Il ragno lupo che porta i piccoli sul dorso: come riconoscerlo in orto e il trucco della torcia di notte

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Capita quasi sempre così: stai rincalzando i pomodori o sposti una tegola appoggiata a terra e sbuca un ragno marrone, grosso, peloso, che corre a scatti invece di starsene fermo in una ragnatela. Ti avvicini e noti una cosa strana: ha il dorso coperto da una massa granulosa, come se fosse ricoperto di semi di papavero. Non è una malattia, non è una muta a metà, non sono acari. Sono i suoi figli. Decine, a volte oltre cento, aggrappati alla madre che li porta in giro per giorni.

Quel ragno è un ragno lupo, famiglia Lycosidae, e in Italia è uno degli abitanti più comuni di orti, prati, bordure e vigneti. È anche uno dei più fraintesi: sta dalla nostra parte, mangia parassiti gratis tutte le notti, e il suo morso — quando mai riesce a darlo — è meno fastidioso di una puntura di zanzara infiammata. Vediamo come riconoscerlo in trenta secondi, cosa fare se lo incontri con la covata sulla schiena e come contare quanti ne hai in giardino con una semplice torcia frontale.

Come riconoscere un ragno lupo in trenta secondi

Il primo indizio non è il ragno: è l’assenza di ragnatela. Il ragno lupo è il classico ragno che non fa la ragnatela per catturare le prede. Non sta in agguato appeso a una tela geometrica: caccia all’inseguimento, come un piccolo felino a otto zampe. Si apposta, individua il movimento, scatta, afferra. La seta la usa eccome, ma per altro: per foderare la tana, per lasciare fili-guida e soprattutto per cucire la sacca delle uova.

Il secondo indizio è il modo di muoversi. Un ragno lupo disturbato non si lascia cadere a filo e non si rintana in un imbuto di seta: parte a scatti brevi, si ferma, riparte, cambia direzione. Sembra nervoso, ed è esattamente il comportamento di un predatore che valuta se fuggire o affrontare.

Il terzo indizio, quello decisivo, sono gli occhi. I licosidi hanno otto occhi disposti su tre file: in basso una fila di quattro occhietti piccoli, al centro due occhi grandi e lucidi che guardano avanti come fari, in alto due occhi medi rivolti leggermente ai lati. Quella coppia centrale enorme è la firma inconfondibile della famiglia e serve a distinguerli dai cugini Pisauridae, che hanno occhi più uniformi, e dai ragni degli imbuti (Agelenidae) che invece tessono quelle tele a lenzuolo che vediamo sulle siepi all’alba.

Aspetto generale: corpo robusto, colori mimetici sul bruno-grigio con bande longitudinali più scure sul cefalotorace, zampe spesso anellate, peluria fitta. Le specie italiane più vistose sono Hogna radiata, la cosiddetta falsa tarantola, presente in più della metà delle province italiane dalla pianura padana alle isole, e Lycosa tarantula, la tarantola mediterranea vera e propria, legata ad ambienti caldi e asciutti del Centro-Sud. Accanto a loro ci sono decine di specie più piccole del genere Pardosa, lunghe pochi millimetri, che pullulano letteralmente nei prati, sotto la pacciamatura e nelle aiuole: quelle che calpestiamo senza accorgercene a ogni passo sull’erba.

La sacca bianca e i piccoli sul dorso: il capolavoro delle cure parentali

Qui c’è la parte che rende questo ragno un animale straordinario anche per chi i ragni non li sopporta.

Dopo l’accoppiamento la femmina costruisce una sacca di uova bianca o grigio-perla, grande come un pisello o più, e la attacca alle filiere, cioè alle appendici che produce seta all’estremità dell’addome. Da quel momento se la porta dietro ovunque, trascinandola leggermente sollevata. Nelle specie grandi la sacca può contenere oltre cento uova. La madre la ruota al sole per regolare la temperatura, la ripulisce, e se la perde la cerca con una ostinazione che fa quasi tenerezza: è disposta a recuperarla anche a rischio della vita.

