Mela metà rossa e metà gialla: non è un fotomontaggio, è una chimera

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Capita una volta ogni tanto, di solito a fine settembre, di trovare fra le mani una mela divisa in due come se qualcuno l’avesse dipinta con il righello: metà rosso pieno, metà giallo verdolino, e in mezzo una linea netta che parte dal picciolo e arriva fino alla cavità calicina. Nessun fotoritocco, nessuno scherzo del vicino. Quello che si sta guardando è, molto probabilmente, una chimera vegetale: un frutto in cui convivono due corredi genetici diversi, uno accanto all’altro, separati da una sutura visibile a occhio nudo.

Il termine viene dalla mitologia, dall’animale fatto di pezzi di animali diversi. In botanica indica esattamente questo: un individuo formato da cellule con genotipi differenti che crescono insieme nello stesso organo. Ed è un fenomeno molto meno esotico di quanto sembri, perché è il motore silenzioso che ha riempito i banchi della frutta di quasi tutte le mele rosse che compriamo.

Cosa succede davvero dentro quella mela

Per capirlo bisogna fare un passo indietro, fino alla punta del germoglio. All’apice di ogni ramo c’è un gruppetto di cellule staminali chiamato meristema apicale, organizzato in strati sovrapposti che gli specialisti indicano come L1, L2 e L3. L1 darà origine all’epidermide, quindi alla buccia; L2 al tessuto immediatamente sottostante e alle cellule che formeranno i gameti; L3 ai tessuti interni. Ogni strato si rinnova per conto proprio: le cellule si dividono in modo ordinato e raramente passano da uno strato all’altro.

Ora immaginiamo che, durante una divisione cellulare, una singola cellula di L1 subisca una mutazione: un errore nel DNA, il salto di un elemento trasponibile, oppure una modifica epigenetica che spegne un gene senza cambiarne la sequenza. Quella cellula continuerà a dividersi e trasmetterà l’anomalia a tutte le sue figlie. Se la mutazione riguarda un gene che governa la produzione di antociani, i pigmenti rossi della buccia, il risultato è un settore di buccia che colora in modo diverso dal resto.

Da qui nascono tre situazioni diverse, che vale la pena tenere distinte:

  • Chimera settoriale: il tessuto mutato occupa uno spicchio verticale del germoglio, come una fetta di torta. È la responsabile della mela divisa a metà con la linea netta. È anche la forma più instabile: con le successive divisioni cellulari il settore può allargarsi, restringersi o sparire del tutto.
  • Chimera periclinale: un intero strato meristematico è mutato e avvolge come una calza gli strati sottostanti. È la forma più stabile e, quando riguarda L1, produce piante che colorano in modo uniformemente diverso dall’originale.
  • Chimera mericlinale: situazione intermedia, il tessuto mutato occupa solo una porzione di uno strato. Di solito è transitoria e evolve verso una delle due precedenti o rientra.

Nei frutteti familiari e nei micro-impianti queste anomalie non sono così rare come si crede: la forma più comune è una striscia rossa su fondo giallo, o viceversa una banda chiara su fondo rosso, larga pochi centimetri. La divisione perfetta a metà, invece, con due emisferi netti e il frutto sano e ben sviluppato, è un evento che molti coltivatori vedono una volta in tutta la vita. Molti frutti chimerici, per giunta, cascolano prima della maturazione o restano piccoli, e finiscono per non essere mai notati.

Le tre cose che tutti confondono

Prima di gridare al miracolo genetico conviene fare tre verifiche in campo, con il frutto ancora attaccato alla pianta. Perché nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta di chimere.

1. Colorazione da esposizione al sole

È il falso positivo numero uno, soprattutto nelle pianure assolate del Centro-Sud e nei frutteti a forte escursione termica. Gli antociani della buccia si formano solo dove arriva la luce: la faccia esposta diventa rossa, quella rivolta verso l’interno della chioma resta verde-gialla. La differenza è che il passaggio è graduale, sfumato, e la zona di transizione occupa parecchi centimetri. Inoltre segue rigorosamente la geometria dell’ombra, non l’asse del picciolo. Il test è semplicissimo: si gira il frutto ancora appeso e si guarda dove cade l’ombra del ramo o delle foglie. Se il confine coincide, è sole, non genetica.

