Asilide, la mosca rapace dell’orto: come riconoscerla e perché non va uccisa

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Fine luglio, orto assolato, le due del pomeriggio. Sulla punta di un tutore di pomodoro c’è una mosca robusta, grigia e pelosa, ferma come una sentinella. Guardandola meglio noti una cosa che non torna: sotto il suo corpo, infilzata, pende un’altra mosca. Non si muove. Dopo qualche minuto la cacciatrice lascia cadere quello che sembra un involucro secco e riparte in volo, veloce come una fionda, per tornare quasi subito sullo stesso stelo.

Hai appena assistito a una delle scene di caccia più efficienti che si possano osservare in un giardino italiano, e l’autrice è un asilide, cioè un dittero della famiglia Asilidae, in italiano detto anche mosca rapace o moscone rapace. Nel mondo si contano circa settemila specie, dai tre millimetri ai sei centimetri, e in Italia il gruppo è ben rappresentato: il più noto è il grosso Asilus crabroniformis, che sembra un calabrone ma non lo è affatto.

Cosa sta facendo davvero: paralisi in pochi secondi, poi il frullato

La convinzione più diffusa è che quella mosca stia succhiando il sangue della preda. È sbagliato, e la realtà è molto più interessante. L’asilide caccia in volo, afferra la vittima con le zampe spinose come una gabbia e le infila nel corpo una proboscide rigida e appuntita, un rostro che funziona come uno stiletto. Attraverso quel canale inietta la saliva, che è a tutti gli effetti un veleno: contiene componenti neurotossici che bloccano i muscoli della preda in pochi secondi, e enzimi proteolitici che iniziano a digerire tessuti e organi mentre l’insetto è ancora integro all’esterno.

Il risultato è una predigestione esterna: muscoli, grasso e visceri vengono trasformati in liquido dentro la corazza della vittima, e l’asilide se li bevé stando comodamente appollaiato. Quando ha finito lascia cadere un guscio vuoto, leggerissimo, che spesso resta perfettamente riconoscibile nella forma. Le analisi genomiche e proteomiche condotte su una specie europea, Dasypogon diadema, hanno mostrato che questo veleno contiene molecole simili a tossine di ragni, scorpioni, cimici predatrici e persino conchiglie del genere Conus, comparse in parte da geni nuovi: un piccolo arsenale chimico evoluto in modo autonomo dentro l’ordine delle mosche.

C’è un dettaglio pratico che vale più di mille descrizioni: se sotto un ramo secco, un paletto o il filo dei fagioli trovi diversi gusci vuoti di insetti, tutti caduti nello stesso punto, hai individuato il posatoio di caccia di un asilide che vive nell’orto. È il suo biglietto da visita.

Tre dettagli per riconoscerla anche da lontano

Occhi enormi con un solco in mezzo alla fronte

Guardata di fronte, la testa dell’asilide è inconfondibile: i due occhi composti sono grandi e sporgenti, e fra di loro la fronte non è bombata ma infossata, come una piccola valle in cui stanno i tre ocelli. Nessun tafano, nessun moscone ha questa depressione. Quegli occhi non sono decorativi: in una specie minuscola studiata in laboratorio la soglia di rilevamento di un bersaglio in volo è di appena 0,13 gradi, grazie a una zona centrale dell’occhio con poche grandissime lenti che funziona come la nostra fovea.

La barba di setole sulla faccia

Il secondo indizio è il mystax: un fitto ciuffo di setole rigide sulla faccia, che sembra una barba o un paio di baffi. Non è un vezzo, è uno scudo. Quando la preda si dibatte, calcia, morde o cerca di pungere, quelle setole proteggono occhi e bocca del predatore. Non è un caso che molti asilidi catturino tranquillamente vespe, api e coleotteri ben armati.

Corpo affusolato e postura da rapace

Il terzo elemento è la sagoma: corpo asciutto e allungato, spesso con l’addome sottile tenuto sollevato, zampe lunghe e robuste, ali che a riposo restano chiuse sul dorso. La posizione tipica è in cima a qualcosa, in pieno sole, con la testa che ruota a scattare verso ogni cosa che passa. Le specie più tozze e pelose ricordano bombi o calabroni, ed è una somiglianza che le protegge dagli uccelli.

Non è un tafano: come evitare l’equivoco

Questa è la parte che serve a tutti, perché è la confusione che porta a schiacciare l’insetto sbagliato.

  • Tafani (famiglia Tabanidae): le femmine sono ematofaghe, cercano attivamente cavalli, bovini, cani e anche noi, ronzano intorno alle persone, si posano sulla pelle e mordono lasciando un pomfo dolente. Testa larga, occhi spesso con bande colorate, nessun mystax, nessun solco fra gli occhi.
  • Mosca delle stalle (Stomoxys calcitrans) e mosca domestica: piccole, con rostro corto e nessuna postura da appostamento; la prima punge, la seconda importuna.
  • Mosconi della carne: metallici o grigi e a macchie, attirati da rifiuti, avanzi e carogne, e si posano su cibo e superfici. L’asilide non ha nessun interesse per il tuo piatto.
  • Sirfidi: mosche che imitano vespe ma volano sospese immobili in aria davanti ai fiori e succhiano nettare, non catturano nulla in volo.

La differenza comportamentale è la più semplice da leggere: il tafano segue te, l’asilide ignora te e guarda l’aria. Se un insetto simile a una mosca robusta sta fermo su un tutore, un sasso caldo, un filo o una foglia esposta, e da lì scatta in volo per pochi metri e torna, quasi certamente è un asilide.

