Iperico: l’erba di San Giovanni per il buonumore, guida scientifica a usi, dosaggi e precauzioni

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Quando arriva il solstizio d’estate e le campagne italiane si tingono di giallo, c’è una piantina che sembra accendersi tutta insieme: è l’iperico, conosciuto da secoli come erba di San Giovanni perché fiorisce proprio attorno al 24 giugno. Da generazioni viene raccolta per preparare il celebre oleolito rosso, ma negli ultimi trent’anni la scienza ha iniziato a studiarla sul serio, soprattutto per il suo possibile aiuto contro la malinconia stagionale e il cattivo umore lieve. In questa guida proviamo a fare ordine: cosa dice davvero la ricerca, come si riconosce, come si usa in casa e, soprattutto, quando è meglio lasciarla stare perché interagisce con moltissimi farmaci.

Cos’è l’iperico e come si riconosce

L’iperico (Hypericum perforatum L.) è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Hypericaceae, diffusa in tutta Italia dal mare fino a circa 1.600 metri di quota. Predilige i bordi delle strade, i prati incolti, le radure soleggiate e i terreni poveri e ben drenati. Cresce spontaneo in tutte le regioni, dalle scarpate liguri ai pascoli appenninici, fino alle colline siciliane.

Riconoscerlo è semplice se si conoscono tre dettagli. Primo: i fiori sono giallo oro, con cinque petali e tantissimi stami sottili che sembrano un piccolo sole. Secondo, e qui sta il nome scientifico perforatum: se prendete una foglia e la guardate controluce, vedrete tante piccole punteggiature traslucide, come se fosse bucherellata. In realtà non sono buchi, ma ghiandole piene di olio essenziale. Terzo trucco da raccoglitori: strofinate un bocciolo non ancora aperto tra le dita. Se le polpastrelli si tingono di rosso violaceo è proprio lui, e quel pigmento è una delle molecole protagoniste, l’ipericina.

La fioritura nelle nostre zone va da metà giugno a fine luglio nelle aree più fresche, mentre al Sud e in pianura padana spesso anticipa già a inizio giugno. Il momento ideale per la raccolta è la mattina di una giornata di sole, quando i boccioli stanno per aprirsi: è in quella fase che la concentrazione di principi attivi raggiunge il picco.

I principi attivi: ipericina, iperforina e flavonoidi

L’iperico è una specie di piccolo laboratorio chimico. Le molecole studiate sono decine, ma le più importanti per l’effetto sul tono dell’umore sono due famiglie. La prima è quella dei naftodiantroni, con l’ipericina e la pseudoipericina, responsabili del colore rosso dell’oleolito e della famosa fotosensibilizzazione. La seconda è quella dei floroglucinoli, con l’iperforina come capofila. A queste si aggiungono flavonoidi (iperoside, rutina, quercetina), tannini e oli essenziali.

Per anni si è pensato che l’ipericina fosse la sostanza chiave, perché è quella più appariscente. Studi più recenti hanno però spostato il riflettore sull’iperforina, che sembra agire sul sistema nervoso in un modo originale: non blocca selettivamente la ricaptazione di un solo neurotrasmettitore come fanno molti antidepressivi di sintesi, ma sembra modulare in modo dolce serotonina, noradrenalina, dopamina, GABA e glutammato attraverso un meccanismo legato ai livelli di sodio nelle cellule nervose. È una via diversa, ed è uno dei motivi per cui l’iperico interessa tanto la ricerca farmacologica.

Cosa dice la ricerca scientifica

Negli ultimi vent’anni sono state pubblicate decine di sperimentazioni cliniche e diverse revisioni sistematiche. Il quadro che ne emerge è abbastanza coerente: per la depressione lieve e moderata, gli estratti standardizzati di iperico mostrano un’efficacia superiore al placebo e paragonabile a quella di alcuni antidepressivi di prima linea, con un profilo di effetti collaterali generalmente più leggero. Sulla depressione grave, invece, le evidenze sono molto meno convincenti e non lo rendono una scelta adeguata.

