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Fine agosto, tavolo del giardino, la lampada accesa. All’improvviso atterra un coso lungo poco più di un centimetro e mezzo: corpo giallo-bruno come una vespa, ali trasparenti, e due zampe anteriori piegate a manine identiche a quelle di una mantide religiosa. Il primo pensiero è sempre lo stesso: una mantide appena nata. Il secondo, se si guardano quelle striature scure sull’addome: una vespa strana. Sono entrambi sbagliati. Quello che vi ha appena salutato è una mantispa, un piccolo neurottero parente delle crisope, del tutto innocuo per l’uomo, e protagonista di una delle storie più incredibili della fauna italiana: la sua larva viaggia clandestina sul corpo di un ragno per mangiarsi le uova dall’interno del sacco.
Il test di riconoscimento in dieci secondi
La mantispa più comune in Italia è Mantispa styriaca, lunga circa 12-20 millimetri, con un’apertura alare che può arrivare intorno ai 2-3 centimetri. Nel nostro Paese sono presenti anche altre specie affini, in particolare del genere Perlamantispa, con Perlamantispa perla segnalata soprattutto nell’Italia centrale, meridionale e in Sicilia. Per l’osservatore da tavolo di giardino, però, la famiglia si riconosce con quattro controlli rapidi.
- Le ali: quattro ali membranose, trasparenti, con una fitta nervatura, tenute a tetto sopra l’addome quando l’insetto è a riposo. È la firma dei neurotteri.
- Il torace: il primo segmento è allungatissimo, una specie di collo di giraffa che porta in avanti le zampe raptatorie.
- Le antenne: corte, sottili, poco vistose. Niente antenne lunghe e mobili.
- Le dimensioni: due centimetri al massimo, spesso meno. Un insetto che sta comodamente su un’unghia.
I tre sosia con cui viene confusa
La neanide di mantide religiosa è il sosia numero uno, ma non ha ali funzionali: i giovani di mantide sono privi di ali, e quando le sviluppano hanno un corpo di 5-7 centimetri, non di due. La mantide, inoltre, ha una testa triangolare molto mobile che ruota a guardarti, e in Italia i piccoli si vedono in primavera-inizio estate, gli adulti da fine estate.
La vespa è il sosia numero due, ed è un sosia voluto: molte mantispe hanno una livrea giallo-nera che ricorda un imenottero. Ma la vespa ha la vita strozzata, ali ripiegate piatte lungo il corpo, zampe anteriori normali da camminata e, soprattutto, un pungiglione. La mantispa non ha nulla di tutto questo.
La crisopa, l’occhi d’oro verde chiaro che tutti conosciamo, è il sosia numero tre ed è anche la parente più vicina: stesse ali a tetto, stessa fragilità. Le differenze sono il colore verde, le antenne lunghe e l’assenza totale di zampe raptatorie.
Non è una mantide: è un caso da manuale di evoluzione convergente
Qui sta la parte affascinante. Le mantidi appartengono all’ordine dei Mantodea; le mantispe ai Neuroptera, lo stesso gruppo di crisope e formicaleoni. Sono lignaggi lontanissimi, e le zampe raptatorie ripiegate a tenaglia si sono evolute due volte in modo indipendente, semplicemente perché per un predatore in agguato quella è una soluzione meccanica eccellente: afferrare e trattenere una preda viva.
Gli studi di paleontologia e filogenesi sui mantispidi mostrano che questa specializzazione ha una storia lunghissima. Ambre cretacee di circa cento milioni di anni hanno restituito una fauna di mantispidi già molto diversificata, con zampe anteriori dotate di spine e strutture di adesione differenti da specie a specie, segno che il gruppo ha sperimentato per centinaia di milioni di anni tecniche di caccia diverse. Il risultato, oggi, è un insetto che al primo colpo d’occhio sembra il fratello minore della mantide e invece è il cugino di una crisopa. E i suoi occhi non sono da meno: ciascun occhio composto conta migliaia di unità visive e occupa buona parte della testa, coerente con uno stile di caccia che alterna l’agguato immobile a brevi appostamenti in avvicinamento. Chi la osserva da vicino nota subito quanto sia rapida e precisa quando scatta.