2. Danno da scottatura o da riflesso

Quando temperatura superficiale del frutto e irraggiamento vanno oltre una certa soglia, la buccia si danneggia: compaiono chiazze bronzee, giallastre o traslucide, con contorni irregolari e spesso una zona centrale opaca. Le notti calde peggiorano il quadro, perché la pianta non riesce a smaltire lo stress ossidativo accumulato di giorno. Attenzione anche ai teli riflettenti e ad alcune reti antigrandine chiare: la luce rimbalzata dal suolo modifica la colorazione della parte bassa dei frutti e crea aree con pigmentazione anomala che nulla hanno a che vedere con una mutazione.

3. La vera chimera settoriale

Gli indizi buoni sono tre. Il primo: la linea di separazione passa esattamente per il picciolo e prosegue fino al calice, con un bordo netto, quasi tagliato. Il secondo: se il settore mutato interessa una porzione ampia del germoglio, il segno si ritrova anche altrove sullo stesso rametto, su altre mele allineate lungo lo stesso lato, o su foglie con margini più chiari o forma leggermente asimmetrica. Il terzo, cruciale: il fenomeno non dipende dall’orientamento. Un frutto chimerico girato dall’altra parte resta diviso lungo la stessa linea.

Un dettaglio che spiazza molti: sullo stesso rametto le altre mele possono essere del tutto normali. È normalissimo, ed è anzi la firma della chimera settoriale, che riguarda solo lo spicchio di tessuto derivato dalla cellula mutata.

Il colpo di scena: mezzo banco frutta nasce così

Qui la curiosità diventa storia dell’agricoltura. Le mutazioni che avvengono in una gemma e restano confinate a quel ramo si chiamano mutazioni gemmarie, o sport di gemma. Non passano attraverso il seme, non richiedono incroci, non richiedono laboratori: nascono da sole, in campo, e si moltiplicano per innesto.

Le mele che troviamo al supermercato sono in larghissima parte figlie di questo meccanismo. La Red Delicious originale, selezionata nell’Ottocento, era una mela striata; le decine di cloni a colorazione rossa piena e uniforme che l’hanno sostituita nel Novecento derivano da rami mutati individuati uno dopo l’altro, generazione dopo generazione, in frutteti commerciali. Stessa storia per i cloni rossi di Gala, per le selezioni intensamente colorate di Fuji, per i tipi spur a portamento compatto. Il pomo è sempre lo stesso, il DNA di base è quello: cambia una regolazione, e cambia il valore commerciale.

Le indagini genetiche moderne hanno chiarito il meccanismo molecolare. Nella maggior parte dei casi il bersaglio è la stessa famiglia di interruttori: i fattori di trascrizione MYB che accendono la via biosintetica degli antociani. In alcuni sport rossi si osserva la sovraespressione di un gene di questa famiglia; in altri, il cambiamento non riguarda affatto la sequenza del DNA ma il suo rivestimento chimico, cioè la metilazione del promotore, che funziona come un interruttore epigenetico: più metilazione, meno rosso; meno metilazione, più rosso. Esistono anche mutanti a frutto giallo derivati da varietà rosse, dove la via degli antociani viene semplicemente spenta. Curiosamente, questi stati epigenetici sono ereditabili per via vegetativa: la marza li porta con sé.

Il calendario italiano: quando andare a caccia

In Italia i tempi sono spostati di tre o quattro settimane rispetto ai meleti nordamericani, e cambiano molto con la quota. Le Gala di Val di Non, Val Venosta e Valtellina colorano tra fine agosto e i primi di settembre; le varietà tardive come Fuji, Braeburn e i club a maturazione autunnale arrivano tra ottobre e novembre. Il momento migliore per individuare un ramo anomalo è quindi settembre-ottobre, quando lo stacco cromatico è massimo e il frutto è ancora sulla pianta.

Il consiglio è di camminare nel frutteto nelle ore centrali, guardando la chioma dal basso e dall’interno verso l’esterno, e di controllare ogni frutto sospetto ruotandolo delicatamente senza staccarlo. Se il frutto è promettente e mancano settimane alla raccolta, un sacchetto a rete a maglia fine legato al rametto lo protegge da uccelli e insetti e, in caso di temporale, evita che finisca a terra. È un accorgimento banale che salva molte osservazioni.

Protocollo pratico: dal ramo marcato alla pianta nuova

Se l’anomalia supera i tre test, il lavoro comincia adesso. Ecco la sequenza, adattata al clima italiano.

