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Immaginate un rampicante che ogni maggio si copre di grappoli di fiori rosa, magenta e bianchi, che continua a fiorire fino a settembre, resiste alla siccità estiva senza un goccio d’acqua e torna puntuale ogni primavera per vent’anni o più. Non è fantascienza da vivaio: è il Lathyrus latifolius, conosciuto in italiano come cicerchia a foglie larghe o pisello odoroso perenne. Una pianta che i nostri nonni tenevano su recinzioni e muretti a secco e che oggi sta tornando di moda nei giardini naturalistici e mediterranei, complice il cambiamento climatico che ci obbliga a scegliere specie robuste e a bassa manutenzione.
Chi è il Lathyrus latifolius: identikit botanico
Appartiene alla famiglia delle Fabaceae (leguminose), la stessa di piselli, fagioli e fave. Il pisello perenne è una liana erbacea della famiglia dei piselli che si riproduce per seme ma persiste e si diffonde localmente soprattutto attraverso rizomi sotterranei, il che lo rende difficile da controllare una volta insediato. Ha foglie alterne e pennate con piccioli alati, viticci ramificati e fusti alati.
La crescita annuale emerge ogni primavera da radici perenni raggiungendo i 2-7 piedi di lunghezza (circa 60 cm – 2 metri). I fusti sono ampiamente alati con viticci lunghi e ben sviluppati, e i fiori simili a piselli sono lunghi circa 2,5 cm. I colori vanno dal rosa carico al magenta, al bianco puro nella varietà ‘Albus’ e al rosa pallido di ‘Rosa Perle’. Al contrario del suo cugino annuale, i fiori del Lathyrus latifolius sono inodori: chi cerca il profumo dolce e vanigliato deve orientarsi sul Lathyrus odoratus.
Latifolius contro odoratus: due mondi diversi
La confusione è frequente perché entrambi si chiamano “pisello odoroso”, ma le differenze sono sostanziali. Il Lathyrus odoratus è annuale, molto profumato, dai fiori più piccoli e delicati, richiede semina ogni anno, terreno ricco e concimazioni regolari. Il Lathyrus latifolius è perenne, senza profumo, più vigoroso, con grappoli fiorali più abbondanti e una rusticità che lo rende quasi indistruttibile. In sintesi: l’odoratus è la diva capricciosa del giardino, il latifolius è il cavallo di battaglia che non tradisce mai.
Un altro dettaglio importante: può essere coltivato come rampicante o lasciato ricadere su scarpate e pendii, tollera sole o mezz’ombra in terreno fertile e ben drenato. Questa versatilità lo rende perfetto per coprire pergolati, recinzioni antiestetiche, muretti, ma anche come tappezzante ricadente su terrapieni difficili da gestire.
Adattamento al clima italiano
Il Lathyrus latifolius è specie autoctona nel bacino del Mediterraneo e in Italia è presente allo stato spontaneo in tutte le regioni, dal livello del mare fino a circa 1500 metri di quota. Lo si incontra ai bordi delle strade, nei coltivi abbandonati, sui muretti a secco delle campagne toscane, umbre e appenniniche. La sua zona climatica di elezione corrisponde alle zone USDA 8-10, che coprono praticamente tutta la penisola.
La fioritura in Italia parte generalmente da metà maggio nelle zone costiere e a fine maggio nelle aree interne, prosegue con continuità fino a settembre e in alcune annate arriva a ottobre. È una pianta profondamente rustica, capace di resistere a gelate fino a -20 °C nella parte ipogea, mentre la vegetazione aerea secca completamente in inverno per ripartire con vigore in primavera dal ceppo radicale.
Semina e propagazione: la chiave sta nel guscio
I semi del Lathyrus latifolius hanno un tegumento molto duro che rappresenta il principale ostacolo alla germinazione. In natura questo strato protettivo si degrada lentamente grazie all’alternanza di gelo e disgelo, ma in giardino conviene aiutare la pianta con la scarificazione.
