Amatriciana della nonna: la ricetta originale di Amatrice tra storia, scienza del guanciale e errori da evitare

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un piatto che mette d’accordo pastori, contadini e gourmet di mezzo mondo: l’amatriciana. Tre ingredienti fondamentali, una storia che attraversa secoli e una serie di regole non scritte che le nonne dell’Alto Lazio tramandano come fossero il rosario. Eppure, basta entrare in un qualsiasi ristorante per vederla massacrata con cipolla, aglio, pancetta affumicata e perfino panna. In questo articolo della serie La cucina della nonna raccontiamo l’amatriciana per quello che è davvero: un patrimonio della civiltà pastorale appenninica, riconosciuto come Specialità Tradizionale Garantita (STG) dall’Unione Europea, e un piccolo capolavoro di chimica degli alimenti.

Dalla gricia all’amatriciana: una storia che nasce sui monti

Per capire l’amatriciana bisogna salire ad Amatrice, comune oggi in provincia di Rieti ma storicamente legato all’Abruzzo ulteriore, a 955 metri di quota, dove i pastori transumanti trascorrevano l’estate con le greggi prima di scendere in Agro Romano e nell’Agro Pontino. Nella loro bisaccia portavano gli ingredienti che si conservavano meglio: pasta secca, guanciale stagionato, pecorino e pepe nero. Da qui nasceva la gricia, l’antenata bianca dell’amatriciana, conosciuta anche come “matriciana bianca”.

Il pomodoro entra in scena solo dopo la scoperta delle Americhe, e diventa di uso comune nella cucina del Centro Italia tra fine Settecento e primo Ottocento. La prima citazione documentata di una pasta con pomodoro e guanciale risale al 1790, nel ricettario L’Apicio moderno di Francesco Leonardi, cuoco alla corte di Caterina di Russia. Da Amatrice il piatto raggiunge Roma attraverso gli osti amatriciani che aprono trattorie nella Capitale tra Ottocento e primo Novecento: la cosiddetta “matriciana” romana è in realtà la stessa ricetta, semplicemente migrata in città.

Il disciplinare STG: cosa dice davvero il regolamento

Nel 2020 l’Unione Europea ha riconosciuto l'”Amatriciana Tradizionale” come Specialità Tradizionale Garantita, sulla base del disciplinare presentato dal Comune di Amatrice e dall’associazione di tutela. Il documento ufficiale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, fissa con chiarezza ingredienti e proporzioni per 4 persone:

  • spaghetti o rigatoni: 500 g
  • guanciale amatriciano: 125 g
  • vino bianco secco: 1 cucchiaio
  • pomodori pelati San Marzano (o pomodori freschi): 6-7
  • pecorino di Amatrice (o pecorino romano DOP) grattugiato: 100 g
  • peperoncino, sale, pepe nero q.b.

Nessuna traccia di cipolla, aglio, olio extravergine d’oliva o burro. Il disciplinare è esplicito: l’unico grasso ammesso è quello che il guanciale rilascia in cottura. È una scelta che ha un senso storico (i pastori non avevano olio in quota) ma anche, come vedremo, una solidissima ragione scientifica.

Guanciale o pancetta? La scienza dice guanciale, punto

Qui si gioca la partita più importante. Guanciale e pancetta non sono intercambiabili, e non è snobismo gastronomico: è chimica dei lipidi. Il guanciale si ricava dalla guancia del maiale, una zona muscolarmente quasi inerte dove il grasso si infiltra in modo uniforme. La pancetta viene invece dal ventre, con strati di muscolo e grasso ben separati.

Gli studi sulla composizione lipidica delle carni suine mostrano che il grasso della guancia ha un profilo di acidi grassi diverso da quello della pancia, con una maggiore quantità di acidi grassi monoinsaturi (soprattutto acido oleico) e un punto di fusione più basso. In pratica, il grasso del guanciale comincia a sciogliersi già tra i 30 e i 35 °C e diventa completamente liquido attorno ai 40-45 °C, mentre il grasso della pancetta richiede temperature più elevate per fondere in modo omogeneo.

