Zucca Galeux d’Eysines: perché la scorza si riempie di verruche e cosa significa davvero

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

La prima volta che te la trovi davanti su un banco del mercato, la reazione è quasi sempre la stessa: un misto di stupore e leggero ribrezzo. Una zucca grossa, schiacciata, di un rosa salmone tenue, completamente ricoperta di escrescenze che sembrano arachidi incollate sulla buccia. C’è chi la scambia per una zucca malata, chi per un frutto attaccato dagli insetti, chi pensa a un virus. E invece quella zucca con le verruche è una delle varietà più ricercate dai cuochi francesi da oltre un secolo, e quelle placche non sono un difetto: sono un indizio.

Parliamo della zucca Galeux d’Eysines, una Cucurbita maxima antica originaria del comune di Eysines, in Gironda, alle porte di Bordeaux. Il nome francese completo, Brodé galeux d’Eysines, si traduce più o meno come ricamata e rognosa di Eysines: brodé perché le escrescenze sembrano un ricamo in rilievo, galeux perché ricordano una crosta. Un nome poco lusinghiero per una zucca che in cucina è una piccola meraviglia.

Le verruche non sono una malattia: cosa succede davvero sotto la buccia

Partiamo dal punto che conta di più, perché è quello che genera più confusione. Le escrescenze della Galeux d’Eysines sono tessuto suberificato, cioè tessuto ricoperto di suberina, la stessa sostanza cerosa e impermeabile di cui è fatto il sughero. La pianta lo produce naturalmente quando l’epidermide del frutto viene messa sotto tensione o deve cicatrizzare una micro-lesione.

Nelle zucche la verrucosità è un carattere ereditario ben studiato: è controllata da un gene dominante e si manifesta solo sui frutti che sviluppano una scorza lignificata, cioè dura. In pratica esiste una predisposizione genetica, e la Galeux d’Eysines ce l’ha in modo spiccato. Ma la genetica spiega la possibilità, non il momento: le placche compaiono soltanto nella fase finale della maturazione, quando la polpa accumula massa e zuccheri, il mesocarpo si espande e l’epidermide, ormai rigida, cede in punti precisi. In quei punti il frutto reagisce come fa sempre una pianta: ripara, ispessisce, suberifica. Risultato, una protuberanza secca e sugherosa che nel tempo indurisce.

Da qui il nomignolo internazionale di sugar warts, verruche di zucchero. È una semplificazione affettuosa e non del tutto letterale — non c’è zucchero cristallizzato che esce dalla buccia come da una caramella — ma coglie il nesso reale: più la polpa si carica e matura, più le placche si sviluppano. Ecco perché nella pratica di campo una Galeux molto brutta, ben carenata di escrescenze dure, è quasi sempre più dolce e più matura di una Galeux liscia o appena puntinata.

Come distinguerla da un vero problema sanitario

Il dubbio legittimo è: e se fosse un virus? I potyvirus dei cucurbitacei, come il virus del mosaico giallo dello zucchino, deformano davvero i frutti con bozze e protuberanze. Ma hanno una firma inconfondibile: colpiscono prima e soprattutto le foglie, che diventano mosaicate, gialline, bollose, spesso ridotte a filamenti, con piante nane e internodi accorciati. Se la pianta è vigorosa, le foglie sono sane e uniformi e le escrescenze sono asciutte, sugherose e distribuite in modo abbastanza regolare sulla superficie, si tratta del carattere varietale.

Esiste anche un terzo caso, l’edema fisiologico: quando le radici assorbono più acqua di quanta la pianta riesca a traspirare, alcune cellule scoppiano e le lesioni cicatrizzano formando croste rilevate. Si riconosce perché è tipicamente localizzata — spesso sul lato del frutto appoggiato a terra — e non uniforme. Nella Galeux, invece, il ricamo avvolge tutto il frutto.

Quando raccogliere la zucca Galeux d’Eysines in Italia

In Italia la semina in pieno campo va da metà aprile al Centro-Sud e da fine aprile a fine maggio al Nord, con trapianto di piantine allevate in vaso dove la primavera è ancora fresca. La raccolta cade tra fine settembre e ottobre: rispetto ai calendari americani che si trovano in rete c’è uno sfasamento di tre-sei settimane, quindi la comparsa delle placche si concentra tipicamente a settembre, nelle ultime tre-quattro settimane prima del taglio.

I segnali di maturazione da leggere insieme, mai uno solo:

  • Il peduncolo che diventa legnoso, screpolato e color paglia: è il criterio più affidabile.
  • Il colore di fondo che vira dal beige-verdastro al rosa salmone caldo e uniforme.
  • Le verruche ben formate e dure al tatto, non molli né umide.
  • La buccia che resiste all’unghia: se l’unghia entra facilmente, il frutto è ancora acerbo.

Sulla gestione dell’acqua vale una regola semplice: irrigazione costante fino al completo ingrossamento dei frutti, poi stop irriguo nelle ultime due settimane. Nelle estati torride e siccitose del Centro-Sud, se la pianta soffre troppo la sete in fase di accrescimento, le placche restano piccole e i frutti più leggeri. Nelle zone umide della Pianura Padana e negli autunni piovosi il rischio è opposto: acqua stagnante e muffe che si insediano proprio alla base delle escrescenze. Si taglia sempre con il forbicione lasciando cinque-dieci centimetri di peduncolo, e non si trasporta mai la zucca afferrandola per il picciolo: se si stacca, si apre una porta d’ingresso ai marciumi.