La storia della larva: clandestina a bordo di un ragno
La biografia della mantispa è degna di un romanzo d’avventura. La femmina depone centinaia di uova rosate, ciascuna in cima a un peduncolo sottilissimo, come minuscoli palloncini legati a un filo. Da queste uova nasce una larva di primo stadio chiamata planidia: pochi millimetri, zampe relativamente lunghe, corpo appiattito, un vero mezzo di locomozione biologico. In Europa questa larvetta può passare l’inverno in attesa e mettersi in cerca in primavera.
Il suo obiettivo è un ragno, preferibilmente una femmina di ragno cacciatore come i licosidi (i ragni lupo che corrono sul terreno) o i pisauridi. La planidia si mette in posizione di attesa sollevando il corpo in verticale, in equilibrio su ventose posteriori, e oscillando da un lato all’altro finché non intercetta il passaggio giusto. Ricerche recenti hanno mostrato che queste larve non vanno a caso: sanno leggere le tracce chimiche lasciate sul substrato e riescono a orientarsi verso ragni di sesso ed età utili, evitando bersagli inservibili.
Quando il contatto avviene, la larva sale a bordo aggrappandosi alle zampe e si sistema in una zona protetta, spesso vicino al peduncolo che unisce cefalotorace e addome. Da lì può restare per giorni o settimane, e per sopravvivere fa la cosa più sorprendente di tutte: si nutre di piccole quantità di emolinfa del ragno, il suo sangue. In alcune specie, se il ragno cambia pelle, la larva si rifugia temporaneamente nei polmoni a libro dell’ospite. E se ha sbagliato bersaglio salendo su un maschio, non è finita: può passare sulla femmina durante l’accoppiamento.
Il gran finale dentro il sacco delle uova
Il viaggio ha un solo capolinea: il sacco ovigero. Alcune specie lo penetrano bucando direttamente la seta di un sacco già confezionato; altre, le vere clandestine, aspettano che la femmina cominci a filarlo e si lasciano sigillare dentro insieme alle uova, mentre il sacco si chiude. A quel punto la trasformazione è radicale: la larva agile e corridora muta in una larva grassa, biancastra, con zampe ridotte, praticamente immobile. Non serve più muoversi: è dentro una dispensa chiusa. Con stiletti boccali capaci di perforare e succhiare, svuota le uova una a una.
Anche la gestione della scorta è raffinata. Esperimenti su specie affini hanno mostrato che la larva è in grado di bloccare lo sviluppo delle uova che non ha ancora consumato, senza danneggiarle meccanicamente, con l’effetto di conservarle come cibo anziché lasciarle schiudere. Quando ha finito, tessa un bozzolo di seta dentro il sacco e completa la metamorfosi. Questo ciclo con stadi larvali profondamente diversi tra loro si chiama ipermetamorfosi, e i mantispidi sono uno dei casi scolastici più citati.

Pericolosa? No, e nemmeno un po’
Mettiamo a posto la parte che interessa a chi ha bambini, cani e gatti in giardino.
- Non punge. Non possiede pungiglione né veleno. La somiglianza con la vespa è pura pubblicità ingannevole a proprio vantaggio: un travestimento che scoraggia i predatori.
- Non morde in modo rilevante. Le mandibole sono fatte per insettini di pochi millimetri. Se la si stringe in mano può afferrare la pelle con le zampe raptatorie, e la sensazione è quella di un solletico con uno spillo di plastica. Nessuna conseguenza.
- Non tocca le piante. Da adulta è un predatore generalista di piccoli artropodi: afidi, moscerini, piccoli insetti molli. Non rosicchia foglie, non buca frutti, non punge i germogli. Nell’orto è neutra o utile.
- Non è pericolosa per cani e gatti. Un animale curioso che la annusa o la mangia non corre rischi particolari.
- Non fa nidi in casa e non si riproduce negli ambienti domestici: entra per errore, attirata dalla luce.
