Bocca di leone: il fiore che si apre solo ai bombi (e come seminarla in autunno)

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un gioco che quasi tutti abbiamo fatto da bambini: prendere il fiore della bocca di leone, stringerlo delicatamente ai lati con due dita e vederlo spalancare la “bocca”, come un piccolo drago che sbadiglia. Molliamo la presa e la bocca si richiude di scatto. Sembra solo un passatempo. In realtà, in quel gesto c’è tutta la biologia di questa pianta: Antirrhinum majus ha costruito un fiore che funziona come una cerniera a molla, e quella molla decide chi può entrare e chi resta fuori.

Capito quel meccanismo, cambiano tre cose in giardino: si capisce perché certe aiuole fioriscono per mesi ma non fanno un seme, perché le varietà moderne “a farfalla” o doppie attirano meno insetti, e soprattutto quando conviene seminare in Italia per avere steli lunghi e fioriture da aprile invece che da giugno.

La corolla a scatto: un fiore chiuso a chiave

Il fiore della bocca di leone appartiene a una categoria botanica precisa: la corolla personata, cioè “mascherata”, occlusa. Il labbro inferiore si solleva e chiude l’ingresso come un coperchio, sigillando all’interno nettare, polline e organi riproduttivi. Non è una porta socchiusa: è una porta chiusa. La piattaforma di atterraggio su cui l’insetto si posa richiede una vera pressione meccanica per essere abbassata.

Qui entra in gioco la selezione. Per aprire quella cerniera servono due requisiti insieme: peso e forza. L’insetto deve essere abbastanza pesante da far leva sul labbro inferiore e abbastanza robusto da tenerlo giù mentre infila la testa. Una volta dentro, serve anche una lingua lunga per raggiungere il nettare in fondo al tubo fiorale. Le indagini di campo condotte su gran parte delle specie del genere Antirrhinum, con centinaia di ore di osservazione, hanno mostrato che oltre l’85% delle visite viene da una manciata di api di grossa taglia e lingua lunga: bombi come Bombus terrestris, Bombus pascuorum, Bombus hortorum, Bombus ruderatus, ma anche antofore, megachilidi robusti e la grande xilocopa nera, l’ape legnaiola che sentiamo ronzare come un piccolo elicottero.

L’ape domestica compare negli elenchi, ma in posizione marginale: pesa poco, spinge poco, e nella maggior parte dei casi si limita a girare intorno al fiore senza riuscire ad aprirlo. È per questo che in un giardino ricco di api ma povero di bombi la bocca di leone resta bellissima e sterile. Fiorisce, dura, non allega.

Il test delle due dita, fatto bene

Provate a ripetere il gioco dell’infanzia con attenzione, e osservate tre dettagli. Primo: la resistenza. Un fiore giovane e sano oppone una resistenza netta, non si apre sfiorandolo. Secondo: la macchia gialla al centro del labbro inferiore, spesso rilevata e vellutata. È la “guida al nettare”, un cartello luminoso che dice all’insetto dove premere. Terzo: la superficie del petalo. Le cellule dell’epidermide dei petali di Antirrhinum hanno forma conica, quasi a papilla, e questo dettaglio microscopico non è estetico: esperimenti con bombi su piante mutate hanno mostrato che i fiori con cellule coniche vengono preferiti e visitati di più, perché offrono più presa alle zampe e riflettono il colore in modo più saturo. In pratica, la pianta ha messo anche il tappetino antiscivolo davanti alla porta.

Perché le varietà doppie e “a farfalla” hanno perso gli impollinatori

Nelle sementerie oggi si trovano tre grandi famiglie di bocche di leone. Le classiche, con la corolla chiusa a scatto. Le cosiddette butterfly o azalea-flowered, con corolla aperta a campanella o a tromba. E le doppie, con petali moltiplicati.

Le forme aperte nascono da mutazioni che alterano la simmetria del fiore: la corolla, invece di essere bilaterale con un labbro superiore e uno inferiore, tende a diventare regolare, a stella. Bellissime da vedere, comodissime da fotografare. Ma la cerniera non c’è più, e con lei sparisce il filtro che selezionava i bombi. Il nettare diventa accessibile a chiunque, spesso viene depredato da insetti che non trasportano polline in modo efficace, e la specializzazione salta. Nelle doppie il problema è più radicale: la moltiplicazione dei petali avviene spesso a spese di stami e pistillo, con fiori parzialmente o totalmente sterili.

