Ipomea, il fiore che dura mezza giornata: come guadagnare ore di fioritura fino a novembre

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un piccolo mistero che chiunque abbia coltivato una campanella rampicante conosce bene: la mattina il pergolato è una cascata di corolle blu, viola o rosa, e verso mezzogiorno sembra che qualcuno le abbia spente una per una. Rimangono dei fazzolettini arrotolati, appassiti, che non si riaprono più. La prima reazione è sempre la stessa: ho sbagliato qualcosa? Troppa acqua? Poca acqua? Sole sbagliato?

La risposta rassicurante è: non hai sbagliato niente. Il fiore dell’ipomea nasce con una data di scadenza scritta dentro, e quella scadenza è di poche ore. La risposta interessante, però, è un’altra: quel timer non è rigido. Si può spostare in avanti di due, tre, anche quattro ore, scegliendo bene esposizione, irrigazione, specie e periodo. E si può addirittura ribaltare, mettendo accanto una cugina che fa il turno di notte.

Quanto dura davvero il fiore dell’ipomea (e quando parte il cronometro)

L’ipomea è il classico esempio di fiore effimero: ogni corolla vive un solo giorno, spesso meno di mezza giornata. Nei lavori di laboratorio sulla campanella giapponese, Ipomoea nil, questa pianta è diventata un modello proprio perché il ciclo è così breve e così prevedibile da poter essere cronometrato: espansione dei petali, apertura, poche ore di piena bellezza, poi un processo di invecchiamento programmato che arrotola la corolla e la fa collassare.

Il punto che sorprende quasi tutti è il seguente: il cronometro non parte all’alba, parte con il buio della sera precedente. L’orologio interno della pianta misura la durata della notte e, a partire dall’inizio dell’oscurità, conta un numero di ore piuttosto costante prima di far scattare l’apertura. Per questo le campanelle sono già spalancate quando esci di casa alle sette, e in piena estate molte sono aperte addirittura prima del sorgere del sole: non stanno reagendo alla luce del mattino, stanno eseguendo un conto alla rovescia iniziato al tramonto.

L’apertura in sé è un fatto idraulico, non muscolare. Nelle ore notturne le cellule dei petali accumulano zuccheri e richiamano acqua: la pressione interna, il cosiddetto turgore, gonfia i tessuti e li fa distendere di colpo, come si apre un ombrello. Serve quindi una pianta ben idratata la sera prima, altrimenti l’ombrello si apre a metà.

La chiusura, invece, non è un ombrello che si richiude: è una vera e propria morte cellulare programmata. Nei petali della campanella si accendono geni regolatori specifici che avviano la demolizione ordinata dei tessuti, il recupero dei nutrienti e il collasso della corolla. Studi su cultivar con durata del fiore diversa hanno mostrato che basta spostare in avanti o indietro l’accensione di questi interruttori genetici per avere fiori che reggono qualche ora in più o in meno. Tradotto in giardino: la durata del fiore è un carattere varietale, non solo una questione di meteo.

Perché a luglio crolla alle dieci e a ottobre regge fino alle tre

Il programma genetico stabilisce la regola, l’ambiente decide quanto anticiparla. E qui l’Italia gioca una partita tutta sua. Nei climi nordici il nemico della campanella è il freddo che arriva presto; da noi, in piena estate, il nemico è il caldo.

Con 33-35 °C, aria secca e sole allo zenit, la corolla perde acqua più in fretta di quanto le radici riescano a reintegrarla. Il turgore cala, i petali si afflosciano e la demolizione programmata accelera: risultato, campanelle finite entro le 10-11 del mattino, a volte prima. Se poi tira vento, la disidratazione è ancora più rapida.

Nelle giornate fresche e nuvolose, o nel pieno dell’autunno italiano, lo stesso fiore può restare aperto fino alle 14-15. Le ragioni si sommano: notti più lunghe, temperature miti, luce meno aggressiva, minore richiesta di evaporazione. È il motivo per cui settembre e ottobre sono, nel nostro clima, i mesi più belli per l’ipomea, non la fine della festa: i fiori sono spesso più grandi, più intensi di colore e restano visibili per il doppio del tempo rispetto ad agosto.

Leggere l’orologio del proprio rampicante: l’esperimento dei tre giorni

Prima di cambiare qualcosa, conviene capire come funziona il proprio esemplare. Serve solo un foglio o una nota sul telefono.

  • Per tre giorni consecutivi annota l’ora in cui noti i primi fiori completamente aperti e l’ora in cui metà delle corolle risulta arrotolata.
  • Accanto scrivi due dati: temperatura massima della giornata e se il cielo era sereno, velato o coperto.
  • Segna anche se hai irrigato e a che ora.

Dopo tre giorni il quadro è chiarissimo. Nella maggior parte dei balconi italiani esposti a sud o sud-ovest, in estate, la finestra utile va dalle 6 alle 10 del mattino. Spostando la pianta o la fioritura verso le condizioni giuste, quella finestra si allunga fino a mezzogiorno inoltrato. Non è un dettaglio da collezionisti: è la differenza tra vedere i fiori solo nel weekend e vederli tutti i giorni.

Le cinque mosse per spostare in avanti l’ora di chiusura

1. Esposizione a est, non a sud-ovest

Sembra controintuitivo, perché l’ipomea ama il sole. Ma a est la pianta riceve la luce diretta del mattino, quella che le serve per fotosintesi e fioritura, e verso mezzogiorno entra in ombra: i petali smettono di cuocere e tengono il turgore più a lungo. A sud-ovest succede il contrario, il sole picchia proprio nelle ore in cui il fiore è più vulnerabile. Est o sud-est, con qualche ora di ombra pomeridiana, è la collocazione migliore in gran parte d’Italia.

