Larve bianche su un insetto morto: il mistero della cicala di agosto risolto in 24 ore

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Fine agosto, primo sole del mattino, sul vialetto c’è una cicala immobile. Grande, elegante, con le ali a tetto ancora integre: un piccolo trofeo naturalistico. La raccogliamo, la mettiamo in un barattolo o su un piatto sul davanzale, magari con l’idea di conservarla. Ventiquattro ore dopo, la scena è cambiata: attorno all’insetto ci sono decine di larve bianche, piccole, lucide, che si muovono con una velocità sorprendente. Alcune sembrano uscire dalla parte inferiore dell’addome. La domanda arriva sempre nella stessa forma: erano dentro la cicala, oppure sono arrivate dopo?

La risposta, nella grandissima maggioranza dei casi italiani, è la seconda: quelle larve non erano nella cicala da vive. Sono figlie di una mosca che è passata a visitare il cadavere, spesso mentre eravamo distratti, e che ha fatto una cosa che poche mosche fanno: invece di deporre uova, ha partorito larve già nate e già affamate. È la mosca carnaria, famiglia Sarcophagidae, genere Sarcophaga e affini. Capito questo, tutto il resto del mistero si scioglie.

La mosca che non depone uova: partorisce larve vive

Le mosche che conosciamo meglio, come la mosca domestica o le mosche azzurre e verdi metalliche, depongono uova. Servono ore, a volte mezza giornata, perché quelle uova si schiudano. In quel tempo le uova possono seccarsi, essere mangiate dalle formiche o finire sotto il sole.

I sarcofagidi hanno risolto il problema alla radice. La femmina trattiene le uova all’interno del proprio corpo, dove si schiudono: quando trova il substrato giusto, deposita direttamente larve vive di primo stadio, pronte a muoversi e a scavare nei tessuti. Il termine tecnico è larviposizione, e l’organo con cui avviene si chiama larviparo. Le larve escono in genere con la testa avanti e in pochi secondi sono già dentro la materia organica.

Il vantaggio competitivo è enorme e spiega perfettamente il famoso salto delle ventiquattro ore. La mamma mosca può fare tutto in meno di un minuto, senza restare esposta; le larve saltano completamente la fase di uovo, la più fragile; e mentre le concorrenti sono ancora allo stadio di uova, le larve di carnaria stanno già mangiando. È per questo che non esiste un prima visibile: non c’è nessun grappolo di uova biancastre da notare il giorno precedente. Passiamo da niente a tantissimo, apparentemente in una notte.

Aggiungiamo un dettaglio che pochi conoscono: diverse specie di Sarcophaga larvipongono anche di notte e riescono a farlo negli ambienti chiusi, dove le mosche più comuni entrano meno volentieri. Un barattolo lasciato aperto sul balcone, una scatola con il coperchio appoggiato, una zanzariera con una fessura: sono tutte porte più che sufficienti. Da qui nasce anche il classico spavento delle larve bianche in casa comparse dal nulla: nella maggioranza dei casi la fonte non è un tubo, un muro o un mobile, ma un piccolo cadavere dimenticato, un insetto morto dietro una tapparella, un pezzetto di alimento proteico caduto.

Il test dei tre indizi: mosca carnaria o vero parassita?

Distinguere larve necrofaghe arrivate dopo la morte da un parassita che viveva dentro l’insetto è più facile di quanto sembri. Bastano tre osservazioni, tutte a occhio nudo o con una lente da pochi euro.

Indizio 1: la forma e il numero

Le larve di mosca carnaria sono i classici bigattini: corpo conico, bianco crema, senza zampe, senza capo distinto, appuntito davanti e tronco dietro, con due macchioline scure sul fondo posteriore che sono gli spiracoli respiratori. Nelle prime ore appaiono più sottili e schiacciate del solito, poi si gonfiano in fretta. Il numero conta: un vero parassita interno di solito è uno, o pochissimi. Le larve necrofaghe arrivano in decine, perché una singola femmina ne deposita molte in una volta e più femmine possono visitare lo stesso corpo.

