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Fine agosto, settembre, a volte ottobre inoltrato. Scendi le scale di casa o attraversi un cortile e ai tuoi piedi c’è un bruco enorme, lungo quanto un dito o anche di più, grosso come un pennarello, con uno strano cornetto sulla coda. Cammina deciso sull’asfalto, lontano da qualsiasi pianta. È il classico bruco gigante con il corno: la larva di una sfinge, cioè una farfalla notturna della famiglia degli Sfingidi (Sphingidae).
La prima reazione di molti è la paura, la seconda è prenderlo e rimetterlo su una foglia. Entrambe sono sbagliate. Quel bruco non è pericoloso e, soprattutto, non sta cercando cibo: sta cercando un posto dove sotterrarsi per trasformarsi in crisalide. Vediamo perché, come riconoscerlo e come aiutarlo davvero.
Perché il bruco di sfinge lascia la pianta e cammina sul marciapiede
I bruchi di sfinge crescono in cinque stadi, cambiando pelle quattro volte. Nell’ultimo stadio mangiano moltissimo e arrivano a dimensioni record per un insetto europeo: da 7-8 centimetri fino a 12-13 nella sfinge testa di morto. Poi, all’improvviso, smettono di mangiare.
Il segnale arriva da dentro. Gli studi su Manduca sexta, la sfinge americana del tabacco usata da decenni nei laboratori di tutto il mondo, hanno dimostrato che quando il bruco raggiunge un certo peso il suo cervello libera un ormone che fa salire un altro ormone, l’ecdisone. Basta un piccolo aumento di ecdisone e il bruco smette di nutrirsi, svuota l’intestino (spesso lascia una pallina di escrementi più molle del solito o un po’ di liquido) e cambia comportamento. I ricercatori hanno visto che perfino il sistema nervoso isolato in laboratorio, esposto a questo ormone, comincia a produrre gli impulsi tipici del cammino: il bruco è letteralmente programmato per mettersi in marcia.
Questa fase si chiama vagabondaggio (in inglese wandering). Il bruco scende dalla pianta e cammina, anche per decine di metri, cercando un terreno adatto: soffice, umido al punto giusto, riparato. Nei giardini trova subito ciò che cerca. In città no: aiuole costipate, cemento, asfalto, gradini. Così continua a camminare, ed è proprio per questo che lo vediamo sui marciapiedi, sulle scale condominiali, nei cortili e perfino davanti ai portoni in pieno centro.
Perché proprio a fine estate e in autunno? Perché molte sfingi in Italia fanno l’ultima generazione dell’anno in questo periodo, e la crisalide che si forma ora è quella che dovrà passare l’inverno sottoterra. Nel nostro clima (zone 8-10) questa finestra cade grosso modo tra metà agosto e ottobre, qualche settimana più tardi di quanto si legge nelle guide americane.
Il cambio di colore: non è malato
Un dettaglio che spaventa molte persone: il bruco che vaga ha spesso un colore diverso da quello che aveva sulla pianta. Da verde brillante diventa bruno, grigiastro, rosato o violaceo, a volte con il dorso più scuro e un vaso pulsante visibile lungo la schiena. Non è una malattia e non è un segno di morte imminente: è il normale passaggio alla fase di prepupa. Il bruco non ha più bisogno di mimetizzarsi tra le foglie, e un colore terroso lo rende meno visibile a terra. Nella sfinge del tiglio, comunissima nei viali alberati, il bruco verde diventa quasi color vinaccia; nella sfinge dell’oleandro il verde si spegne verso il bruno.
Come riconoscere le sfingi italiane più comuni dal cornetto
Quasi tutti i bruchi di sfinge hanno un cornetto sulla coda, sopra l’ottavo segmento dell’addome. Forma e colore del corno, insieme ai disegni sul corpo, sono il modo più semplice per capire chi abbiamo davanti.
- Bruco della sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il più grande d’Europa, fino a 12-13 cm. Esiste in tre colori: giallo-verde, verde e bruno-grigiastro. Ha strisce oblique blu-violacee sui fianchi e un corno giallo, ruvido, piegato all’indietro a forma di S. Vive su patata, pomodoro, melanzana e altre solanacee, ma anche su gelsomino e altre piante ornamentali. Si sotterra molto in profondità.
