcuno?

La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è rassicurante: quel bitorzolo non è una malattia, non è contagioso e tagliarlo è la cosa peggiore che si possa fare. Ma esistono anche due situazioni diverse, una fungina e una batterica, che vanno riconosciute. E la buona notizia è che per distinguerle non servono microscopi o analisi di laboratorio: basta guardare bene la superficie dell’escrescenza, premerla con un dito e notare a che altezza si trova. Tre informazioni che chiunque può raccogliere in un minuto.

Il nodo legnoso: un grumo di gemme che non si sono mai svegliate

Il protagonista di questa storia ha diversi nomi. In italiano tecnico si chiama sferoblasto, nel linguaggio comune nodo, bugna, bitorzolo; gli anglosassoni lo chiamano burl e i falegnami italiani, quando lo tagliano e lo lucidano, lo chiamano radica.

Cos’è davvero? Immaginiamo il tronco come un palazzo in cui ogni piano ha delle porte di emergenza mai aperte. Sotto la corteccia ogni albero conserva migliaia di gemme dormienti: riserve di crescita messe da parte per le emergenze, pronte a far ripartire la pianta se un ramo si spezza, se la chioma viene mangiata, se un fulmine o una potatura drastica le toglie improvvisamente il fogliame. Nella maggior parte dei casi queste gemme restano lì, addormentate, per tutta la vita dell’albero.

A volte però un gruppo di queste gemme riceve un segnale di sveglia parziale: si attivano, iniziano a dividersi, ma non riescono mai a trasformarsi in un germoglio vero. Restano intrappolate sotto la corteccia e continuano a moltiplicarsi all’infinito, ognuna con il suo piccolo centro di crescita. Il risultato è una massa di legno che si gonfia verso l’esterno, con migliaia di micro-nuclei che spingono in direzioni diverse.

Ecco perché la fibra del legno, lì dentro, impazzisce: invece di correre dritta e parallela come nel resto del fusto, si attorciglia in vortici, occhi, spirali e disegni che non si ripetono mai uguali. È esattamente ciò che rende quel pezzo di legno straordinariamente prezioso, come vedremo più avanti.

Primo test: la corteccia è continua o spaccata?

Questo è il controllo più importante, quello che da solo risolve il 90% dei dubbi.

  • Corteccia continua, integra, che scorre sopra il rigonfiamento come una calza tirata: siamo davanti a un nodo legnoso. L’albero non ha nessuna ferita, sta semplicemente crescendo in modo anomalo ma vivo. La corteccia può essere più ruvida, screpolata o increspata del normale, ma copre tutto, senza interruzioni.
  • Corteccia spaccata, lembi sollevati, legno nudo in mezzo: qui cambia tutto. Non è un nodo: è un cancro corticale, cioè una zona di tessuto morto. Attorno all’area scoperta l’albero produce anelli di callo sovrapposti, quei bordi rialzati e concentrici che sembrano un cercine, un labbro gonfio attorno alla ferita. Quel rigonfiamento non è crescita in eccesso: è il tentativo della pianta di richiudere un buco.

È una differenza che si vede anche da lontano, soprattutto da fine ottobre a febbraio, quando aceri, noci, frassini e pioppi hanno perso le foglie e il tronco è completamente leggibile. Al Nord e al Centro la chioma si spoglia tra fine ottobre e novembre, al Sud e nelle isole anche a dicembre inoltrato: quello è il periodo migliore per fare il giro degli alberi con calma.

Secondo test: la consistenza sotto le dita

Il secondo controllo è tattile. Si appoggia il palmo e si preme, senza strumenti.

  • Durissimo, come il resto del tronco, anzi spesso più duro: nodo legnoso. È legno a tutti gli effetti, solo disordinato.
  • Spugnoso, friabile, che si sbriciola o si scheggia sotto l’unghia, con superficie irregolare simile a un cavolfiore o a una spugna di mare: siamo probabilmente davanti a un tumore batterico causato da Agrobacterium tumefaciens, il batterio che provoca il cosiddetto tumore del colletto o crown gall.