Indizio 2: la direzione del movimento e le aperture

Le larve necrofaghe entrano dalle aperture naturali e dalle giunture morbide: bocca, occhi, la zona di collegamento tra torace e addome, la parte inferiore dell’addome (che è anche la più cedevole in una cicala). Il giorno dopo escono da lì e sembra che siano nate dall’insetto, ma è la stessa porta usata in entrata. Un parassitoide vero, invece, lascia normalmente un foro di uscita ben definito in un punto preciso e l’insetto ospite risulta svuotato in modo ordinato, non ridotto a un guscio disfatto in poche ore.

Indizio 3: la tempistica e lo stato del corpo

Se l’insetto era intero, asciutto e con occhi ancora pieni quando lo abbiamo raccolto, e ventiquattr’ore dopo è circondato da larve, la spiegazione ovvia è la colonizzazione post mortem. Se invece avessimo raccolto un insetto già flaccido, con addome scurito o svuotato, e le larve fossero apparse in numero molto basso, allora vale la pena approfondire. Un dettaglio finale: se il corpo perde odore intenso di decomposizione entro un giorno, la macchina dei necrofagi è già partita da un pezzo.

Esistono davvero mosche che parassitano le cicale vive?

Sì, ed è una delle storie più belle dell’entomologia. Nella stessa famiglia dei sarcofagidi esiste il genere Emblemasoma, studiato in Nord America: le femmine hanno un organo uditivo funzionante e ascoltano il canto dei maschi di cicala per localizzarli. Volano verso la sorgente sonora, si posano sull’ospite vivo e vi depositano le larve, che si sviluppano internamente. In pratica, la cicala tradisce se stessa cantando.

Altri sarcofagidi si comportano da cleptoparassiti: seguono le vespe solitarie e le api che trasportano prede o polline nei loro nidi e depositano le proprie larve nelle celle, dove queste mangiano le provviste altrui. È un mondo di specialisti raffinatissimi.

Detto questo, per la cicala che troviamo su un vialetto in Toscana, in Puglia o in Lombardia il caso di parassitismo interno è l’eccezione rarissima, non la regola. La spiegazione statisticamente corretta resta: mosca necrofaga arrivata dopo la morte. E c’è un modo elegante di verificarlo, che consiglio a chi ha pazienza e un minimo di curiosità: mettere larve e insetto in un barattolo con un dito di terriccio asciutto, chiudere con una garza elastica e aspettare. Le larve completano il pasto, si infossano, si trasformano in pupari a forma di piccolo barilotto marroncino e dopo un po’ sfarfallano gli adulti. Se esce una mosca grigia con torace a strisce nere e addome a scacchiera argentata, era una carnaria. È un piccolo esperimento da fare con i bambini che vale dieci documentari.

Il conto alla rovescia: quanti giorni abbiamo prima delle mosche adulte

Se l’insetto con le larve è dentro casa, la domanda pratica diventa: quanto tempo abbiamo? La biologia dà numeri abbastanza precisi, perché lo sviluppo dei sarcofagidi dipende dalla temperatura.

  • Primi 3-4 giorni: le larve passano dal primo al terzo stadio, cioè crescono da pochi millimetri a uno o due centimetri. È la fase in cui divorano i tessuti.
  • Giorni 4-6: le larve mature abbandonano il cadavere e vanno in giro cercando un posto asciutto e riparato dove impuparsi. Questa è la fase in cui le troviamo sul pavimento, sul davanzale, dentro un mobile, e ci si chiede da dove arrivino.
  • Da 2 a 3 settimane dalla nascita, a seconda del caldo: sfarfallano gli adulti. Con temperature intorno ai 25 gradi il ciclo completo da larva ad adulto richiede circa due settimane e mezzo; sopra i 30 gradi si accorcia sensibilmente; sotto i 20 si allunga molto.