- Bruco della sfinge dell’oleandro (Daphnis nerii). Verde, con due grandi macchie a occhio azzurro-bianche vicino alla testa e una linea chiara sui fianchi; corno corto, giallo-arancio. Si nutre di oleandro, pianta tossica, ed è per questo il bruco grosso più frequente nelle città del Centro-Sud, dove gli oleandri ornano viali e spartitraffico. È una specie migratrice di origine mediterraneo-africana: in alcuni anni è abbondante, in altri quasi assente.
- Bruco della sfinge del convolvolo (Agrius convolvuli). Può essere verde, bruno o quasi nero, con strisce oblique chiare sui fianchi; il corno è ricurvo, spesso rossastro o nero. Mangia vilucchio, campanelle e patata dolce. La crisalide ha una curiosa proboscide ripiegata che sembra il manico di una brocca.
- Bruco della sfinge dell’euforbia (Hyles euphorbiae). Impossibile confonderlo: nero, con file di puntini bianchi o gialli, macchie rosse e corno rosso con punta nera. Vive sulle euforbie, piante dal lattice irritante, e i suoi colori vistosi servono proprio ad avvertire i predatori.
- Altri incontri frequenti: la sfinge del tiglio (Mimas tiliae) sotto i tigli dei viali, la sfinge del ligustro (Sphinx ligustri) nelle siepi, la sfinge del pioppo nei parchi lungo i fiumi. Il bruco del piccolo sfingide colibrì (Macroglossum stellatarum), che di giorno si vede volare sui gerani, è invece molto più piccolo.
Il bruco grande è pericoloso? Il corno, gli occhi finti e lo stridio
Risposta breve: no, il bruco di sfinge non è pericoloso per le persone. Non ha peli urticanti come la processionaria, non ha un pungiglione, non inietta veleno. Il cornetto sulla coda è morbido o al massimo un po’ rigido e ruvido: non punge e non è velenoso. Gli scienziati discutono ancora sulla sua funzione precisa, ma di certo non è un’arma.
Quello che spaventa è tutto un repertorio di finti segnali di pericolo, messi a punto dall’evoluzione per spaventare uccelli e lucertole:
- Gli occhi finti. Le macchie azzurre della sfinge dell’oleandro, quando il bruco è disturbato e contrae la parte anteriore del corpo, si allargano e sembrano gli occhi di un piccolo serpente. Un uccello che esita anche solo un secondo dà al bruco una possibilità in più.
- I colori vistosi. Nella sfinge dell’euforbia rosso, giallo e nero dicono al predatore: non sono buono. Gli studi hanno cercato a lungo le sostanze tossiche dell’euforbia nel corpo del bruco: il bruco sa neutralizzarle, ma il quadro su quanto le trattenga resta discusso. La sfinge dell’oleandro, invece, mangia foglie ricche di glicosidi cardioattivi e i ricercatori ne hanno trovato tracce nelle larve e soprattutto negli escrementi.
- I clic della testa di morto. Se lo tocchi, il bruco di Acherontia atropos produce dei piccoli scatti udibili sfregando le mandibole, e può tentare di mordicchiare. Un’analisi su decine di specie di bruchi di sfingi e bombici ha mostrato che questi suoni difensivi sono molto diffusi: servono ad avvertire, non a fare male. Il morso di un bruco al massimo pizzica.
- Lo stridio dell’adulto. La farfalla della testa di morto, con il celebre disegno a teschio sul torace, emette uno squittio acuto quando viene disturbata. Lo produce aspirando ed espellendo aria dalla faringe: un altro bluff sonoro, del tutto innocuo.
Una sola precauzione di buon senso: i bruchi della sfinge dell’oleandro e dell’euforbia contengono o hanno nell’intestino sostanze delle loro piante tossiche. Dopo averli maneggiati lavati le mani e non lasciare che cani e gatti li mastichino. Per i bambini vale la stessa regola: si guarda, si tocca con delicatezza, poi acqua e sapone.
Cosa fare se trovi un bruco di sfinge sul marciapiede
Ecco la parte pratica, quella che può davvero salvare l’insetto.
- Non rimetterlo sulla pianta. È l’errore più comune. Il bruco ha smesso di mangiare per sempre: se lo rimetti sulle foglie, scenderà di nuovo e ricomincerà a cercare terra, sprecando energie preziose.
- Raccoglilo con delicatezza. Fallo salire su un foglio di carta o su un rametto, oppure prendilo con le dita sostenendo tutto il corpo. Non tirarlo se è aggrappato con le zampe: aspetta che molli la presa.
