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Ha un ciuffo di foglie lunghe e lucide in cima, un fusto grigio e diritto, l’aria di un piccolo palmizio esotico. E invece di palma non ha assolutamente niente. La palma del Madagascar, nome botanico Pachypodium lamerei, è una succulenta appartenente alla famiglia delle Apocinacee: la stessa parentela di adenium (la rosa del deserto), oleandro e frangipani. Quel tronco non è legno da palma, è una cisterna vivente. E il momento in cui la maggior parte delle persone la rovina è proprio l’autunno, quando la pianta lascia cadere tutte le foglie e sembra morire.
La buona notizia è che questa pianta parla chiaro, a patto di saperla ascoltare. Il suo linguaggio non sta nelle foglie: sta nel tronco.
Non è una palma: è una cisterna con le spine
Il nome del genere significa letteralmente “piede grosso”, e non è un caso. Pachypodium lamerei arriva dalle foreste secche e spinose del Madagascar centro-meridionale, ambienti dove piove molto per pochi mesi e poi non piove più per mesi interi. In natura può superare i tre o quattro metri; in coltivazione cresce lentamente, e possono servire decenni per arrivare a dimensioni importanti.
La strategia di sopravvivenza è semplice e geniale: accumulare acqua nel fusto durante la stagione umida e vivere di riserve durante quella secca. Il tronco è pieno di tessuto acquifero, una specie di spugna interna. Non solo: quando le foglie cadono, la fotosintesi non si ferma del tutto, perché continua nei tessuti verdi della corteccia. Il fusto, in pratica, è contemporaneamente serbatoio, magazzino e pannello solare di riserva.
Questo cambia tutto nella gestione pratica. Una pianta a foglia normale che resta senza acqua per tre settimane soffre subito. Un Pachypodium adulto, con il tronco carico, se ne accorge appena. È il contrario che lo ammazza.
Leggere il tronco: il manometro della pianta
Chi coltiva succulente caudiciformi da qualche anno impara a fare un gesto automatico: appoggiare il pollice sul fusto e premere leggermente. In tre secondi si capisce come sta la pianta. Ecco la griglia di lettura, che vale come una vera diagnosi.
- Tronco pieno, sodo, che resiste alla pressione: riserve in ordine. Non serve acqua, anche se la superficie del terriccio è asciutta da settimane. Questo è lo stato normale e desiderabile, specialmente in inverno.
- Tronco che si raggrinzisce, con pieghe orizzontali “a fisarmonica” e leggermente flessibile: qui la disidratazione è reale, la pianta sta consumando le scorte. In stagione vegetativa si irriga a fondo e il fusto si ricarica in pochi giorni. In pieno inverno si dà solo un po’ d’acqua, poca, in una giornata tiepida.
- Tronco molle, cedevole, che affonda sotto il pollice come un frutto marcio, con odore acido alla base: questo non è sete, è marciume in corso. È la situazione più fraintesa di tutte, perché una pianta con il colletto marcio non riesce più ad assorbire e mostra foglie mosce e cadenti, gli stessi sintomi della sete. Chi in quel momento annaffia accelera il disastro.
Sul punto tre serve chiarezza: il marciume di base, sostenuto da patogeni che amano il suolo freddo e saturo, non si cura con l’acqua e raramente si cura con i prodotti. L’unica possibilità è agire meccanicamente: estrarre la pianta, tagliare con lama pulita fino a trovare tessuto sano, bianco e asciutto, lasciare cicatrizzare all’aria all’ombra per una o due settimane e poi provare a radicare la parte sana in pomice pura, al caldo. Non è una passeggiata, ma è meglio della resa.
Le spine non sono un capriccio: sono ombrello, difesa e raccoglitore di nebbia
Le spine del Pachypodium lamerei, disposte in gruppetti e lunghe fino a 5-6 centimetri, fanno più di un mestiere. Il primo è ovvio: scoraggiare gli animali che vorrebbero mangiarsi una cisterna d’acqua in mezzo alla foresta secca. Ma negli studi sulle succulente spinose emerge anche un ruolo microclimatico: la copertura di spine crea ombra parziale sul fusto, ne abbassa la temperatura superficiale nelle ore più calde e riduce la perdita d’acqua. In alcune specie, rimuovendo le spine, cambia addirittura l’attività fotosintetica del fusto.
C’è poi un terzo mestiere, poetico e concretissimo: nelle popolazioni che crescono in zone raggiunte dalle nebbie oceaniche, l’umidità dell’aria condensa sulle spine e gocciola al suolo, dove la pianta ha radici superficiali pronte a intercettarla. Un impianto di irrigazione incorporato.