Tradotto: in una casa italiana ad agosto, tra il momento in cui vediamo le larve e il momento in cui potremmo avere mosche in cucina passano più o meno dieci-quindici giorni. C’è tutto il tempo per intervenire con calma, senza panico e senza bombolette.

Come trattare correttamente un insetto trovato morto

Se la cicala, o il cervo volante, o la mantide, ci interessa come reperto da conservare, la prima regola è: trattarlo entro poche ore dalla raccolta, non domani. Le opzioni collaudate sono tre.

Congelatore

È il metodo più semplice e alla portata di tutti. Insetto in un contenitore rigido chiuso o in una bustina, congelatore domestico a circa -18 gradi, almeno 72 ore. Il freddo prolungato uccide larve, uova e futuri ospiti indesiderati. Attenzione a un dettaglio che fa la differenza: all’uscita, lasciare il contenitore chiuso a temperatura ambiente per un’ora, così la condensa si forma fuori e non sul reperto, che altrimenti ammuffisce.

Alcol

Per larve, ragni, insetti dal corpo molle o per chi non ha interesse alla conservazione estetica, il classico è l’alcol etilico al 70-80 per cento, in un barattolino ben chiuso. Le larve conservate in alcol si scuriscono se immerse da vive: chi lavora in laboratorio le uccide prima in acqua bollente per pochi secondi, e in questo modo restano chiare e distendono il corpo. Gli insetti a corpo duro come i coleotteri sopportano benissimo l’alcol; le farfalle e le cicale, con le loro ali delicate, no.

Essiccazione rapida

Dopo il congelamento, la cicala va asciugata bene: posizione sistemata, ali distese se si desidera, in un luogo ventilato, asciutto e al buio, per qualche giorno. L’addome, che è la parte più carnosa, è il punto critico: se resta umido si degrada e attira nuovi visitatori. Un cassetto con qualche bustina di gel di silice funziona molto bene. Una volta secco, il reperto va tenuto in contenitore chiuso, perché a quel punto il rischio cambia nome: non più mosche, ma coleotteri dei musei e tarme, che divorano lentamente le collezioni lasciate all’aria.

Larve bianche su un insetto morto: il mistero della cicala di agosto risolto in 24 ore

Oppure: lasciar fare alla natura

La scelta più sensata, se non ci interessa conservare nulla, è portare l’insetto fuori e appoggiarlo sotto una siepe, in un angolo di terra, nell’aiuola più discreta del giardino. In quarantott’ore non ci sarà più niente da vedere. Non serve buttarlo nel water, non serve avvolgerlo in tre sacchetti. Se invece le larve sono già in casa, si raccoglie tutto con un tovagliolo di carta, si porta fuori e si igienizza la superficie con acqua e detergente: nessun insetticida, nessuna operazione drastica, perché non c’è nessuna infestazione in corso, solo un cadavere che ha fatto il suo lavoro.

Cani, gatti e attenzione a fine estate

Ecco il punto in cui la mosca carnaria merita rispetto e un minimo di prudenza. Non è la mosca che sciama sui rifiuti, non si posa in massa sul cibo sano e non è una specie da definire infestante in senso domestico: gli adulti si nutrono soprattutto di sostanze zuccherine e nettare. Le loro larve, però, mangiano tessuto animale, e alcune specie sono capaci di sfruttare tessuto vivo ma danneggiato.

In Italia sono documentati casi veterinari di miasi traumatica in cani e gatti, anche del nord, con larve di sarcofagidi da soli o assieme a mosche calliforidi. Il quadro tipico riguarda animali anziani, con manto lungo e sporco, con ferite non trattate, aree umide di urina o feci, otiti trasudanti, animali che vivono all’esterno o che si sono allontanati per qualche giorno. Il rischio si concentra esattamente nel periodo caldo, da giugno a settembre.