- Portalo su terra smossa e all’ombra. L’ideale è un’aiuola con terra morbida, sotto una siepe o un arbusto, lontano da passaggi, prati che verranno tagliati e zone che verranno vangate. Se la terra è dura, smuovila un po’ con le dita o con una paletta.
- Lascialo fare. Di solito scava in pochi minuti o poche ore. Sottoterra si costruisce una piccola cella: una camera con il tetto a cupola e il fondo piatto, rinforzata con terra e un po’ di seta, dove resterà immobile alcuni giorni prima di diventare crisalide.
Il bruco della sfinge dell’oleandro fa spesso eccezione: invece di scavare in profondità, tende a nascondersi tra le foglie secche in superficie, chiudendosi in un bozzolo leggero. Una lettiera di foglie sotto un arbusto è perfetta.

Come allevarlo fino alla farfalla notturna senza farlo morire
Allevare un bruco di sfinge in fase di vagabondaggio è un’esperienza splendida, anche con i bambini, ed è più semplice di quanto si pensi, perché il bruco non deve più mangiare. Ma qualche errore può essere fatale.
- Il contenitore: una scatola di plastica o un acquario piccolo, con coperchio forato o una garza. Riempilo con 10-15 cm di terriccio, oppure fibra di cocco, leggermente umidi (devono sembrare una spugna strizzata, mai fango). Per la testa di morto serve più profondità.
- Niente disturbi. Una volta che il bruco si è sotterrato, non scavare per controllare. La trasformazione in crisalide richiede alcuni giorni e una crisalide ancora molle si danneggia facilmente.
- Umidità giusta. Spruzza un po’ d’acqua sulla superficie ogni settimana o due. Troppa acqua fa ammuffire, troppo secco fa seccare la crisalide.
- Temperatura da fuori. Le specie che svernano (sfinge del tiglio, del ligustro, dell’euforbia) devono passare l’inverno al freddo naturale: un balcone all’ombra, un garage non riscaldato, una cantina. In casa al caldo rischiano di sfarfallare a gennaio, quando fuori non c’è niente da mangiare. Sfinge dell’oleandro, del convolvolo e testa di morto sono specie migratrici con crisalidi sensibili al gelo: in molte zone d’Italia non superano l’inverno all’aperto e possono sfarfallare dopo poche settimane o comunque prima del previsto.
- Spazio per le ali. Quando nasce, la farfalla deve arrampicarsi e appendersi per distendere le ali. Metti un rametto o un pezzo di rete di plastica che dal terreno arrivi fino in alto.
- La liberazione. Libera l’adulto al tramonto, vicino a fiori profumati come gelsomino, caprifoglio, petunie o bocche di leone. Le sfingi sono ottime impollinatrici notturne.
Ricorda che la scelta più semplice e rispettosa resta sempre la prima: rimetterlo su terra smossa all’ombra e lasciarlo libero. L’allevamento ha senso per chi vuole osservare e imparare, non è necessario per salvarlo.
Nell’orto e in giardino fa danni?
Un bruco di sfinge all’ultimo stadio può divorare in una notte parecchie foglie, ed è questo che allarma chi coltiva. Ma la realtà italiana è diversa da quella americana, dove la sfinge del tabacco e quella del pomodoro sono veri parassiti delle coltivazioni. Da noi i bruchi di sfinge sono quasi sempre pochi, isolati e di passaggio.
- Su pomodori, patate e melanzane la testa di morto compare di rado e un singolo bruco non compromette il raccolto.
- Sugli oleandri la sfinge dell’oleandro può spogliare qualche ramo, ma la pianta ributta senza problemi.
- Sulla patata dolce la sfinge del convolvolo può farsi notare, ma nei piccoli orti familiari il danno resta modesto.
- La sfinge dell’euforbia mangia piante spontanee che di solito l’ortolano considera infestanti.
Per questo non servono insetticidi. Se proprio un bruco sta divorando una pianta a cui tieni, spostalo su una pianta simile ai margini del giardino. Uccelli, vespe parassite e altri nemici naturali si occupano del resto. E quando ne trovi uno sul marciapiede, ricordalo: ha già finito di mangiare. È solo in cerca di un buon posto dove passare l’inverno.
Fonti
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- GBIF (consultato 2024). Acherontia atropos (Linnaeus, 1758). Global Biodiversity Information Facility.





