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Ci sono due modi di guardare un bruco a strisce verdi, nere e arancioni appollaiato sul finocchio dell’orto. Il primo è chiedersi come toglierlo. Il secondo, molto più utile, è chiedersi a che punto è: perché quel bruco è un orologio biologico che si legge a occhio nudo, e ti dice con buona precisione quanti giorni mancano alla trasformazione e quanto fogliame resta da sacrificare.
Il protagonista è il bruco del macaone (Papilio machaon), la larva di una delle farfalle più grandi e riconoscibili d’Italia. Mangia solo Apiaceae (la famiglia di finocchio, carota, prezzemolo, sedano, aneto) e più raramente Rutaceae come la ruta. Non è un parassita: è un ospite di passaggio con una scadenza precisa. E la parte che quasi nessuno considera è quello che accade dopo: l’ultima covata dell’anno non diventa farfalla, si incrisalida e passa l’inverno attaccata a uno stelo secco o a una canna. Cioè esattamente dove passa il rastrello a novembre.
Riconoscerlo: quattro facce diverse nella stessa vita
La confusione nasce dal fatto che questo bruco cambia aspetto in modo radicale. Passa attraverso cinque stadi larvali separati da altrettante mute, e i primi non somigliano affatto all’immagine da cartolina.
Uovo
Sferico, giallo pallido, deposto singolarmente su foglioline tenere o sui fiori. Grande come una capocchia di spillo, si scurisce nei giorni precedenti alla schiusa. Tempi tipici: dai 4 ai 9 giorni con il caldo estivo italiano, un po’ più in primavera. La femmina non fa mai grappoli: distribuisce le uova su piante diverse, ed è per questo che spesso si trovano uno o due bruchi per pianta e non venti.
Primi stadi: il finto escremento di uccello
Appena nato è nero, spinuloso, con una macchia biancastra a forma di sella in mezzo al corpo. Sembra, letteralmente, una cacchina di uccello secca sulla foglia. Non è un caso: è mimetismo, e funziona benissimo contro i predatori a vista. In questa fase è lungo pochi millimetri e mangia quantità irrisorie, quindi la pianta non mostra alcun danno. Chi dice di non avere mai bruchi sul finocchio, molto spesso ce li ha e non li vede.
Quarto e quinto stadio: il bruco che tutti conoscono
Dopo la terza muta compare la livrea definitiva: verde brillante con anelli neri trasversali e punti arancioni o giallo-arancio. Il quinto e ultimo stadio è quello grosso, dai 3,5 ai 5 centimetri, sodo, che si vede da lontano. Qui scatta il dato che cambia tutta la gestione dell’orto: nell’ultimo stadio la larva consuma la grandissima parte del cibo di tutta la sua vita, nell’ordine dell’80 per cento. Tradotto: quando iniziate a notare le foglie che spariscono, non è l’inizio del problema, è la fine del ciclo. Restano pochi giorni.
L’osmeterio: le due corna arancioni sono il conto alla rovescia
Se lo si tocca, il bruco inarca la testa e fa uscire da dietro il capo una forcella carnosa arancione, a forma di corna, che ritrae subito dopo. Si chiama osmeterio. Non punge, non ustiona, non è velenoso per l’uomo: è una ghiandola evertibile che spalma sull’aggressore una miscela di acidi grassi volatili, in particolare acido isobutirrico e acido 2-metilbutirrico. L’odore è pungente e dolciastro, molti lo descrivono come ananas marcio. La sua efficacia dimostrata è soprattutto contro le formiche, che si ritirano e si puliscono le antenne.
Un dettaglio interessante: la composizione della secrezione resta la stessa anche cambiando pianta ospite tra finocchio, carota e pastinaca. Non è dunque un veleno rubato alla pianta, è chimica prodotta dall’insetto.
Per il lettore dell’orto l’osmeterio è utile come indicatore. Un osmeterio ben visibile, grande, su un bruco verde e cicciotto significa quinto stadio: siamo a 3-6 giorni dalla fine dell’alimentazione. Un bruco nerastro con la sella bianca che non riesce quasi a mostrarlo è ai primi stadi: mancano due o tre settimane, e nel frattempo mangerà pochissimo.
Quanti bruchi regge una pianta: la matematica della mensa
Qui sta il nocciolo pratico. Poiché il consumo è concentrato negli ultimi giorni, la domanda giusta non è quanti bruchi ci sono, ma quanta biomassa verde è disponibile nella settimana in cui diventeranno grandi tutti insieme.
Regole di campo che funzionano nelle condizioni italiane:
- Un finocchio selvatico adulto (1,5-2 metri, cespuglio ben ramificato, in piena terra): sostiene comodamente 4-6 bruchi fino alla crisalide, e ricaccia senza problemi.
- Una carota o un prezzemolo lasciati andare a seme, con lo stelo fiorale alto e ramificato: 2-3 bruchi.