  1. Marcare subito. Nastro da vivaio colorato o fascetta plastica sul rametto, non stretta, con etichetta scritta a matita indelebile: data, posizione della pianta, descrizione. In inverno, senza foglie né frutti, quel ramo diventa introvabile. Utile anche una foto con riferimento spaziale.
  2. Osservare almeno due stagioni. Un settore mutato può svanire. Se l’anno successivo lo stesso ramo produce di nuovo frutti anomali, la probabilità che la mutazione sia stabile aumenta molto.
  3. Prelevare le marze in dormienza. Nelle zone di collina e nel Nord Italia il periodo giusto va da dicembre a fine febbraio, con il legno completamente dormiente e senza gelate in atto. Nelle aree costiere più miti la finestra si accorcia e conviene muoversi tra gennaio e i primi di febbraio. Si scelgono rametti dell’anno, di matita, ben lignificati, prelevati proprio dal settore mutato e non dal legno adiacente.
  4. Conservare bene. Marze avvolte in carta leggermente umida, in sacchetto di plastica forato, in frigorifero a 1-4 gradi, lontano da frutta matura, perché l’etilene liberato dai frutti danneggia le gemme.
  5. Innestare. A fine inverno, alla ripresa vegetativa, si procede a spacco, a triangolo o a doppio spacco inglese su portinnesto o su branca di una pianta adulta. In alternativa, innesto a gemma dormiente in agosto-settembre, che in Italia dà ottimi risultati e permette di verificare l’attecchimento entro poche settimane.
  6. Verificare. Il momento della verità arriva quando la pianta innestata fruttifica. Se produce mele uniformemente del tipo mutato, la mutazione è stabile ed è probabilmente periclinale. Se torna al colore originale o produce frutti misti, si trattava di un settore instabile destinato a rientrare. Nel dubbio, conviene innestare più marze prelevate da punti diversi del settore.

Perché il seme, in questo caso, non serve a nulla

È la domanda che arriva sempre: e se pianto i semi di quella mela? La risposta breve è no. Il melo è fortemente eterozigote e autoincompatibile: ogni seme è un individuo nuovo, figlio di due genitori diversi, con caratteristiche imprevedibili e quasi sempre inferiori a quelle dei genitori. È il motivo per cui tutte le varietà commerciali si propagano per innesto e non per seme.

Mela metà rossa e metà gialla: non è un fotomontaggio, è una chimera

C’è di più: le mutazioni delle chimere settoriali risiedono spesso nello strato L1, quello della buccia, mentre i gameti derivano da L2. Anche nel caso fortunato in cui i semi germinassero e le piantine fruttificassero dopo sei-dieci anni, la mutazione della buccia potrebbe semplicemente non essere presente nel loro DNA. L’unica strada per conservare uno sport di gemma è la propagazione vegetativa.

Un avvertimento legale che conviene conoscere

Le varietà moderne protette da privativa vegetale, comunitaria o nazionale, non si moltiplicano liberamente: la tutela copre il materiale di propagazione e si estende, in linea generale, anche alle varietà essenzialmente derivate, categoria in cui rientrano proprio gli sport di gemma. Tradotto: da una pianta di un club varietale non si prelevano marze, nemmeno per uso hobbistico e nemmeno se il ramo è mutato. La cosiddetta deroga per l’agricoltore riguarda alcune specie erbacee e non si applica ai fruttiferi arborei.

Il discorso cambia completamente sulle varietà antiche e locali, di pubblico dominio: Renetta, Limoncella, Annurca, Rosa Mantovana, Decio, Carla, e le centinaia di cultivar territoriali censite nelle collezioni italiane. Su questi materiali la selezione clonale a partire da rami mutati è storicamente il modo in cui sono nati moltissimi cloni locali, ed è tuttora una pratica legittima e culturalmente preziosa.

Se il ramo è davvero interessante, non tenetelo per voi

Un ultimo passaggio, spesso trascurato. In Italia esistono reti pubbliche di conservazione del germoplasma frutticolo: le collezioni nazionali coordinate dagli enti di ricerca agricola, i repertori regionali della biodiversità agraria istituiti con leggi dedicate, le banche del germoplasma universitarie e gli agricoltori custodi. Segnalare un ramo anomalo su una varietà locale a uno di questi soggetti costa una mail e può trasformare una curiosità da frutteto in un accessione registrata, caratterizzata e conservata.

Perché è questo il punto vero della storia. La mela divisa a metà non è un difetto da scartare né una foto simpatica da mandare agli amici: è un evento genetico spontaneo, la stessa identica cosa che, in un frutteto americano di novant’anni fa, ha spinto un coltivatore a non potare quel ramo strano. Da quel gesto sono nate varietà coltivate su milioni di ettari. Il minimo che possiamo fare, davanti a una mela così, è guardarla con attenzione prima di mangiarla.

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