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Nel 1991, cinque anni dopo il peggior disastro nucleare della storia, un robot telecomandata inviato all'interno del reattore numero 4 di Chernobyl ha trovato qualcosa di inaspettato: le pareti erano ricoperte di funghi neri. Non stavano semplicemente sopravvivendo alle radiazioni. Stavano crescendo verso di esse.
Funghi che mangiano radiazioni
I ricercatori Ekaterina Dadachova e Arturo Casadevall dell'Albert Einstein College of Medicine (New York) hanno studiato questo fenomeno per anni e nel 2008 hanno pubblicato su Current Opinion in Microbiology una scoperta che ha ridefinito la nostra comprensione della vita: questi funghi usano la melanina, lo stesso pigmento che colora la tua pelle, per convertire le radiazioni ionizzanti in energia chimica.
Il processo è stato chiamato radiosintesi ed è analogo alla fotosintesi, ma al posto della luce solare utilizza radiazioni gamma. Quando le radiazioni colpiscono la melanina, ne modificano la struttura elettronica: il pigmento acquisisce una capacità quattro volte superiore di ridurre il NADH, una molecola chiave nel metabolismo energetico. In pratica, la melanina funziona come la clorofilla delle piante, ma invece di catturare i fotoni del Sole cattura quelli prodotti dal decadimento radioattivo.
Più radiazioni, più crescita
Gli esperimenti in laboratorio hanno confermato il fenomeno in modo inequivocabile. Specie come Cladosporium sphaerospermum, Cryptococcus neoformans e Wangiella dermatitidis, esposte a livelli di radiazione 500 volte superiori al fondo naturale, hanno mostrato una crescita significativamente più rapida rispetto ai campioni non irradiati: più colonie, più biomassa, più attività metabolica. I mutanti albini delle stesse specie, privi di melanina, non mostravano alcun vantaggio, confermando che il pigmento è l'elemento chiave.
Ancora più sorprendente è il fenomeno del radiotropismo: i funghi di Chernobyl orientano attivamente la crescita delle loro ife (i filamenti che compongono il corpo del fungo) verso le sorgenti radioattive, come pezzi di grafite contaminata dal reattore. Sono attratti dalla radiazione come una pianta è attratta dalla luce.
Dallo spazio alla bonifica
La scoperta ha aperto due linee di ricerca concrete. La prima riguarda lo spazio: tra il 2018 e il 2019, la NASA ha condotto un esperimento sulla Stazione Spaziale Internazionale per testare se uno strato di funghi radiotrofi potesse funzionare come scudo biologico contro le radiazioni cosmiche, una delle principali minacce per gli astronauti nelle missioni verso Marte. La seconda riguarda il biorisanamento: i funghi sono capaci di decomporre le "particelle calde", frammenti di grafite radioattiva sparsi nell'area intorno a Chernobyl, aprendo la strada a una bonifica biologica delle zone contaminate.
L’eredità radioattiva arrivata anche in Italia
In Italia, la nube radioattiva di Chernobyl arrivò tra il 29 aprile e i primi giorni di maggio 1986, colpendo soprattutto il nord-est e le valli alpine. L'ENEA e l'ISPRA monitorano ancora oggi la radioattività residua nel suolo italiano. Un dettaglio poco noto: nelle vallate alpine, come la Val Sesia in Piemonte, i funghi selvatici concentrano naturalmente i radionuclidi nel loro organismo, e ancora oggi alcune specie mostrano tracce misurabili di cesio-137 di origine Chernobyl. Come ha spiegato la dottoressa Elena Fantuzzi, responsabile dell'Istituto di Radioprotezione dell'ENEA, quelle valli furono tra le zone italiane più colpite dalla ricaduta al suolo, a causa delle piogge abbondanti durante il passaggio della nube.
È lo stesso principio, in scala molto più piccola, dei funghi radiotrofi del reattore: la melanina dei funghi interagisce con la radioattività in modi che la scienza sta solo iniziando a comprendere.