Questo batterio vive nel terreno e per entrare ha bisogno di una ferita: un colpo di decespugliatore, il morso di un animale, un taglio di trapianto, una lesione da gelo. Una volta dentro fa una cosa che ha dell’incredibile e che ha rivoluzionato la biologia vegetale: trasferisce un pezzetto del proprio DNA nelle cellule della pianta, riprogrammandole per moltiplicarsi senza freni e per produrre sostanze nutritive su misura per il batterio stesso. È, a tutti gli effetti, il primo caso naturale di ingegneria genetica conosciuto, ed è il motivo per cui questo microrganismo è diventato lo strumento base dei laboratori di biotecnologia vegetale.

Il paragone popolare con un virus che causa verruche è sbagliato nella causa ma non lontanissimo nello spirito: si tratta davvero di una crescita indotta da un microrganismo che manipola le cellule ospiti.

Terzo test: dove si trova rispetto al colletto

La posizione è il terzo indizio, e pesa parecchio.

  • In alto sul fusto, su una branca, all’inserzione di un ramo, a qualsiasi altezza: quasi sempre nodo legnoso.
  • Al colletto, cioè al punto esatto dove il tronco incontra il terreno, oppure appena sotto, sulle radici superficiali, o sul punto di innesto: forte sospetto di tumore batterico. Il batterio arriva dal suolo e colpisce lì dove c’è contatto con la terra. Nei vivai è un problema serio, soprattutto su noce, rosacee da frutto, ciliegio, vite e piante ornamentali, perché si trasmette con il terriccio, con l’acqua di irrigazione e con gli attrezzi da taglio non disinfettati.

Sulle piante adulte e già strutturate, però, anche il tumore batterico raramente è letale: strozza progressivamente il flusso di linfa e indebolisce la pianta, che diventa più sensibile alla siccità, ma un albero maturo può convivere per anni con un tumore al colletto. Il discorso cambia su soggetti giovani appena piantati, dove l’ostacolo è proporzionalmente enorme.

Gli aceri italiani e il caso particolare dei cancri

Sui nostri aceri da viale e da giardino, Acer campestre, Acer platanoides e Acer pseudoplatanus, i rigonfiamenti sono frequentissimi e quasi sempre innocui. Il rigonfiamento del tronco di acero con corteccia integra è semplicemente un nodo: l’albero continua a vegetare normalmente per decenni.

Ma l’acero è anche uno dei generi più soggetti ai cancri corticali veri, provocati da funghi che entrano dalle ferite e uccidono progressivamente la corteccia e il cambio. In questi casi si vedono le spie classiche: zone di corteccia depressa o infossata, legno scoperto e scuro, essudati, piccoli corpi fruttiferi rotondi di colore rosso-arancio o nerastro sulla parte morta, e quella caratteristica bordatura concentrica che si forma anno dopo anno, quando la pianta cerca di chiudere e il fungo riapre. Un cancro che avvolge più della metà della circonferenza del fusto compromette la stabilità e merita la valutazione di un tecnico, soprattutto se l’albero sta in un’area frequentata.

Si può asportare il nodo? La risposta che sorprende

Qui la logica comune porta fuori strada. Istintivamente si pensa: tolgo la palla, l’albero sta meglio. È esattamente il contrario.

Un nodo legnoso con corteccia integra è tessuto vivo e strutturale, perfettamente integrato nel fusto. Asportarlo significa tre cose tutte negative: si crea una ferita enorme e profonda in un punto dove il legno è contorto e difficile da compartimentare; si offre una porta d’ingresso a funghi di carie e a batteri del suolo, incluso quello del tumore batterico, che proprio dalle ferite entrano; si riduce la sezione portante del tronco, indebolendolo meccanicamente proprio dove sopporta i carichi del vento.

Quella palla sul tronco fa paura ma quasi mai è una malattia: ecco come riconoscerla in 60 secondi

Gli alberi non guariscono le ferite come facciamo noi: non rigenerano il tessuto perduto, lo isolano. Costruiscono barriere chimiche e fisiche attorno alla zona danneggiata per confinare il marciume, un processo che costa energia e che ha dei limiti. Più grande e profonda è la ferita, più alta è la probabilità che la barriera ceda e che il marciume avanzi nel cuore del fusto.