Vale la pena chiarire una cosa importante. Quando i ricercatori parlano di iperico nelle pubblicazioni, non si riferiscono a una tisana presa ogni tanto, ma a estratti idroalcolici o metanolici titolati, cioè con concentrazioni note di ipericina (di solito tra lo 0,1% e lo 0,3%) e/o iperforina (intorno al 3-6%). I dosaggi più studiati negli adulti vanno tipicamente da 300 a 900 mg di estratto secco al giorno, suddivisi in due o tre assunzioni, per cicli di almeno 4-6 settimane. Un infuso di fiori essiccati è tradizionalmente apprezzato, ma il suo contenuto di principi attivi è variabile e meno prevedibile.

L’Agenzia Europea dei Medicinali, attraverso il suo comitato sui prodotti vegetali, riconosce l’iperico sia come medicinale tradizionale (uso consolidato di lunga data) sia, per certe preparazioni, come medicinale a uso ben consolidato proprio per il sostegno nelle forme lievi di abbassamento del tono dell’umore. Questo è un dettaglio non da poco: significa che esistono prodotti registrati come veri e propri farmaci a base di iperico, non solo come integratori.

Come si assume: infuso, tintura madre, capsule e oleolito

Le forme di assunzione sono diverse e non vanno confuse, perché hanno usi e potenze molto differenti.

  • Infuso: un cucchiaino di sommità fiorite essiccate in una tazza di acqua bollente, in infusione per 8-10 minuti. È la preparazione più dolce, adatta come bevanda rilassante serale, ma con un dosaggio di principi attivi modesto e variabile.
  • Tintura madre: estratto idroalcolico a base di pianta fresca, in genere a titolazione 1:10. Si usa diluita in poca acqua, normalmente in più assunzioni nell’arco della giornata, secondo le indicazioni del prodotto specifico.
  • Capsule o compresse di estratto secco titolato: la forma più studiata clinicamente, perché garantisce un dosaggio costante di ipericina e iperforina. È anche quella per la quale il parere del medico o del farmacista è praticamente obbligatorio.
  • Oleolito (olio rosso di San Giovanni): è la preparazione tradizionale per uso esterno. Si ottiene macerando le sommità fiorite fresche in olio vegetale (di solito olio extravergine di oliva o olio di girasole) per 30-40 giorni al sole, in un vaso di vetro chiuso. L’olio diventa progressivamente rosso rubino. Tradizionalmente si applica sulla pelle per piccole scottature solari leggere, eritemi, pelle secca e arrossata. Attenzione: dopo l’applicazione la zona non va esposta al sole, perché l’ipericina è fotosensibilizzante.

Fotosensibilizzazione: la prima precauzione da conoscere

Il rovescio della medaglia del bel colore rosso è proprio l’effetto fotosensibilizzante dell’ipericina. In pratica, questa molecola si accumula in piccola quantità nella pelle e, esposta alla radiazione ultravioletta, può innescare reazioni che vanno dal semplice rossore a vere e proprie dermatiti, soprattutto nelle persone di carnagione chiara o in chi assume dosaggi elevati per via interna. Negli animali al pascolo, in particolare nei bovini e negli ovini chiari, l’avvelenamento da iperico è ben documentato in veterinaria.

Per chi lo assume per bocca a dosaggi terapeutici, la regola pratica è: niente lampade abbronzanti, attenzione all’esposizione solare prolungata e protezione adeguata, specialmente in estate, in alta quota e al mare. Per l’oleolito sulla pelle vale la stessa prudenza: applicarlo la sera o sulle zone che resteranno coperte.

Interazioni farmacologiche: il capitolo più importante

Qui arriva la parte da leggere due volte, perché è quella che troppo spesso viene sottovalutata. L’iperico è uno dei più potenti induttori naturali del citocromo P450, in particolare dell’isoforma CYP3A4, e del trasportatore P-glicoproteina. Tradotto: aumenta la velocità con cui il fegato e l’intestino smaltiscono moltissimi farmaci, riducendone la concentrazione nel sangue e quindi l’efficacia. In alcuni casi può fare l’opposto e potenziare effetti collaterali.