Ottobre-novembre: perde tutte le foglie e non sta morendo
Questo è il cuore della questione, il momento in cui ogni anno migliaia di piante vengono uccise con le migliori intenzioni. Tra fine settembre e novembre, quando le notti si accorciano e le temperature scendono, la palma del Madagascar perde le foglie. Non alcune: tutte. Rimane un palo grigio e spinoso con un moncone di ciuffo in cima, e l’impressione è quella di un cadavere in piedi.
Non è una malattia. È caducità stagionale, un comportamento normale della specie e dell’ambiente da cui viene. Le foreste secche del Madagascar occidentale perdono le foglie nella stagione asciutta, e Pachypodium fa esattamente la stessa cosa. In coltivazione italiana il segnale non è la siccità ma il calo di luce e di temperatura: la pianta chiude bottega, scarica le foglie che le costerebbero acqua senza renderle nulla, e vive di fusto.
Il problema è la reazione istintiva: “sta male, dalle acqua e un po’ di concime per riprenderla”. È la mossa peggiore possibile. Una pianta in riposo, con il metabolismo rallentato, radici poco attive e terriccio freddo, non beve quasi nulla: l’acqua resta nel vaso, il substrato rimane saturo, e nel giro di poche settimane il colletto cede. Il freddo, da solo, raramente la uccide. Il freddo più l’umidità la uccide quasi sempre.
Quindi, in autunno: nessun panico, nessun concime, acqua ridotta al minimo. E se qualche esemplare in casa molto luminosa e calda tiene una parte delle foglie tutto l’inverno, va benissimo: la specie è semi-decidua e si comporta in modo diverso a seconda delle condizioni.
Svernamento in vaso: il calendario italiano vero
I calendari di coltivazione anglosassoni e statunitensi vanno tradotti, non copiati: in Italia abbiamo tre o quattro settimane di sfasamento e autunni più piovosi. Ecco lo schema che funziona.
- Da metà maggio a inizio ottobre: all’aperto, in pieno sole, ideale su terrazzo o balcone ben esposto. Chi la sposta dall’interno all’esterno deve abituarla gradualmente in una o due settimane, altrimenti le foglie si scottano.
- Rientro: prima delle prime notti sotto i 10-12 °C. In pratica fine settembre-inizio ottobre al Nord, fine ottobre al Centro-Sud. Chi aspetta le prime piogge fredde di novembre rientra una pianta già con il terriccio bagnato, ed è lì che comincia il guaio.
- Da novembre a febbraio: massima luce disponibile (finestra a sud, davanzale, veranda fredda purché luminosa), temperatura minima intorno ai 10 °C, zero concime, acqua quasi zero. Un bicchiere ogni cinque o sei settimane, solo se il tronco inizia a raggrinzirsi, e sempre in una giornata tiepida di mattina, così il substrato asciuga.
- Da marzo: quando riparte la luce, si riprende a bagnare gradualmente e le foglie nuove escono dall’apice. Da aprile a settembre si irriga a fondo lasciando asciugare completamente tra un intervento e l’altro, con un concime a basso azoto e ricco di potassio ogni quattro o cinque settimane.
Terriccio e rinvaso: il 70% deve essere pietra
Il terriccio “per palme” venduto nei garden è pensato per piante che vogliono umidità costante: sul Pachypodium, nei nostri inverni piovosi, è una condanna. Serve un substrato che sgrondi in pochi secondi: almeno il 60-70% di materiale inerte (pomice, lapillo vulcanico, zeolite, sabbia grossolana di fiume, argilla espansa fine) e solo il resto di terriccio universale o torba-fibra di cocco. Vaso di coccio pesante, con foro largo, meglio di uno di plastica leggero: la pianta è alta, il baricentro anche, e una caduta con quelle spine non è divertente.

Rinvaso e potatura si fanno solo tra aprile e giugno, quando la pianta è in piena attività e le ferite cicatrizzano in fretta. Un rinvaso a ottobre è il modo più elegante di procurarsi un marciume: radici tagliate, substrato nuovo bagnato, temperature che scendono, crescita ferma. Dopo il rinvaso si aspettano sette-dieci giorni prima di bagnare.
Perché fiorisce in Sicilia e non in salotto
Chi ha visto un Pachypodium lamerei adulto in fiore non lo dimentica: grandi corolle bianche e profumate, con la gola giallastra, in cima al fusto. Il contrasto tra quei fiori delicati e la corazza di spine è uno degli spettacoli più belli del mondo delle succulente. Poi seguono frutti allungati, simili a piccole banane legnose.