La regola pratica è semplice: se la corteccia è integra, non si tocca. Si osserva una volta l’anno, si fotografa per confronto e si continua a vivere sereni. L’unico vero segnale d’allarme è il legno scoperto, con o senza rigonfiamento.

Quando invece l’intervento serve davvero, cioè sui tumori batterici di piante giovani o sui cancri estesi, vanno rispettate alcune condizioni italiane molto concrete. Gli alberi di pregio o tutelati dai regolamenti comunali del verde richiedono autorizzazione prima di qualsiasi taglio significativo. Gli interventi vanno programmati a fine inverno, evitando i periodi piovosi e umidi, che favoriscono le infezioni delle superfici di taglio. E soprattutto, su acero e noce, va evitata la fase di pianto, cioè lo sgocciolamento abbondante di linfa tipico di febbraio e marzo: tagliare in quei giorni significa vedere la pianta perdere liquido per settimane e lasciare la ferita costantemente bagnata. Gli attrezzi vanno disinfettati tra una pianta e l’altra, altrimenti si fa esattamente il lavoro che il batterio vorrebbe.

Il difetto che vale più del tronco: radica, ebanisteria e ovoli dell’olivo

Ed eccoci al rovesciamento finale, tutto italiano. Quello che agli occhi del proprietario sembra un difetto da eliminare, per altri mestieri è il pezzo più prezioso della pianta.

La radica di noce nasce esattamente così: da quelle masse di gemme intrappolate, spesso nella zona basale e del ceppo, che generano un disegno di fibra irregolare, pieno di occhi e volute, impossibile da imitare. Una volta tagliata in fogli sottili e lucidata, diventa l’impiallacciatura dei mobili d’epoca, dei cruscotti delle auto di lusso, degli strumenti musicali di pregio e degli oggetti di alta liuteria. Il legno dritto e regolare del fusto vale una frazione, al metro cubo, di ciò che vale un blocco di radica sano e ben conformato. Lo stesso accade con la radica di olivo, di tuia, di acero occhiolinato, di frassino: più la fibra è disordinata, più sale il valore.

C’è poi il capitolo che ogni olivicoltore conosce bene: gli ovoli dell’olivo, chiamati anche uova, bugne o sferoblasti basali. Sono quei grumi legnosi tondeggianti che si formano alla base del tronco e sul ceppo delle piante adulte, carichi di gemme latenti. Da secoli la propagazione tradizionale dell’olivo si basa proprio su di essi: si staccano, si interrano e da ogni ovolo nascono nuovi germogli che daranno piante intere, geneticamente identiche alla madre. È lo stesso principio che permette a un olivo bruciato da un incendio o tagliato alla base di risorgere dal ceppo e tornare produttivo in pochi anni. Oggi il vivaismo olivicolo italiano si è spostato in gran parte verso la talea semilegnosa nebulizzata e la micropropagazione, ma l’ovolo resta il simbolo più evidente della straordinaria capacità rigenerativa di questa specie.

In altre parole: quello che il proprietario spaventato vorrebbe segare, l’ebanista comprerebbe a peso d’oro e l’olivicoltore userebbe per fare dieci piante nuove.

Il riassunto da tenere a mente

  • Corteccia intera, duro al tatto, ovunque sul fusto: nodo legnoso o sferoblasto. Nessun pericolo, nessun intervento, solo osservazione.
  • Corteccia spaccata, legno nudo, margini a cercine concentrico, zona infossata: cancro corticale. Da valutare, soprattutto se interessa oltre metà della circonferenza.
  • Massa spugnosa e irregolare al colletto, alla base o sul punto d’innesto: probabile tumore batterico. Grave su piante giovani e in vivaio, tollerabile su alberi adulti.

Tre osservazioni, un minuto di tempo, nessuno strumento. E una regola d’oro da ricordare: davanti a un bitorzolo sul tronco con la pelle intatta, la mossa più intelligente è non fare assolutamente nulla. L’albero sa già cosa sta facendo, e il risultato, se mai quel legno dovesse finire tra le mani di un falegname, sarà molto più bello di qualsiasi tronco perfetto.

Fonti

Tag:Malattie degli alberi