- Prezzemolo da cucina in vaso da 20 cm: mezzo bruco, nel senso che un solo bruco maturo può spogliarlo. Servono 3-4 vasi da 20 cm per portare a termine un paio di bruchi maturi senza uccidere le piante.
- Aneto: molto gradito, ma delicato. Regge meno del finocchio e con il gran caldo di luglio-agosto tende a fiorire e seccare, e i bruchi lo abbandonano cercando altro.
Il conto si fa alla rovescia: contate i bruchi presenti, immaginate che ognuno nell’ultima settimana chieda l’equivalente di un buon ramo laterale di finocchio, e verificate se quei rami ci sono. Se non ci sono, non serve eliminare i bruchi: serve aggiungere mensa.
La regola dei rametti sacrificali
La soluzione più elegante è dedicare piante specifiche, tenendo intatto il raccolto. In Italia abbiamo un vantaggio enorme: il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare) è spontaneo su scarpate, bordi di strada e incolti in quasi tutta la penisola, è gratuito, perenne, resistentissimo alla siccità e nelle regioni meridionali e nelle isole è proprio la pianta ospite preferita in natura.
- Piantate 2-3 piante di finocchio selvatico in un angolo poco pregiato dell’orto, o due vasi grandi in fondo al terrazzo. È la mensa ufficiale.
- Lasciate una carota andata a seme: il suo ombrello fiorito attira le femmine di macaone e, in più, è una calamita per coccinelle, sirfidi e microimenotteri utili.
- Il prezzemolo e il sedano da cucina restano zone protette. Se trovate uova o piccoli bruchi sul prezzemolo, tagliate la fogliolina con l’uovo o il bruco e appoggiatela sul finocchio senza toccare l’animale con le dita. Il trasferimento riesce quasi sempre, perché per il bruco sono piante chimicamente parenti.
Attenzione a un errore frequente: i bruchi neri e giallo-verdastri che devastano cavoli, broccoli e kale non sono macaoni, sono cavolaie. Non hanno l’osmeterio e non si possono spostare sul finocchio, perché mangiano solo Brassicaceae. Il trasferimento su pianta sacrificale funziona solo tra piante della stessa famiglia botanica.
Perché i bruchi sparivano: la mortalità reale
Chi conta cinque bruchi e dopo tre giorni non ne trova nessuno spesso pensa di aver sbagliato qualcosa. Non è così. Le larve grosse e verdi sono cibo ideale per cinciallegre e passeri, per vespe cartonaie che ne fanno polpette per le proprie larve, e ospitano parassitoidi (piccoli imenotteri e mosche) che depongono all’interno del bruco. La mortalità naturale è alta: sopravvive una frazione minima delle uova deposte. È esattamente il motivo per cui una femmina depone decine di uova sparse.
Chi vuole vederne almeno uno arrivare in fondo può coprire una pianta in vaso con una rete a maglia fine o una piccola serra da balcone: sotto rete la percentuale di successo sale in modo enorme. Ma non è indispensabile: basta offrire abbastanza fogliame perché qualcuno ce la faccia.
L’ultima generazione non diventa farfalla
In Italia il macaone compie di norma due generazioni, tre nelle regioni centro-meridionali e nelle isole, dove il terzo ciclo è la regola più che l’eccezione. I primi voli partono da marzo-aprile, le larve si trovano da fine aprile fino a ottobre.
Il punto controintuitivo è che i bruchi di fine estate seguono una strada diversa dai loro fratelli di giugno. Non è la temperatura a decidere: è la lunghezza del giorno percepita durante lo sviluppo larvale. Quando le ore di luce scendono sotto una soglia critica intorno alle 14 ore e mezza, la larva imposta un programma diverso: si incrisalida e la crisalide entra in diapausa, cioè in sospensione dello sviluppo, e resta così tutto l’inverno per sfarfallare la primavera successiva.
Non è solo un ritardo. Le crisalidi svernanti sono fisiologicamente altre cose: le larve destinate a svernare hanno consumi e bilanci nutritivi differenti, e la crisalide sviluppa una resistenza al freddo misurabile, con un punto di sopraffusione più basso, che le consente di sopportare temperature sotto zero senza congelare. È un pacchetto vitale sigillato, costruito per durare mesi.
In pratica, sul calendario italiano: i bruchi che vedete tra fine agosto e ottobre (spesso fino a novembre nelle coste tirreniche, in Sicilia e in Sardegna) sono quasi certamente l’ultima covata. Non vedrete la farfalla nascere in autunno. Vedrete una crisalide, e poi apparentemente niente.