Il problema è che la fioritura del Pachypodium lamerei ha un prezzo di ingresso alto. Servono, insieme:
- Età e taglia: si parla in genere di piante di dieci anni o più, alte almeno un metro e mezzo-due.
- Somma di calore: molte ore di sole diretto vero, non luce filtrata dal vetro, per diverse stagioni consecutive.
- Un riposo invernale netto e asciutto: la stagionalità marcata è parte del segnale che induce la fioritura. Una pianta tenuta a 20 °C costanti tutto l’anno, con acqua regolare, non ha mai un “anno” da chiudere.
- Spazio per le radici: gli esemplari da strada di Sicilia, Sardegna, Salento o della Spagna meridionale hanno radici libere in terra profonda. In un vaso da 25 centimetri la pianta resta un palo verde per decenni.
Chi coltiva in vaso può avvicinarsi: massima esposizione estiva all’aperto, rinvasi progressivi in contenitori più grandi, inverno davvero freddo-asciutto (10-12 °C) e luminoso, concimazione estiva povera di azoto. Non è una garanzia, ma è la differenza tra “mai” e “forse”.
Palma del Madagascar all’aperto in Italia: dove si può davvero
In piena terra la specie regge solo nelle fasce più miti delle zone 9b-10: costa siciliana, Calabria tirrenica, Salento, Sardegna costiera, Riviera ligure di ponente e microclimi protetti dei laghi. Lì tollera minime brevi intorno ai 4-5 °C, ma a una condizione non negoziabile: il terreno deve restare asciutto. È l’acqua invernale nel suolo, non il numero sul termometro, il vero killer.
Chi tenta la piena terra deve lavorare sul drenaggio come se stesse costruendo una strada: posizione rialzata, scasso profondo riempito con ghiaia e pomice, esposizione a sud contro un muro che accumula calore, e magari una copertura in tessuto non tessuto nelle notti critiche. Nel resto del Paese la formula giusta è una sola: vaso, fuori d’estate, dentro d’inverno.
Spine e lattice: due cose da sapere prima di toccarla
Questa è una pianta che dice “guardami, ma non mettermi le mani addosso”. Le spine non sono velenose, ma sono rigide, affilate e portano polvere e microrganismi: le punture da spina vegetale si infettano con una facilità sorprendente e, se profonde, possono dare piccole infiammazioni persistenti. Guanti in pelle spessa, maniche lunghe, e per spostare piante grandi due persone e un cartone arrotolato attorno al fusto.
Poi c’è il lattice. Come tutte le Apocinacee, se incisa perde un liquido bianco e denso, che in questa famiglia contiene composti irritanti. Non è materiale da maneggiare a mani nude e soprattutto non deve finire negli occhi: dopo una potatura si lavano mani e attrezzi, e si tiene la pianta fuori dalla portata di bambini e animali domestici che tendono a mordicchiare le foglie.
Ultima nota, di rispetto verso la specie: molte succulente malgasce, Pachypodium compresi, sono sotto tutela internazionale per il commercio, perché la raccolta in natura ha impoverito le popolazioni selvatiche. Pachypodium lamerei si propaga facilmente da seme e si trova regolarmente in vivaio: conviene acquistare piante nate in coltivazione, sono anche più sane e più adattabili.
Alla fine, la regola di questa pianta si riassume in una frase: d’estate trattala come una pianta tropicale affamata di sole e acqua, d’inverno come un sasso. E quando in ottobre resta nuda, non fare nulla. È esattamente quello che deve fare.
Fonti
- Royal Botanic Gardens Kew. Pachypodium lamerei Drake. Plants of the World Online.
- University of Oxford Herbaria. Pachypodium lamerei. Plants 400 Profiles.
- Royal Horticultural Society. Pachypodium lamerei, Madagascar palm. RHS Plant Finder.
- Arizona-Sonora Desert Museum. Madagascar Palm, Pachypodium species. Plant Care Sheet.
- One Earth. Madagascar Dry Deciduous Forests. Bioregions and Ecoregions Profile.
- Spine function in Cactaceae, a review (2021). Journal of Arid Environments.
- Bark anatomy of Euphorbia tirucalli (Euphorbiaceae): a unique way of bark dilatation on a stem succulent tree. PMC, National Library of Medicine.
- South African National Biodiversity Institute. Pachypodium succulentum. PlantZAfrica.
- CITES. National Wildlife Trade Policy Review, Madagascar.