Cosa significa al momento di mantecare la pasta? Significa che il guanciale, durante la cottura lenta in padella, rilascia un grasso fluido, dolce, capace di emulsionarsi con l’acqua di cottura amidacea e legare il pecorino senza grumi. La pancetta, oltre ad avere un sapore più “sanguigno” e meno dolce, rilascia un grasso che tende a separarsi e a rendere il sugo unto invece che cremoso. La stagionatura del guanciale, che secondo il disciplinare deve essere di almeno tre mesi, completa il quadro: durante questo periodo gli enzimi e i microrganismi sviluppano composti aromatici (lattoni, aldeidi, esteri) che danno al guanciale stagionato il suo profumo inconfondibile.

Il pecorino romano DOP: salato, ma non a caso

L’altro pilastro è il pecorino romano DOP, prodotto in Lazio, Sardegna e nella provincia di Grosseto secondo un disciplinare che impone latte ovino intero, fermenti naturali e una stagionatura minima di cinque mesi per il formaggio da grattugia. La sua caratteristica più riconoscibile è la sapidità: il contenuto di sale supera spesso il 5%, contro il 2-3% di un parmigiano.

Questa salinità non è un capriccio, ma una conseguenza della tecnica di salatura a secco usata dai pastori per conservare il formaggio durante la transumanza. Nell’amatriciana svolge una funzione precisa: bilancia la dolcezza del pomodoro e il grasso del guanciale, senza bisogno di aggiungere quasi sale all’acqua di cottura. Sostituirlo con grana padano o parmigiano è un errore tecnico: il pecorino contiene anche più proteine solubili e un diverso rapporto caseina/grasso, che gli permettono di formare quella cremina aderente tipica del piatto. Le nonne di Amatrice, che del pecorino fanno spesso anche un “pecorino di Amatrice” più dolce, lo grattugiano sempre al momento e mai a grana troppo fine, perché la fusione deve avvenire nel piatto e non in padella, dove il calore eccessivo farebbe “impazzire” le proteine in grumi gommosi.

Gli errori da non fare (mai)

Le nonne amatriciane sono inflessibili, e a ragione. Ecco la lista degli errori più frequenti, con la spiegazione del perché evitarli.

1. Aggiungere cipolla o aglio

Non c’è cipolla nell’amatriciana, e non c’è mai stata. La cipolla è un’aggiunta novecentesca, romana, che ha snaturato la ricetta. L’aglio è ancora peggio: in alcune varianti compare schiacciato e poi tolto, ma il disciplinare lo vieta. Il sapore del piatto deve essere costruito su tre note: il dolce-affumicato del guanciale, l’acido del pomodoro, il sapido-piccante del pecorino e del pepe.

2. Usare olio extravergine

Mai. Il guanciale ha già il 60-70% di grasso: aggiungere olio significa rendere il piatto pesante e coprire l’aroma. Si parte da una padella fredda, si mette il guanciale tagliato a listarelle spesse circa mezzo centimetro e si lascia rosolare a fuoco medio-basso finché il grasso non si è sciolto e la parte magra è croccante ma non bruciata.

3. Sfumare con vino bianco a freddo

Il disciplinare prevede un cucchiaio di vino bianco secco, da aggiungere quando il guanciale è ben rosolato e poi far evaporare completamente. Errore tipico: aggiungere il vino quando il guanciale è ancora pallido, ottenendo solo un sapore aspro. Il vino serve a deglassare i succhi caramellati sul fondo e a portare via le note più grasse, ma deve evaporare del tutto prima di aggiungere il pomodoro.

Amatriciana della nonna: la ricetta originale di Amatrice tra storia, scienza del guanciale e errori da evitare

4. Cuocere il guanciale fino a renderlo “chips”

Un guanciale troppo cotto diventa amaro, perché i grassi vanno incontro a ossidazione e si formano composti come l’acroleina. Le nonne lo tolgono dalla padella quando la parte magra è dorata e la grassa traslucida, lo tengono da parte e lo rimettono solo alla fine, per non farlo asciugare ulteriormente.

5. Far cuocere il pomodoro mezz’ora

Bastano 8-10 minuti. I pomodori pelati San Marzano DOP hanno un’acidità bilanciata e una polpa carnosa che non richiede lunghe riduzioni. Una cottura eccessiva sviluppa note amare e fa perdere la freschezza del frutto.