Quando i piccoli sono pronti, è la madre ad aprire la sacca con i cheliceri. I ragnetti escono e si arrampicano sul dorso dell’addome, dove si aggrappano a peli speciali, stratificandosi uno sull’altro. È in quella fase che vediamo la famosa «crosta» granulosa in movimento. E qui succede la cosa biologicamente più sorprendente: una femmina che porta i piccoli smette di considerarli cibo. Il contatto con la prole innesca un cambiamento comportamentale che blocca il cannibalismo, mediato da segnali chimici presenti sulla cuticola dei neonati — un interruttore materno che è stato isolato e studiato in laboratorio.

Quanto dura il trasporto? Nelle specie di taglia media i piccoli iniziano a staccarsi gradualmente dopo cinque-sette giorni e abbandonano del tutto il dorso materno entro circa sei-otto giorni dalla schiusa; la madre resta poi nei paraggi a sorvegliare i giovani dispersi anche per quattro settimane. Nelle nostre specie grandi come Hogna radiata la storia è ancora più lunga: accoppiamento in autunno, scavo di una tana poco profonda, schiusa in pieno inverno e giovani che passano i mesi freddi in compagnia della madre, disperdendosi tra aprile e maggio. Tradotto in termini pratici per chi coltiva: in Italia le femmine cariche si incontrano soprattutto da fine primavera a inizio autunno, con un picco visibile tra maggio e luglio nelle regioni centrali e settentrionali e qualche settimana di anticipo al Sud e nelle isole.

Il trucco della torcia: contare i predatori che lavorano per te

Questo è l’esperimento più spettacolare che puoi fare stasera stessa in giardino, e funziona davvero.

I ragni lupo hanno dietro la retina degli occhi posteriori uno strato riflettente chiamato tapetum lucidum, la stessa struttura che fa brillare gli occhi dei gatti nei fari dell’auto. Serve a raddoppiare la luce disponibile durante la caccia notturna. Riflette però solo se la luce arriva quasi esattamente dalla direzione del tuo sguardo.

Ecco come procedere:

  • Aspetta il buio completo, meglio una notte senza luna e con terreno asciutto.
  • Usa una torcia frontale, non una torcia a mano: è fondamentale che la sorgente luminosa sia vicinissima ai tuoi occhi.
  • Punta il fascio rasente al prato, alle aiuole, alla pacciamatura, guardando a cinque-dieci metri di distanza.
  • Cerca puntini fissi di colore verde-azzurro o bianco-argento. Muoviti piano: quando ti avvicini, il puntino si muove.

In un orto gestito senza insetticidi ne puoi contare decine in pochi metri quadrati. È un censimento casalingo, gratuito e sorprendentemente affidabile: questo metodo viene usato anche nelle attività didattiche e nei monitoraggi di campo proprio perché i licosidi sono tra i ragni con il riflesso oculare più brillante. Ogni puntino è un predatore attivo che quella notte sta ripulendo il tuo terreno.

Per i bambini è un’esperienza che vale dieci documentari: molti arrivano terrorizzati e tornano dentro casa entusiasti di aver «trovato le stelline nell’erba».

A cosa servono davvero nell’orto

I ragni lupo sono predatori generalisti del suolo e cacciano ciò che si muove sulla superficie del terreno: nottue e altre larve di lepidotteri che scendono a impuparsi, afidi, cicaline, collemboli, piccoli coleotteri, mosche, grillotalpe appena nati, persino le cimici più piccole. Nelle colture estensive la loro azione è stata quantificata con analisi del contenuto gastrico, che hanno confermato la predazione su larve di nottue dannose come Helicoverpa nei campi di cotone, e in mais a semina su sodo è stata documentata una riduzione delle densità larvali di nottue proprio grazie ai licosidi.

Il ragno lupo che porta i piccoli sul dorso: come riconoscerlo in orto e il trucco della torcia di notte

C’è di più, e riguarda direttamente il modo in cui lavoriamo il terreno. Le lavorazioni profonde con rovesciamento della zolla distruggono tane, sacche ovigere e rifugi: le comunità di ragni del suolo crollano. Dove si riducono le lavorazioni, si pacciama e si lascia copertura vegetale, l’abbondanza e la diversità dei ragni di terra aumentano in modo misurabile.