Cosa controllare, quindi, alla fine dell’estate:

  • Zone sotto la coda, addome, orecchie, tra le dita: cercare croste, umidità, cattivo odore.
  • Qualsiasi ferita, anche piccola: va pulita e tenuta protetta, non lasciata aperta all’aria per giorni.
  • Cucce e lettiere: mantenerle asciutte e pulite, perché l’umidità con residui organici è il richiamo principale.
  • Se si notano larve su un animale, non è un fai da te: serve il veterinario, perché occorre rimuovere le larve e valutare il tessuto sottostante.

Un’ultima nota di igiene alimentare, senza allarmismi: alcune specie sono citate come causa occasionale di miasi intestinale quando le larve vengono ingerite con alimenti già alterati. La prevenzione è la solita, banale e definitiva: proteggere gli alimenti proteici, non lasciare avanzi scoperti sul tavolo estivo, chiudere bene l’umido.

Il calendario italiano: perché agosto e settembre

Il grande incontro tra cicale e mosche carnarie non è casuale. In Italia le due specie di cicala più diffuse, quella dell’olivo e la cicala comune, hanno adulti attivi soprattutto tra giugno e settembre; il canto assordante di luglio e agosto corrisponde alla fase riproduttiva, dopo la quale gli adulti concludono il loro ciclo. La fase di vita più lunga di questi insetti si svolge invece sottoterra, dove le ninfe succhiano linfa dalle radici per anni.

Il risultato è che tra metà agosto e fine settembre i giardini, i vialetti, gli oliveti e le pinete italiane si riempiono di cicale morte o morenti. Nello stesso periodo le temperature sono ancora alte e i sarcofagidi sono al massimo dell’attività: due curve che si incrociano. Chi vive in zone con clima da 8 a 10, cioè la maggior parte della penisola e delle isole, ha un anticipo o un ritardo di qualche settimana rispetto alle medie, ma il quadro resta questo. Le stesse dinamiche che negli Stati Uniti si osservano tipicamente a luglio, da noi arrivano con uno sfasamento di tre a sei settimane in avanti.

Perché queste mosche fanno bene al giardino

Vale la pena chiudere ribaltando la prospettiva. La fretta della mosca carnaria non è disgusto: è un servizio. In un ecosistema, ogni animale morto è un pacchetto di azoto, fosforo e carbonio concentrato che deve tornare in circolo. Le mosche necrofaghe sono la squadra di intervento più rapida che esista: individuano il cadavere in poche ore grazie all’olfatto, competono contro formiche, coleotteri e altri ditteri, e riducono i tessuti molli in pochi giorni. Ricerche sulla decomposizione mostrano che, quando l’accesso degli insetti viene impedito o ritardato, il rilascio dei nutrienti nel suolo cambia sia in velocità che in composizione, e che il declino generale degli insetti necrofagi rischia di rallentare il riciclo della materia organica negli ecosistemi.

Nel nostro orto e nel nostro giardino questo significa che, senza saperlo, abbiamo una squadra di pulizia gratuita che lavora di notte e ad agosto. Le larve che disgustano nel barattolo, sotto la siepe stanno restituendo al terreno un pugno di sostanze nutritive. Le pupe, che l’anno seguente diventeranno mosche, saranno cibo per uccelli insettivori, rettili e piccoli mammiferi.

Quindi: la prossima cicala trovata sul vialetto non è un problema sanitario, è un capitolo di ecologia che si apre nel cortile di casa. Se vogliamo conservarla, congelatore per tre giorni e asciugatura, e resterà un reperto per anni. Se non ci interessa, sotto la siepe, e la natura chiuderà il conto entro il fine settimana. In entrambi i casi, adesso sappiamo che quelle larve bianche non sono uscite da dentro: sono arrivate dopo, portate da una mosca grigia a scacchi che è semplicemente arrivata prima di tutti gli altri.

Fonti

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