Vi è mai capitato, dopo una giornata pesante, di desiderare quel tepore morbido che regala il primo bicchiere di vino, ma senza i mal di testa del giorno dopo, senza calorie vuote e senza il pensiero del fegato che lavora in straordinario? Non siete soli. Da secoli, in tutto il mondo, esistono piante capaci di accarezzare il sistema nervoso e indurre uno stato di rilassamento simile a una lieve euforia. Non sono droghe, non sono miracoli e non sostituiscono un medico: sono fitocomplessi studiati dalla farmacologia moderna, alcuni con decine di trial clinici alle spalle. In questo articolo facciamo un giro fra le più interessanti, capiamo come agiscono sul cervello, quando usarle e soprattutto quando lasciarle stare.
Come fa una pianta a darti un effetto simile a quello dell’alcol
Per capire perché certe erbe rilassano davvero serve fare un passo nel cervello. Il principale neurotrasmettitore del relax si chiama GABA (acido gamma-amminobutirrico): è il freno chimico che spegne l’eccitazione neuronale, abbassa l’ansia, scioglie i muscoli e induce sonnolenza. L’alcol, le benzodiazepine e molti farmaci ipnotici agiscono proprio sul recettore GABA-A, potenziandone l’effetto. Il bello è che diverse piante medicinali contengono molecole capaci di legarsi a questo stesso recettore o di modulare le vie GABAergiche, ottenendo un risultato simile ma più dolce, senza la depressione respiratoria dell’alcol e senza la dipendenza tipica delle benzodiazepine quando usate correttamente.
Le molecole protagoniste sono kavalattoni, valerenico, apigenina, baicalina, crisina, vitexina e altri flavonoidi. Sono fitocomplessi, cioè miscele naturali in cui decine di sostanze lavorano insieme, e questa è la ragione per cui spesso un infuso o una tintura ha effetti più sfumati e meglio tollerati rispetto a un singolo principio attivo isolato.
Kava kava: la regina del Pacifico
Se esiste una pianta che davvero ricorda l’effetto di due bicchieri di vino, è la kava (Piper methysticum). Nelle isole del Pacifico (Vanuatu, Figi, Samoa, Tonga) la sua radice macinata viene consumata da migliaia di anni in cerimonie sociali: ci si siede in cerchio, si beve un guscio di liquido lattiginoso e amaro, e nel giro di pochi minuti arriva una sensazione di lingua leggermente intorpidita, muscoli sciolti, mente lucida ma serena. Niente euforia chiassosa, niente perdita di controllo: piuttosto una conviviale calma loquace.
I responsabili sono i kavalattoni, sei composti principali (kavaina, dihidrokavaina, metisticina, yangonina e altri) che potenziano i recettori GABA-A, modulano i canali del sodio e inibiscono debolmente le monoamino-ossidasi. Trial clinici e revisioni sistematiche hanno mostrato un’efficacia paragonabile ad alcuni ansiolitici di sintesi nel disturbo d’ansia generalizzato, con neuroimaging che documenta un aumento del GABA nella corteccia cingolata anteriore dopo assunzione.
Attenzione però al rovescio della medaglia: fra il 1999 e il 2002 emersero casi di tossicità epatica gravi, che portarono al ritiro dal commercio in Germania, Svizzera e altri Paesi europei. Le analisi successive hanno chiarito che la maggior parte dei casi era legata all’uso di estratti acetonici o alcolici delle parti aeree (tossiche) anziché della sola radice nobile, alle cosiddette varietà