Traduzione pratica: se volete solo colore, scegliete quello che vi piace. Se volete anche semi, insetti che ronzano e quella meravigliosa abitudine della bocca di leone di riseminarsi da sola nelle fessure dei muretti a secco, tra i mattoni e nelle crepe del selciato, restate sulle varietà a fiore classico chiuso. Chi ha piante che “spuntano da sole” ogni anno negli angoli più improbabili del giardino, quasi sempre ha varietà tradizionali e bombi in zona.

Va aggiunto un dettaglio che spiega molte delusioni: Antirrhinum majus è in larga parte autoincompatibile. Non basta che il polline arrivi sullo stigma, deve arrivare polline di un’altra pianta. Ecco perché un’unica pianta isolata, anche visitata, produce poco. Meglio gruppi di almeno cinque o sei soggetti diversi.

La capsula a teschio: leggere il seme prima di raccoglierlo

Arriviamo alla parte che affascina chiunque, bambini compresi. A fine stagione, quando il fiore appassisce e l’ovario ingrossa, la bocca di leone produce una capsula secca dalla forma inconfondibile: due lobi gonfi come orbite oculari, un collo, e tre fori apicali che sembrano occhi e naso. Il risultato è un minuscolo teschio di pochi millimetri. Non è una varietà speciale, non è una selezione horror: è la normale capsula di qualunque bocca di leone tradizionale che sia stata impollinata.

Botanicamente si tratta di una capsula a deiscenza poricida: non si apre spezzandosi lungo le suture, ma aprendo pori in cima, esattamente come fa il papavero. I semi, nerissimi e grandi come granelli di pepe macinato fine, escono da quei fori quando lo stelo viene scosso dal vento o da un animale di passaggio. È un dispositivo a saliera, che sparge i semi poco alla volta e non tutti insieme.

Per raccogliere i semi al momento giusto basta guardare la capsula:

  • Verde e turgida: troppo presto, semi immaturi e non vitali.
  • Giallo-paglierina, ancora chiusa in cima: momento ideale. Tagliate l’intero stelo e mettetelo a testa in giù in un sacchetto di carta.
  • Bruna con i tre fori già aperti: siete in ritardo, ma spesso qualche seme resta dentro. Capovolgete la capsula sul palmo e scuotete.
  • Bruna, leggera e vuota: la pianta si è già riseminata da sola. Osservate il terreno lì intorno la primavera successiva.

I semi vanno fatti asciugare all’ombra qualche giorno, poi conservati in bustina di carta, al fresco e all’asciutto. Restano vitali diversi anni. Attenzione: i semi raccolti da ibridi F1 non riproducono la pianta madre, ma danno una mescolanza di colori che spesso è più bella dell’originale.

Annuale o perenne? In Italia la risposta cambia con la latitudine

Nei cataloghi la bocca di leone è quasi sempre venduta come annuale. È una semplificazione di comodo, nata nei climi freddi. In botanica Antirrhinum majus è una perenne di breve durata, suffruticosa alla base, originaria del bacino del Mediterraneo occidentale, abituata a rupi calcaree, scarpate assolate e terreni poverissimi.

Bocca di leone: il fiore che si apre solo ai bombi (e come seminarla in autunno)

Nelle nostre zone 8-10 (coste tirreniche, gran parte del Centro, Sud e isole) la pianta sverna tranquillamente all’aperto e riparte in primavera dalla base legnosa, spesso per due o tre anni, prima di esaurirsi. Al Nord e nelle zone più fredde interne il freddo umido, più che il gelo secco, la fa marcire al colletto: lì si comporta effettivamente da annuale, salvo posizioni riparate e drenaggio impeccabile.

Questa non è una curiosità da nulla: cambia completamente il calendario di semina.

Semina autunnale: il segreto degli steli lunghi

Chi semina la bocca di leone in primavera ottiene piante che fioriscono a giugno, con steli corti, e che si fermano subito dopo per il caldo. Chi la semina a fine estate ottiene tutt’altra pianta. Il motivo è semplice: seminata in agosto-settembre, la piantina passa l’autunno e l’inverno a fare radici e una rosetta bassa e compatta, senza sprecare energia in fiori. Alla ripartenza primaverile ha un apparato radicale enorme rispetto alla parte aerea, e con giornate che si allungano e temperature ancora fresche produce steli molto più lunghi, robusti e con spighe fitte. È esattamente il motivo per cui i floricoltori professionali coltivano la bocca di leone come fiore da taglio invernale-primaverile e non estivo.