Le interazioni clinicamente rilevanti, documentate da numerosi studi, riguardano in particolare:

  • Antidepressivi (SSRI come sertralina, fluoxetina, paroxetina; triciclici; IMAO): rischio di sindrome serotoninergica se associati all’iperico. È un’interazione potenzialmente seria.
  • Contraccettivi orali: l’iperico riduce i livelli di etinilestradiolo e progestinici, con segnalazioni di sanguinamenti intermestruali e di fallimento contraccettivo. Per chi usa la pillola è una delle interazioni più importanti da conoscere.
  • Anticoagulanti orali come il warfarin: riduzione dell’effetto anticoagulante, con rischio di trombosi.
  • Immunosoppressori come ciclosporina e tacrolimus, fondamentali per chi ha subito un trapianto: l’iperico può abbassarne i livelli plasmatici fino a livelli pericolosi, con casi documentati di rigetto.
  • Antiretrovirali per HIV (inibitori delle proteasi, inibitori non nucleosidici).
  • Alcuni chemioterapici come irinotecan e imatinib.
  • Digossina, alcuni antiepilettici, alcune statine, benzodiazepine.

La lista è in realtà ancora più lunga e si arricchisce con nuove segnalazioni. La regola d’oro è semplice: se assumete qualsiasi farmaco su prescrizione, parlatene con il medico o con il farmacista prima di iniziare l’iperico, anche se è un prodotto da banco. Stesso discorso se siete in gravidanza, in allattamento o se dovete sottoporvi a un intervento chirurgico nelle settimane successive.

Coltivarlo nell’orto o nel giardino di casa

L’iperico è una pianta rustica, perfetta per chi vuole avvicinarsi alle officinali. Vuole sole pieno o mezz’ombra leggera, terreno ben drenato, anche povero, e tollera bene la siccità una volta affermato. Si moltiplica per seme in primavera o per divisione dei cespi in autunno. Nelle nostre zone climatiche tipiche (zone 8-10) sopravvive senza problemi all’inverno, anche al gelo dell’entroterra, e ricresce ogni anno dal ceppo.

Un consiglio pratico da chi ha sperimentato giardini di aromatiche: in piena terra l’iperico tende a riseminarsi con facilità e in qualche stagione può colonizzare aree inattese del giardino. Non è invasivo come la menta, che si espande tramite rizomi sotterranei, ma se non si tolgono le infiorescenze sfiorite prima che vadano a seme, in due o tre anni ci si ritrova diversi cespugli sparsi anche a parecchi metri di distanza. Per tenerlo sotto controllo basta cimare i fiori appassiti, oppure coltivarlo in un’aiuola dedicata o in un grande vaso. Per il resto è una pianta che chiede pochissimo, attira impollinatori e regala una fioritura spettacolare nel cuore dell’estate.

Quando rivolgersi a un professionista

L’iperico è un fitoterapico interessante, con basi scientifiche solide per quanto riguarda le forme lievi di abbassamento dell’umore, ma non è una caramella. Se il malumore dura da settimane, interferisce con il sonno, l’appetito, il lavoro o le relazioni, la prima cosa da fare non è comprare un integratore, ma parlarne con il medico di famiglia. La depressione moderata o grave richiede una valutazione clinica seria e percorsi che vanno ben oltre una tisana.

Quando l’iperico ha senso, comunque, è bene affidarsi a un erborista qualificato, a un farmacista esperto in fitoterapia o a un medico con formazione in medicina integrata. Sapranno indicare il prodotto giusto, la titolazione corretta e, soprattutto, fare quella cosa preziosa che nessun articolo online può fare: controllare il quadro complessivo, i farmaci che state già assumendo e la vostra storia personale.

In sintesi

L’erba di San Giovanni è una delle piante medicinali più studiate al mondo, con un patrimonio di ricerca davvero importante. Funziona per quello che è: un sostegno dolce nelle forme lievi di malinconia stagionale e un classico dell’erboristeria popolare per piccole scottature, in forma di oleolito. Va però maneggiata con la consapevolezza che non è una pianta neutra: fotosensibilizza e, soprattutto, interagisce con moltissimi farmaci. Trattata con rispetto e con il parere di un professionista, può essere una compagna preziosa nel cestino delle officinali italiane.

Fonti

Tag:Iperico erboristeria