Crisalidi verdi o brune: non è una specie diversa
Chi trova la crisalide resta spesso sorpreso: a volte è verde brillante, a volte marrone come un pezzetto di legno. È lo stesso insetto. Il colore è una risposta plastica dell’ambiente sperimentato dalla larva nelle ore prima dell’incrisalidamento, in particolare la tessitura del supporto: superfici lisce e verdi tendono a dare crisalidi verdi, superfici ruvide, stelosi e legnose danno crisalidi brune. Anche le macchie sul corpo della crisalide variano in modo coordinato con il colore, e non è un dettaglio estetico: la sopravvivenza in campo delle crisalidi criptiche, cioè ben mimetizzate col fondo, è nettamente superiore a quella delle crisalidi che stonano col supporto.
Fondamentale: la larva matura abbandona la pianta ospite. Cammina anche per diversi metri e si fissa altrove, con un filo di seta attorno al torace e un cuscinetto sericeo alla base. I posti tipici in un orto italiano sono steli secchi di finocchio o di girasole, canne di bambù dei tutori, retro di vasi, travetti di legno, ringhiere, sottotetti del pergolato, cassette rovesciate. Cercarla sul finocchio è quasi sempre inutile.
La pulizia autunnale è ciò che uccide davvero i macaoni
Ed eccoci al paradosso. Nessuno perde una popolazione di macaoni perché alcuni bruchi hanno mangiato del finocchio. Le popolazioni crollano per tre gesti considerati virtuosi:
- Taglio e smaltimento degli steli secchi a ottobre-novembre, cioè la rimozione fisica delle crisalidi svernanti.
- Lavaggio, spostamento e ricovero di canne e tutori in garage o cantina: le crisalidi finiscono in ambienti troppo caldi e secchi, si disidratano o sfarfallano fuori stagione al chiuso, dove non c’è nulla.
- Sfalcio ripetuto di bordi, scarpate e incolti dove cresce il finocchio selvatico. La specie riesce a riprodursi solo dove la vegetazione non viene tagliata più di una o due volte l’anno: gli sfalci frequenti azzerano le larve prima che completino lo sviluppo.
Le contromisure sono banali e gratuite:
- Rinviate la pulizia a marzo. Steli secchi, ombrelle di finocchio e carota, fusti cavi: lasciateli in piedi tutto l’inverno. Non è disordine, è struttura.
- Non spostate i tutori dove i bruchi sono stati visti. Se dovete proprio farlo, ispezionate le canne una per una prima di lavarle.
- Se trovate una crisalide su un oggetto che deve essere spostato, appoggiate l’oggetto in un angolo esterno riparato dalla pioggia battente ma esposto al freddo naturale, mai in casa e mai in un contenitore chiuso e riscaldato.
- Nessun insetticida sulle Apiaceae dell’orto, nemmeno quelli ammessi in biologico a base di Bacillus thuringiensis: sono attivissimi sulle larve di lepidotteri e non distinguono un macaone da una nottua.
Il calendario italiano, in breve
- Marzo-aprile: sfarfallano le crisalidi svernanti. Nelle zone 9-10 (coste tirreniche, Sicilia, Sardegna) nelle annate miti si può vedere qualche adulto già a febbraio. In pianura padana lo svernamento è pieno e l’uscita è più tardiva.
- Aprile-maggio: prime uova al Centro-Sud, con circa 3-5 settimane di anticipo rispetto ai climi continentali freddi.
- Giugno-luglio: generazione estiva, sviluppo rapidissimo con il caldo. Queste crisalidi non svernano: sfarfallano in 2-3 settimane.
- Fine agosto-ottobre: ultima covata. I bruchi di questa fase producono crisalidi svernanti. Da qui in poi, mani ferme.
- Novembre-febbraio: stagione delle crisalidi. L’unico lavoro utile è non fare nulla.
Tre risposte veloci
Il bruco del macaone è pericoloso? No. Non punge, non è urticante, l’osmeterio è solo maleodorante. Si può osservare da vicinissimo senza rischi.
Mi rovina il raccolto? Su prezzemolo in vaso può farlo, su finocchio e carota a seme praticamente mai. Il consumo è forte solo negli ultimi giorni ed è concentrato su pochi individui.
Se sparisce, è morto? Non necessariamente. Se era grosso e verde, con ogni probabilità è semplicemente andato via a cercare un posto dove incrisalidarsi. Guardate i tutori, i muretti, il retro dei vasi: la crisalide potrebbe essere lì da settimane.
Alla fine il messaggio è semplice: tre piante di finocchio in un angolo e un rastrello che resta in cantina fino a marzo bastano a trasformare un orto qualsiasi in un posto dove la farfalla più bella d’Italia riesce a chiudere il proprio ciclo. Il costo è qualche foglia. Il ritorno si vede in volo a primavera.
Fonti
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- Eisner T. et al. (1970). Defense Mechanisms of Arthropods XXVII: Osmeterial Secretions of Papilionid Caterpillars. Annals of the Entomological Society of America.
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- Photoperiodic induction of diapause in normal and allatectomized precocious pupae of Papilio machaon. Journal of Insect Physiology.
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- Smith A. G. (1978). Environmental factors influencing pupal colour determination in Lepidoptera. Proceedings of the Royal Society B.
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