La regola pratica per un orto familiare è semplice:

  • Lascia almeno una fascia di pacciamatura non lavorata lungo i bordi delle aiuole, con paglia, sfalci o foglie secche: è il loro quartiere residenziale.
  • Evita insetticidi ad ampio spettro, compresi i piretroidi «naturali»: colpiscono i predatori più dei fitofagi, che si ricostituiscono più in fretta.
  • Non fresare tutto ogni volta che un bancale si libera: un angolo tranquillo con sassi e legno vale più di molti trattamenti.
  • Non togliere ogni filo d’erba: i ragni lupo cacciano nel microclima umido alla base della vegetazione.

Il ragno lupo è pericoloso? Il mito della tarantola e la differenza con la malmignatta

Partiamo dal folklore, perché è italianissimo. Il termine tarantola nasce intorno a Taranto, in Puglia, e indicava proprio Lycosa tarantula, cioè un ragno lupo. Al suo morso veniva attribuito il tarantolismo, la sindrome che si curava con la danza frenetica da cui deriva la tarantella. Oggi sappiamo che quel quadro culturale non corrisponde alla tossicologia del ragno: il veleno dei licosidi è tarato su insetti e il morso sull’uomo, raro perché questi ragni scappano, produce al massimo dolore locale, un po’ di rossore e gonfiore che si risolvono in poche ore. Niente necrosi, niente tessuto che si scioglie: quelle immagini che girano online non appartengono a questa famiglia. Per l’uomo l’incidente ha rilevanza clinica trascurabile, e lo stesso vale per cani e gatti, che semmai rischiano di più inghiottendo un ragno per gioco che non dal morso.

Il discorso cambia, e di molto, con un’altra specie: la malmignatta, Latrodectus tredecimguttatus, la vedova nera mediterranea. È un ragno completamente diverso e impossibile da confondere se si guarda bene: corpo nero lucido, globoso, con macchie rosse o arancioni sul dorso, zampe sottili, vive in tele irregolari e disordinate vicino al suolo in incolti aridi e muretti a secco, soprattutto al Centro-Sud e nelle isole. Il suo veleno contiene alfa-latrotossina e può causare latrodectismo, con dolore intenso, crampi muscolari, sudorazione e ipertensione: una condizione rara ma che richiede valutazione medica, in particolare in bambini e anziani. Riassumendo: peloso, marrone, corre e non ha tela significa quasi sempre ragno lupo, e non è un problema. Nero lucido con macchie rosse in una tela scomposta tra le pietre richiede prudenza.

Cosa fare se lo trovi in casa o se ha i piccoli sul dorso

Prima regola, quella che conta davvero: non schiacciarlo. Se la femmina sta trasportando la covata, lo schiacciamento fa letteralmente esplodere la prole e disperde decine di ragnetti vivi per tutta la stanza o sul pavimento della serra. Ottieni l’esatto contrario di quello che volevi, e in più elimini un predatore adulto che ti stava facendo un servizio.

La mossa corretta è il metodo del bicchiere:

  1. Appoggia un bicchiere trasparente capovolto sopra il ragno, senza fretta e senza schiacciarne le zampe.
  2. Fai scivolare sotto un cartoncino rigido o una paletta sottile.
  3. Solleva tenendo il cartoncino aderente e porta tutto fuori.
  4. Libera il ragno a terra, in una zona con vegetazione o pacciamatura, lontano dalla porta: non sotto il sole di mezzogiorno, meglio all’ombra.

Qualche accorgimento in più: in casa i ragni lupo entrano per sbaglio, soprattutto a fine estate e in autunno quando i maschi vagano in cerca di femmine, oppure dopo piogge intense. Non colonizzano gli appartamenti, non fanno nidi negli angoli e non si riproducono tra i mobili. Per ridurne l’ingresso bastano zanzariere integre, spazzole sotto le porte e l’abitudine di non lasciare cataste di legna o sacchi di terriccio appoggiati al muro di casa.

Se hai paura dei ragni — ed è una paura comunissima, niente di cui vergognarsi — prova questo: guardalo attraverso il vetro del bicchiere per dieci secondi, cercando i due occhioni centrali. È il momento in cui molte persone smettono di vedere un mostro e iniziano a vedere un animale. Una madre che da settimane non mangia per custodire la sua sacca di seta, e che stanotte, mentre dormi, uscirà a dare la caccia alle nottue che si mangiano le tue insalate.

Fonti

Tag:Ragni da giardino