Calendario per l’Italia

  • Centro-Sud, isole, coste (zone 8-10): semina in semenzaio da fine agosto a metà ottobre; trapianto in ottobre-novembre a 20-30 cm; fioritura da marzo-aprile fino al gran caldo di luglio.
  • Nord e zone interne fredde (zona 7): semina di settembre con svernamento in cassone freddo o serra fredda non riscaldata, oppure semina a febbraio in serra fredda e trapianto a marzo-aprile, con fioritura da maggio.
  • Vaso e balcone: contenitori da almeno 20-25 cm di profondità, terriccio con un terzo di sabbia o perlite, pieno sole. Le varietà nane e intermedie sono le più adatte; le alte da taglio in vaso vanno legate.

Due accortezze tecniche fanno la differenza in semina. Primo: i semi della bocca di leone sono fotoblastici, cioè germinano meglio alla luce. Non vanno coperti di terra: si premono appena sulla superficie e si mantiene umido con nebulizzazioni. Secondo: la temperatura ideale di germinazione è fresca, intorno ai 18-20 gradi. Sopra i 25 la germinazione crolla, quindi in agosto il semenzaio va tenuto all’ombra e al fresco, mai in pieno sole.

Quando le piantine hanno 4-6 foglie vere, si cima sopra la seconda coppia di foglie: si perde lo stelo centrale ma si ottengono cinque o sei rami fioriti. Per il fiore da taglio con steli singoli lunghissimi, invece, non si cima e si dirada.

Ruggine, il vero nemico italiano

La malattia che rovina più bocche di leone nel nostro Paese è la ruggine, causata dal fungo Puccinia antirrhini. Si riconosce subito: macchioline gialle sulla pagina superiore della foglia e, sotto, pustole polverose color cioccolato. Le foglie colpite avvizziscono e la pianta si spoglia dal basso.

Il fungo ha bisogno di una condizione precisa per infettare: la foglia deve restare bagnata per sei-otto ore consecutive. Prospera con temperature miti, tra i 13 e i 21 gradi circa, e si ferma sopra i 27. Detto in altre parole: nebbie padane, rugiade autunnali prolungate e irrigazioni fatte la sera sono l’ambiente perfetto per la ruggine, mentre la calura di luglio la blocca.

Le contromisure sono più agronomiche che chimiche:

  • Irrigare al piede, mai sulle foglie, e sempre al mattino presto.
  • Distanziare le piante per far circolare l’aria; la bocca di leone fitta è bocca di leone malata.
  • Scegliere varietà dichiarate resistenti alla ruggine, oggi molte nelle serie da taglio.
  • Eliminare e non compostare le parti colpite; il fungo sverna sui residui e sulle piante che restano in giardino.
  • Non ripetere la coltura nella stessa aiuola per due anni di fila.

Cosa piantarci accanto (e perché conviene)

Se l’obiettivo è avere semi e bombi, aiuta creare una “stazione di rifornimento” continua. I bombi escono presto, già a febbraio nelle zone miti, quando le regine cercano cibo. Rosmarino, salvia, lavanda, borragine, viperina e trifoglio in fioritura scalare tengono le colonie in zona fino a quando la bocca di leone apre le sue prime spighe. Una colonia insediata significa visite regolari, e visite regolari significano capsule piene.

Un ultimo consiglio che vale più di molte tecniche: lasciate almeno due o tre steli sfioriti senza tagliarli. Perderete un po’ di ordine e qualche settimana di rifioritura su quei fusti, ma otterrete i piccoli teschi di semi da mostrare ai bambini e, l’anno dopo, decine di piantine spontanee nate esattamente dove non le avreste mai messe. Nei muretti, nelle crepe, sui gradini. È lì che questa pianta mediterranea dà il meglio di sé, e chiunque la coltivi da qualche anno lo scopre da solo: la bocca di leone si sistema meglio da sola di quanto sappiamo fare noi.

Fonti

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