Il rovescio della medaglia: la conservazione di una zucca con la scorza rovinata

Questa è la parte che quasi nessuno racconta, ed è quella che fa la differenza tra una Galeux d’Eysines che arriva a Natale e una che marcisce a novembre. Ogni verruca, dal punto di vista della barriera protettiva, è una cicatrice: un punto in cui la superficie liscia e cerosa si è interrotta e si è riformata in modo irregolare, con micro-fessure alla base. Una Delica o una Hokkaido hanno una scorza compatta, continua, quasi impermeabile. La Galeux no. Per questo non si conserva allo stesso modo.

Il protocollo che funziona nelle nostre condizioni climatiche è questo:

  1. Curing lungo e asciutto: dieci-quindici giorni a 25-28 °C in ambiente ben ventilato, come una veranda, una serra fredda o un sottotetto asciutto. Il curing indurisce la scorza, cicatrizza le ferite e avvia la conversione dell’amido in zuccheri. Con una superficie irregolare come questa serve più tempo del solito.
  2. Niente lavaggio con acqua: bagnare le basi delle placche è il modo più rapido per innescare muffe. Se serve, si passa un panno asciutto o leggermente inumidito e si lascia asciugare completamente.
  3. Stoccaggio a 12-15 °C con aria secca e ricambio d’aria, mai in cantine fredde e umide. Sotto i 10 °C le zucche di questa specie subiscono danni da freddo che accorciano drasticamente la conservazione.
  4. Zucche non a contatto, appoggiate su cassette o scaffali di legno, mai direttamente sul cemento.
  5. Controllo settimanale con le dita alla base delle escrescenze: appena si sente un punto molle, umido o scuro, quel frutto va consumato subito.

Con questi accorgimenti la Galeux d’Eysines regge bene due-quattro mesi, ma è onesto dirlo: non è una zucca da dispensa fino a primavera. È una zucca da autunno-inverno, da godersi finché la polpa è al suo apice. E c’è una buona notizia nascosta: nei primi mesi di conservazione a temperature moderate l’amido continua a trasformarsi in zuccheri solubili, quindi il sapore migliora. Una Galeux mangiata tre-quattro settimane dopo il taglio è nettamente più buona di una consumata il giorno stesso.

Zucca Galeux d'Eysines: perché la scorza si riempie di verruche e cosa significa davvero

In cucina: regina della vellutata, sbagliata per i cubetti al forno

Tagliandola si capisce tutto. La cavità dei semi è sorprendentemente piccola rispetto alla mole del frutto, i semi sono grandi, e la polpa è spessa, densa, di un arancione intenso. È una zucca carnosa nel senso più letterale: poca acqua, tanta sostanza secca, una fibra fine e diffusa e un profilo aromatico che ricorda la patata dolce e la castagna con un fondo quasi fruttato.

Proprio questa struttura decide gli usi. La combinazione di fibra fine e bassa umidità la rende perfetta per tutto ciò che passa dal frullatore o dal passaverdure: vellutate di una cremosità che non ha bisogno di panna né di patata, zuppe autunnali ricche, purè, ripieni di tortelli, torte e dolci da forno. È in questi piatti che dà il meglio, e non a caso in Francia è storicamente la zucca da soupe.

Al contrario, i cubetti al forno non sono il suo terreno: la polpa povera d’acqua tende ad asciugarsi troppo e la fibra resta percepibile sotto i denti, mentre le varietà più tenere e umide danno risultati migliori. Se proprio si vuole infornarla, meglio cuocerla a spicchi con la buccia, coperta, e poi recuperare la polpa con un cucchiaio: quella polpa, frullata, è oro. Un ultimo consiglio pratico: la buccia con le escrescenze si pela male e non va mai consumata; conviene cuocere a spicchi e separare la polpa a cottura ultimata, si risparmiano fatica e dita.

Attenzione ai nomi: cosa non è la Galeux d’Eysines

Sui banchi italiani questa zucca viene spesso venduta sotto etichette generiche come zucca berrettina o zucca marina. Sono nomi che in realtà indicano altre varietà di Cucurbita maxima, dalla scorza grigio-verde bitorzoluta ma con caratteristiche agronomiche e culinarie diverse. Riconoscere la vera Galeux è semplice: forma schiacciata e larga, colore di fondo rosa salmone o pesca, escrescenze sugherose chiare e diffuse su tutta la superficie, peso tipico tra i quattro e i sette chili.

Tra le varietà antiche di Cucurbita maxima è una delle più interessanti da coltivare nell’orto familiare, anche perché i semi sono riproducibili: essendo una varietà a impollinazione libera, conservando i semi dei frutti migliori si può riseminarla l’anno successivo, avendo però l’accortezza di isolarla dalle altre Cucurbita maxima coltivate nei paraggi, altrimenti l’incrocio è garantito. Serve spazio — le piante sono espansive e vogliono almeno due metri quadrati a testa — e serve occhio sugli insetti fitofagi, che in annate difficili possono ridurre sensibilmente il numero di frutti allegati.

Alla fine il messaggio è controintuitivo ma prezioso: davanti a una zucca, non sempre la più liscia e lucida è la migliore. In questo caso specifico è vero il contrario. Quelle placche antiestetiche sono la firma di un frutto arrivato fino in fondo alla sua maturazione, e l’unica vera controindicazione è che bisogna trattarlo con un po’ più di riguardo in conservazione. Un piccolo prezzo per una delle zucche più dolci che si possano portare in tavola.

Fonti

Tag:Coltivazione zucche