Punge l’uomo? Solo se la prendi in mano

Risposta breve: no, non ti punge nel senso che temi. L’asilide non è ematofago, non ha alcun bisogno del sangue dei mammiferi e non ronza attorno alle persone. La sua proboscide serve per gli insetti. Può però mordere per difesa se viene afferrata a mani nude, e in quel caso la puntura è decisamente dolorosa, perché è la stessa arma che paralizza una vespa. Il dolore è locale e passa in poco tempo; non ci sono conseguenze sistemiche note nelle persone sane, ma resta un’esperienza da evitare.

Da qui la regola pratica: si guarda, non si raccoglie. Se ne è entrata una in casa, non usare la mano: accompagnala fuori con un bicchiere e un foglio di carta, o apri semplicemente la finestra, perché tende ad andare verso la luce. Per cani e gatti non rappresenta un problema: non li cerca e non li segue.

La contabilità dell’orto: cosa mangia e quanto conviene

Gli asilidi sono predatori opportunisti: mangiano ciò che vola dove vivono. Gli studi sulle diete mostrano che la parte largamente prevalente delle prede appartiene a mosche, coleotteri, imenotteri, cimici e cicaline, farfalle e falene. Tradotto in linguaggio da orto: mosche e mosconi, zanzare, cicaline delle viti e degli orti, giovani cavallette, punteruoli e altri coleotteri fitofagi, tignole adulte.

Asilide, la mosca rapace dell'orto: come riconoscerla e perché non va uccisa

C’è però una voce nel bilancio che va detta con onestà: alcune specie sono specializzate nella caccia agli imenotteri e catturano anche api mellifere e bombi. In Italia si tratta di una predazione sporadica, del tutto irrilevante per un alveare sano; in altre parti del mondo, come nella Pampa argentina, una specie particolarmente numerosa è arrivata a creare danni reali all’apicoltura. La conclusione ragionevole per noi è semplice: l’asilide si rispetta e si lascia lavorare, ma non si invita deliberatamente a due metri dalle arnie.

Le larve: metà del lavoro avviene sotto i piedi

La parte invisibile del ciclo è quella più utile. Le larve degli asilidi sono biancastre, allungate, senza zampe, e vivono nel suolo, nell’humus, sotto la corteccia e nel legno in decomposizione. Lì predano larve di coleotteri e altri insetti terricoli; in alcuni gruppi il rapporto con la larva ospite è più simile a un parassitismo. Lo sviluppo non è veloce: a seconda della specie e del clima può richiedere da uno a tre anni, e questo spiega perché una popolazione distrutta con un trattamento non si ricostituisce nella stessa stagione.

Ne deriva la conseguenza gestionale più importante di tutto l’articolo: chi rastrella ogni sterpo, rimuove ogni ramo caduto, cementifica o pacciama con teli ogni centimetro di terreno e vaporizza insetticidi ad ampio spettro perde il predatore prima di perdere i parassiti. Il risultato tipico è l’anno dopo: cicaline e mosche tornano in massa, e non c’è più nulla che le intercetti in volo.

Dieci minuti per farla restare nel tuo orto

Non servono acquisti né casette. Servono tre cose, e sono gratuite.

  1. Posatoi soleggiati in altezza: qualche canna, un paletto, un ramo secco infisso nel terreno ai bordi delle aiuole, alto 60-120 cm, esposto al sole del mattino e del primo pomeriggio. È da lì che partono gli attacchi.
  2. Una zona di terreno nudo e caldo: un quadrato di un metro per uno, senza pacciamatura e senza erba, ai margini dell’orto. Serve alla termoregolazione degli adulti e alla deposizione delle uova nel suolo.
  3. Un po’ di legno morto: due o tre pezzi di tronco o rami grossi lasciati in un angolo, in ombra parziale, a contatto con la terra. Sono la culla delle larve delle specie legate al legno.

A questo si aggiunge la cosa che conta più delle altre tre insieme: ridurre gli insetticidi ad ampio spettro, e in ogni caso non trattare nelle ore centrali e calde delle giornate estive, quando gli asilidi sono in attività. Nelle zone climatiche italiane il periodo di massima presenza va grosso modo da giugno a settembre, con il picco fra luglio e agosto; al Sud e nelle isole gli adulti compaiono qualche settimana prima rispetto alla Pianura Padana e alle zone collinari e montane.

Ragno, mantide o asilide? Leggere le prove sulla stessa pianta

Sulle stesse piante di pomodoro possono lavorare tre predatori diversi, e le tracce che lasciano sono distinguibili.

  • Asilide: preda catturata in volo, consumata su un posatoio esposto, e sotto quel posatoio gusci vuoti e integri, senza ragnatela e senza pezzi staccati. Il predatore è mobile e vola via se lo disturbi.
  • Ragno: presenza di seta, anche solo pochi fili di ancoraggio nei ragni cacciatori; prede avvolte, ammassate, spesso accumulate al centro o al bordo della tela; residui appiccicati e disidratati.
  • Mantide: resti masticati, con ali, zampe e frammenti di elitre caduti a terra a pezzi, perché la mantide mangia la preda a morsi. L’insetto è grande, lento e ondeggiante, non scatta in volo.

Per fotografarla, un ultimo consiglio da campo che funziona: l’asilide reagisce al movimento veloce e alla sagoma che si avvicina di fronte. Avvicinati lentamente e di lato, tenendo il sole alle spalle, senza proiettare la tua ombra sull’insetto, e scatta prima da un metro, poi da mezzo. Se vola, aspetta trenta secondi senza muoverti: molto spesso torna esattamente sullo stesso stelo, perché quel punto è il suo posto di lavoro. È la conferma definitiva che nell’orto hai un alleato con lo stipendio pagato in mosche.

Fonti

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