Le tecniche più efficaci sono due:
- Scarificazione meccanica: sfregare i semi tra due fogli di carta vetrata a grana media per 30-60 secondi, oppure incidere leggermente il tegumento con un tagliaunghie facendo attenzione a non danneggiare l’embrione.
- Imbibizione: dopo la scarificazione, mettere i semi a bagno in acqua tiepida per 12-24 ore. I semi che si gonfiano visibilmente sono pronti per la semina; quelli che restano duri vanno scarificati di nuovo.
La semina diretta in piena terra si effettua da marzo ad aprile al Nord, da febbraio a marzo al Centro-Sud. Profondità: 2-3 cm, distanza tra le piante 30-40 cm. In alternativa, semina in vasetti a fine inverno e trapianto dopo le ultime gelate. La germinazione richiede 15-25 giorni a 15-20 °C. È possibile anche la propagazione per divisione del ceppo in autunno o inizio primavera, tecnica utile per moltiplicare varietà a fiore bianco o rosa pallido di cui si vuole conservare il colore.
Terreno, esposizione, supporti
Il pisello perenne ha poche pretese, ma qualche accorgimento fa la differenza. Preferisce terreni ben drenati, anche poveri o sassosi, con pH da neutro a leggermente alcalino. Sopporta bene i suoli calcarei tipici di gran parte dell’Appennino centrale. Evitare assolutamente i ristagni idrici: sono l’unico vero killer di questa pianta, che in terreno impregnato d’acqua marcisce al colletto.
L’esposizione ideale è il pieno sole, che garantisce fioritura abbondante e prolungata. Tollera bene la mezz’ombra, dove però la produzione di fiori si riduce sensibilmente. In zone molto calde e siccitose del Sud Italia, un’ombra pomeridiana leggera può aiutare a prolungare la fioritura estiva.
Per quanto riguarda i supporti, i viticci ramificati si aggrappano a qualsiasi struttura sottile: reti metalliche a maglia larga, tralicci di canne, fili tesi verticalmente, rami secchi di potatura. Le strutture massicce come pali di legno spessi non funzionano: la pianta non riesce ad avvolgersi. L’ideale è una griglia con maglie da 5-10 cm o una rete plastificata per rampicanti da tesare su una struttura portante.
Cure durante l’anno: quasi zero
Chi ha poco tempo apprezzerà: il Lathyrus latifolius è tra i rampicanti più autonomi che si possano piantare. Nel primo anno di impianto va irrigato regolarmente per favorire l’attecchimento; dagli anni successivi le irrigazioni diventano superflue nella maggior parte d’Italia, salvo estati particolarmente torride.
La concimazione non è necessaria, purché al momento dell’impianto sia stato fornito terreno ricco di sostanza organica. Una volta stabilita la pianta, evitare fertilizzanti ricchi di azoto e preferire concimi ad alto contenuto di potassio. Come tutte le leguminose, il Lathyrus fissa autonomamente l’azoto atmosferico grazie ai batteri simbionti presenti nelle radici, quindi eccedere con l’azoto produce solo foglie a scapito dei fiori.
La potatura consiste essenzialmente in due operazioni: rimuovere i fusti secchi a fine inverno (febbraio) tagliando alla base tutta la parte aerea, e cimare periodicamente durante la stagione per stimolare la ramificazione. Eliminare i fiori appassiti prima che formino baccelli prolunga notevolmente la fioritura e, aspetto non secondario, limita l’autosemina spontanea.
Attenzione: comportamento potenzialmente infestante
Ed eccoci al punto delicato. Il Lathyrus latifolius, così amabile a parole, ha un lato oscuro che chi lo pianta scopre spesso troppo tardi. Chi scrive ha imparato la lezione osservando un vecchio giardino di famiglia: piantato un solo cespo vicino a una recinzione, dopo cinque anni si trovavano piantine spontanee anche a trenta metri di distanza, in aiuole dove nessuno le aveva mai messe.