Se entra in casa: bicchiere e cartolina
Il metodo è sempre lo stesso, e funziona con qualunque insetto fragile. Si appoggia un bicchiere trasparente sopra l’animale, si fa scivolare sotto una cartolina o un pezzo di cartoncino rigido, si porta il tutto alla finestra e si libera verso una siepe o un cespuglio. Niente giornali, niente scarpe, niente insetticidi spray: la mantispa è un insetto delicatissimo, con ali che si rovinano al primo colpo, e non c’è alcun motivo sanitario per ucciderla.
Per ridurre le visite serali basta agire sulla causa: attirata com’è dalla luce, la si tiene lontana con lampade esterne a tonalità calda anziché bianco-blu, con zanzariere alle finestre nelle sere di luglio e agosto e spegnendo le luci del portico quando non servono. Meno luce sparata verso il buio significa anche meno falene, meno crisope e meno insetti notturni disorientati in generale.
Dove e quando cercarla in Italia
La mantispa non è rarissima, ma è discreta e passa inosservata: capita più spesso di trovarla per caso che di riuscire a cercarla con successo. Il periodo buono va da giugno a settembre, con il picco nel cuore dell’estate; nelle regioni meridionali la finestra si allunga un po’ su entrambi i lati, in montagna e al Nord si stringe. Nel corso degli anni le segnalazioni si sono moltiplicate anche in aree protette dove la specie non era mai stata registrata prima, semplicemente perché è aumentato il numero di persone che fotografano quello che vedono.
I posti giusti sono tre. Le luci: lampioni, lampade del portico, finestre illuminate, insegne, dove le mantispe arrivano nelle ore notturne. La vegetazione bassa e soleggiata: prati aridi, radure, macchia, siepi, bordi di sentiero, dove l’adulto caccia in agguato tra le infiorescenze. I muri caldi e le pietre esposte a fine giornata. Un dettaglio ecologico interessante: dove ci sono mantispe ci sono, per necessità, molti ragni cacciatori. Trovarne una in giardino è quindi un indizio indiretto di un ambiente ricco di predatori e non sterilizzato dai trattamenti, cioè un giardino che funziona.
Come fotografarla senza rovinare la scena
La mantispa collabora, se non la si tratta male. Le ore migliori sono il primo mattino e la sera, quando la temperatura più bassa la rende meno reattiva. Conviene avvicinarsi lentamente, senza ombra addosso al soggetto (l’ombra che cala è il segnale di allarme universale nel mondo degli insetti), e senza soffiarle addosso. Meglio più scatti da una distanza ragionevole che un unico scatto a due centimetri con flash diretto. E soprattutto: mai sistemare l’insetto spostandolo con le dita o con un rametto. Se vola via, ha vinto lei. Basta aspettare la sera dopo, sotto la stessa lampada.
Fonti
- Redborg K. E. (1998). Biology of the Mantispidae. Annual Review of Entomology.
- Scientific Reports (2024). Mantidfly larvae use cues on substrate to locate and distinguish different sexes and life stages of potential spider hosts. Nature Portfolio.
- Haug J. T. et al. (2018). The ride of the parasite: a 100-million-year old mantis lacewing larva captured while mounting its spider host. BMC Zoological Letters (PMC).
- Kral K. (2013). Vision in the mantispid: a sit-and-wait and stalking predatory insect. Physiological Entomology.
- Redborg K. E. (1983). A mantispid larva can preserve its spider egg prey: evidence for an aggressive allomone. Oecologia.
- Liu X. et al. (2020). Cretaceous diversity and disparity in a lacewing lineage of predators (Neuroptera: Mantispidae). Proceedings of the Royal Society B.
- Perez-de la Fuente R. et al. (2019). A mantidfly in Cretaceous Spanish amber provides insights into the evolution of integumentary specialisations on the raptorial foreleg. Scientific Reports.
- PNAS Nexus (2023). The associated evolution of raptorial foreleg and mantispid diversification during 200 million years (PMC).
- LSU AgCenter (2020). Climaciella brunnea, The Wasp Mantidfly (Mantispidae: Neuroptera). Louisiana State University Agricultural Center.
- Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. La mantispa del Parco (con commento di A. Letardi, ENEA).