2. Irrigazione serale, mai a corolla aperta

Dato che l’espansione dei petali avviene di notte grazie all’acqua richiamata nelle cellule, bagnare la sera significa arrivare all’apertura con la pianta carica. Annaffiare a mezzogiorno, quando il fiore sta già collassando, non salva nulla e in vaso rischia solo di scaldare il substrato. In estate, su un vaso grande e ben esposto, una bagnatura serale regolare è la regola.

Ipomea, il fiore che dura mezza giornata: come guadagnare ore di fioritura fino a novembre

3. Vaso grande, davvero grande

È l’errore più comune sul balcone. L’ipomea è una liana vigorosa che in una stagione può superare i tre metri: in un vaso da 8-10 litri la terra si asciuga in mezza giornata e la pianta vive in costante stress idrico, con fiori piccoli e chiusura anticipatissima. Da 20-25 litri in su, con terriccio ricco ma drenante e un sottovaso che non resti pieno d’acqua stagnante, cambia tutto.

4. Scegliere specie e cultivar con la chiusura più lenta

Non tutte le campanelle hanno lo stesso orario. Le classiche Ipomoea purpurea a fiore viola, rosa o bicolore e le selezioni giapponesi di Ipomoea nil tendono a reggere più a lungo nella mattinata. La celebre Ipomoea tricolor ‘Heavenly Blue’, con quel blu cielo che non ha rivali, è invece fra le più rapide a chiudere nelle giornate calde, e in compenso regala uno spettacolo imbattibile all’alba e in autunno, quando le sue corolle virano verso il rosato prima di arrotolarsi. La soluzione più furba è mescolarle: si copre una fascia oraria più ampia.

5. La mossa per chi torna a casa la sera: la campanella notturna

Se esci alle sette e rientri alle diciannove, nessuna regolazione ti farà vedere i fiori del mattino nei giorni feriali. La contromossa è affiancare Ipomoea alba, la campanella della luna: fiori bianchi grandi come un palmo, intensamente profumati, che si aprono al crepuscolo con un movimento visibile a occhio nudo, nel giro di pochi minuti, e restano aperti tutta la notte fino alle prime ore del mattino. Fa esattamente il turno opposto. Piantata insieme alle sorelle diurne sullo stesso sostegno, regala un pergolato fiorito ventiquattro ore su ventiquattro. Ha bisogno di più caldo per partire, quindi va seminata quando le notti sono stabilmente sopra i 15 °C ed è perfetta per Centro-Sud, coste e terrazzi riparati.

Calendario italiano: semina, piena estate, coda autunnale

La semina si fa quando il terreno è caldo: da fine marzo al Sud, aprile nelle zone centrali, fine aprile-maggio al Nord. Il seme ha un tegumento duro e va aiutato: una leggera scarificazione sfregandolo su carta vetrata, poi ammollo in acqua tiepida per circa 12 ore. I semi che si gonfiano sono quelli pronti a germinare.

Sulla concimazione vale una regola che pochi rispettano: azoto in eccesso significa chilometri di foglie e pochissimi fiori. L’ipomea è generosa in terreni medi, perfino poveri. Meglio un concime equilibrato o più ricco in potassio, somministrato con parsimonia dalla comparsa dei primi boccioli. Se vedi una liana bellissima, verdissima e completamente priva di campanelle, nove volte su dieci la causa è concime troppo azotato o terriccio da orto molto grasso.

Poi arriva la parte che molti si perdono. Negli Stati Uniti settentrionali la fioritura è agli sgoccioli ai primi di ottobre; in Italia, con tre-sei settimane di sfasamento, al Centro-Sud e lungo le coste si va avanti fino a fine ottobre o metà novembre, e al Nord in pianura la corsa finisce con le prime gelate di inizio novembre. È la stagione migliore: notti lunghe, giornate miti, fiori che restano aperti fino al primo pomeriggio. Vale la pena non strappare la pianta appena l’estate finisce.

Raccogliere i semi (e perché farlo prima che cadano)

Dopo la chiusura, alla base di ogni fiore resta una capsula. Quando è matura diventa color paglia, cartacea, e al minimo tocco si apre liberando semi neri o bruni, angolosi, grandi come chicchi di pepe. Il trucco è raccoglierle quando sono già secche ma ancora chiuse: si staccano con due dita, si aprono sopra un piatto e si conservano i semi asciutti in bustine di carta, etichettate per colore, in luogo fresco e buio.

Due avvertenze importanti. La prima: nelle zone più miti del Paese, dove la pianta trova inverni dolci, le campanelle si riseminano con grande facilità e possono diventare invadenti, soffocando siepi e arbusti vicini. Raccogliere le capsule prima della dispersione è un gesto di buon vicinato oltre che di buon giardinaggio. La seconda: i semi di ipomea sono tossici se ingeriti e vanno tenuti lontani da bambini e animali domestici, etichettati chiaramente e mai lasciati in giro in ciotole o barattoli anonimi.

Infine, se conservi i semi delle tue piante, ricorda che le ipomee si incrociano volentieri tra loro: da un bicolore nato accanto a un viola possono uscire figli diversi dal genitore. Per mantenere una varietà pura conviene raccogliere da piante coltivate isolate, o accettare con curiosità le sorprese dell’anno dopo. È un altro piccolo spettacolo, con tempi più lunghi di quelli di una corolla che vive una mattina.

Fonti

Tag:Coltivazione Ipomea