Le fonti fitosanitarie sono molto chiare al riguardo. Il Lathyrus latifolius è considerato invasivo in molte aree degli Stati Uniti, principalmente lungo strade e servitù, ed è inserito nella lista B dei parassiti in Oregon. È classificato come infestante ambientale in Vittoria (Australia) e sull’isola di Lord Howe. Dimostra inoltre una rete rizomatosa estremamente estesa.
Cosa significa questo per il giardiniere italiano? Che in un giardino piccolo di città il Lathyrus latifolius va gestito con criterio, altrimenti in pochi anni colonizza tutto:
- Tagliare i baccelli verdi prima che maturino e disperdano semi.
- Contenere l’espansione dei rizomi con barriere interrate (bordure rigide affondate almeno 30-40 cm).
- Evitare l’impianto in prossimità di aree naturali protette o zone di margine boschivo.
- In giardini grandi o naturalistici, invece, lasciarlo libero di autoseminarsi crea macchie di colore spontanee spettacolari.
Tossicità: importante sapere
Il Lathyrus latifolius, come altre specie del genere, contiene ODAP (acido β-N-ossalil-L-α,β-diamminopropionico), un amminoacido neurotossico responsabile del latirismo, patologia neurologica documentata in aree dove il Lathyrus sativus (cicerchia comune) costituiva alimento base in periodi di carestia. I semi del Lathyrus latifolius non vanno mai consumati, e va evitato che bambini piccoli li raccolgano scambiandoli per piselli. La pianta non è particolarmente tossica per il bestiame se pascolata occasionalmente, ma l’ingestione ripetuta di grosse quantità di semi può causare problemi. In pratica: pianta ornamentale, non alimentare, punto.
Impiego in giardino: quattro idee vincenti
Il Lathyrus latifolius dà il meglio in contesti dove la sua rusticità e vigoria diventano pregi anziché difetti:
- Giardini naturalistici e prati fioriti: lasciato libero di arrampicarsi su siepi miste e arbusti, crea effetti scenici di grande naturalezza.
- Muretti a secco e scarpate: perfetto per coprire versanti aridi difficili da coltivare, dove svolge anche funzione antierosione.
- Recinzioni e pergolati rustici: mescolato a clematidi tardive o rose antiche prolunga la fioritura fino a settembre.
- Giardini mediterranei con basse manutenzioni: si abbina magnificamente a salvie, lavande, achillee e graminacee ornamentali.
Un accostamento cromatico particolarmente riuscito è quello con le rose bianche a fioritura rifiorente: il rosa magenta del Lathyrus fa da contrappunto vivace ai toni neutri. Chi ama i giardini bianchi può invece scegliere la varietà ‘Albus’ e abbinarla a delphinium, phlox bianche e Anemone japonica.
Parassiti e problemi
Uno dei motivi per cui questa pianta è così amata è la quasi totale assenza di problemi fitosanitari. Gli afidi possono comparire sui getti giovani in primavera, ma raramente causano danni significativi e vengono controllati naturalmente da coccinelle e sirfidi. L’oidio può manifestarsi a fine estate in condizioni di umidità e scarsa circolazione d’aria; in tal caso conviene diradare la vegetazione. Il vero rischio, come già detto, è il marciume radicale in terreni pesanti e mal drenati.
In sintesi: perché piantarlo (con giudizio)
Il Lathyrus latifolius è una di quelle piante che meriterebbero più attenzione nei giardini italiani: rustica, generosa, ecologica (le sue radici arricchiscono il terreno di azoto), attrattiva per api e bombi, con una fioritura di quattro mesi filati e una longevità che sfida i decenni. Va scelta consapevolmente, sapendo che in un giardino piccolo richiede qualche accortezza per non prendere il sopravvento, ma che in contesti ampi o naturalistici è una delle soluzioni migliori per unire bellezza e sostenibilità. La regola d’oro è semplice: se avete spazio, piantatela; se avete tempo di eliminare i baccelli maturi, piantatela; se cercate profumo, piantate anche il Lathyrus odoratus accanto. Il giardino ringrazierà.