6. Aggiungere il pecorino in padella sul fuoco

Il pecorino va spento sulla pasta già scolata e mantecata, lontano dalla fiamma, oppure direttamente nel piatto. Sul fuoco, le proteine coagulano e formano filamenti gommosi che si attaccano alla padella.

La ricetta passo-passo come la faceva la nonna

Per 4 persone servono: 400 g di bucatini o spaghetti grossi (oppure rigatoni), 150 g di guanciale amatriciano stagionato, 400 g di pomodori pelati San Marzano DOP, 100 g di pecorino romano DOP grattugiato al momento, un cucchiaio di vino bianco secco, peperoncino fresco o secco, pepe nero in grani, sale grosso per l’acqua.

  1. Mettete a bollire abbondante acqua, salata meno del solito (il pecorino è già molto sapido: circa 7 g di sale per litro).
  2. Tagliate il guanciale eliminando la cotenna e ricavate listarelle spesse circa mezzo centimetro, lunghe 3-4 cm.
  3. Mettete il guanciale in una padella di ferro o acciaio fredda, senza grassi aggiunti, e accendete il fuoco medio-basso. Lasciate sciogliere il grasso girando ogni tanto: ci vorranno 6-8 minuti.
  4. Quando il guanciale è dorato, sfumate con il cucchiaio di vino bianco e fate evaporare completamente a fuoco vivo.
  5. Togliete il guanciale con una schiumarola e tenetelo da parte al caldo. Nel grasso rimasto in padella aggiungete il peperoncino spezzettato e, dopo trenta secondi, i pomodori pelati schiacciati con le mani.
  6. Cuocete il sugo per 8-10 minuti a fuoco medio, regolando di sale (poco) e aggiungendo una macinata di pepe nero.
  7. Nel frattempo, cuocete la pasta molto al dente, scolandola un minuto prima del tempo indicato sulla confezione e conservando un mestolo di acqua di cottura.
  8. Versate la pasta nella padella con il sugo, alzate la fiamma e mantecate per un minuto aggiungendo poca acqua di cottura se serve. Spegnete, rimettete il guanciale e metà del pecorino, mescolate energicamente fuori dal fuoco.
  9. Servite subito, completando ogni piatto con il pecorino rimanente e un’altra macinata di pepe.

Profilo nutrizionale: un piatto contadino, non un peccato

L’amatriciana ha la fama del piatto “pesante”, ma se preparata secondo disciplinare e nelle giuste quantità (circa 100 g di pasta a persona e 30-40 g di guanciale) si colloca attorno alle 600-700 kcal per porzione, con un buon apporto di carboidrati complessi, proteine di qualità dal guanciale e dal pecorino, e una quota significativa di licopene dal pomodoro cotto.

Il licopene, il pigmento rosso del pomodoro, è un carotenoide con riconosciuta attività antiossidante: la cottura in presenza di grassi, come avviene nell’amatriciana, ne aumenta la biodisponibilità anche di tre-quattro volte rispetto al pomodoro crudo. Il pecorino romano, ricco di calcio, fosforo e proteine ad alto valore biologico, contribuisce all’apporto di micronutrienti. Il guanciale apporta acidi grassi monoinsaturi (acido oleico, lo stesso dell’olio d’oliva) in proporzione superiore rispetto ai grassi saturi della pancetta affumicata. L’unico nutriente da tenere d’occhio è il sodio: tra pecorino e guanciale, una porzione può fornire 1,5-2 g di sale, ragion per cui l’acqua di cottura va salata con parsimonia.

Ingredienti a chilometro zero: cosa cercare

Per fare un’amatriciana come quella della nonna serve materia prima vera. Cercate guanciale di produttori amatriciani o reatini, riconoscibile dalla forma triangolare, dal colore rosa-bianco con venature uniformi, dalla crosta scura pepata e dalla stagionatura di almeno 3 mesi. Il pecorino romano DOP riporta sulla crosta il logo del Consorzio e la sigla di provenienza (Lazio LZ, Sardegna SS-NU-CA-OR, Grosseto GR). I pomodori pelati San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino DOP sono riconoscibili dal marchio sulla latta e dalla forma allungata. Per la pasta, scegliete trafilatura al bronzo ed essiccazione lenta: la superficie rugosa trattiene meglio il sugo e l’amido rilasciato è quello che, insieme al grasso del guanciale, crea l’emulsione finale.

Fonti