Pollo aperto a libro: togli la spina dorsale e guadagni mezz’ora di forno (più un brodo in regalo)

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un piccolo scandalo domestico che si ripete ogni domenica: il pollo esce dal forno bellissimo, dorato, profumato, e poi al taglio il petto è stopposo mentre la coscia, vicino all’osso, è ancora rosata. Non è colpa vostra e nemmeno del forno. È colpa della forma del pollo. Un volatile intero è, dal punto di vista della cottura, un oggetto mal progettato: mette la parte più delicata nella posizione più esposta al calore e nasconde la parte che di calore ne vorrebbe molto di più. La soluzione non è una ricetta nuova, è un gesto: aprire il pollo a libro, cioè togliere la spina dorsale con le forbici e schiacciarlo finché non sta tutto su un piano solo. In inglese lo chiamano spatchcock. In Toscana, da secoli, lo chiamano pollo al mattone.

Due termometri dentro lo stesso animale

Il problema è semplice da capire una volta che lo si dice ad alta voce: petto e coscia sono pronti a due temperature diverse.

Il petto è muscolo bianco, magrissimo, poco irrorato, con pochissimo tessuto connettivo. Quando il centro supera i 65-68 °C le fibre si contraggono, spremono fuori acqua e la carne diventa asciutta e fibrosa. Il petto, insomma, va fermato presto.

La coscia e il sovracoscia sono muscolo scuro: lavorano di più, contengono più grasso, più mioglobina e soprattutto molto più collagene. Quel collagene, sotto i 70 °C, resta una guaina gommosa; solo salendo verso i 72-78 °C, e restandoci un po’, si trasforma in gelatina e regala quella consistenza che si stacca dall’osso. La coscia, insomma, va spinta oltre. Gli studi sulla cottura controllata di petto e coscia di pollo mostrano bene questa divergenza: le due parti rispondono in modo opposto allo stesso binomio tempo-temperatura, e ciò che rende tenera una rende secca l’altra.

Nel pollo intero, però, la geometria gioca contro di noi. Il petto sporge verso l’alto, cioè verso la volta del forno, dove il calore irradiato è più intenso. Le cosce, invece, restano ripiegate contro i fianchi, schermate dalla cassa toracica e dal corpo stesso dell’animale: ricevono meno calore proprio loro, che ne avrebbero bisogno di più. Risultato: quando la coscia arriva a 74 °C, il petto ha già passato gli 80 °C ed è perduto.

Aprire il pollo a libro ribalta la situazione. Appiattendo la carcassa si riduce lo spessore massimo del pezzo (da una specie di pallone di 12-14 cm a una lastra di 5-7 cm) e si mettono cosce e petto sullo stesso piano orizzontale, con le cosce spostate verso l’esterno, dove l’aria calda circola meglio. Il divario di cottura non sparisce del tutto, ma si riduce a pochi gradi. E siccome il calore deve attraversare metà spessore invece che il doppio, i tempi crollano: un pollo da 1,3-1,5 kg che intero chiederebbe 75-90 minuti si cuoce aperto in 40-50 minuti a 200-220 °C.

Il taglio, passo per passo, senza drammi

Serve un solo attrezzo serio: un paio di forbici da cucina robuste, quelle con le lame spesse. Un coltello va peggio, perché deve lavorare contro l’osso.

  1. Appoggiate il pollo a pancia in giù, dorso verso di voi, coda vicina.
  2. Individuate la spina dorsale: è la cresta ossea centrale. Infilate le forbici nella cavità e tagliate lungo un lato della colonna, a circa mezzo centimetro dalla cresta. Le costole cedono con una serie di scatti secchi: è normale, non state sbagliando.
  3. Girate il pollo e ripetete sull’altro lato. Estraete la striscia di spina dorsale intera. Mettetela da parte: vale oro, ci torniamo.
  4. Rovesciate il pollo con la pelle verso l’alto e aprite le due metà come un libro.
  5. Con il palmo della mano (o entrambe le mani sovrapposte) premete deciso al centro del petto, sullo sterno. Sentirete un crack: è la carena dello sterno che cede. Da quel momento il pollo resta piatto da solo.

Due accortezze. La prima: non tagliate troppo larghi ai lati della spina, o porterete via anche parte della polpa della schiena. La seconda, la più importante: quando premete, non bucate la pelle del petto con le dita o con un pezzo di osso. La pelle intera è una barriera che protegge il petto dall’irraggiamento diretto e trattiene i succhi; una volta forata, quella zona si asciuga e si brucia prima di tutto il resto.

Se volete un risultato ancora più uniforme, potete infilare gli stinchi in due piccoli tagli praticati nella pelle addominale, oppure semplicemente ripiegare le punte delle ali sotto le spalle, così non carbonizzano.

Perché la pelle diventa davvero croccante

La pelle croccante non è magia, è chimica dell’acqua. Finché sulla superficie c’è umidità, la temperatura non supera i 100 °C e le reazioni di doratura non partono. La reazione di Maillard, quella che dà colore bruno e aroma di arrosto dall’incontro tra zuccheri e proteine, ha bisogno di superficie asciutta e di calore alto: nelle carni bianche il colore e i composti aromatici tipici dell’arrosto si sviluppano proprio quando la superficie si disidrata e la temperatura locale sale bene oltre l’acqua bollente.

Il pollo aperto a libro parte avvantaggiato perché espone al calore una superficie di pelle molto maggiore, tutta rivolta verso l’alto, senza pieghe nascoste dove ristagna il vapore. Ma potete aiutarlo:

  • Salate in anticipo. Salate il pollo aperto su tutti i lati e lasciatelo in frigorifero scoperto, su una griglia, per 8-24 ore. Il sale prima estrae acqua, poi viene riassorbito insieme all’umidità: la carne resta più succosa e la pelle, esposta all’aria fredda e secca del frigorifero, si asciuga come una pergamena. È la differenza fra una pelle buona e una pelle che scrocchia.
  • Asciugate comunque. Se non avete tempo, tamponate energicamente con carta da cucina prima di infornare.
  • Grassi con parsimonia. Un velo sottile d’olio o di burro fuso basta; troppo grasso frigge la pelle nei liquidi invece di asciugarla.
  • Forno alto. 200-220 °C in modalità statica, o 190-200 °C in ventilato. Sotto i 180 °C il pollo aperto perde il suo vantaggio principale.

Il mattone della nonna: cosa cambia se premi

Prima che qualcuno inventasse la parola inglese, in Toscana e nel Lazio il pollo si apriva, si condiva con olio, aglio, rosmarino e pepe e si schiacciava sotto un mattone di cotto avvolto in carta o sotto una padella pesante, sulla brace o in una teglia di ferro. Il pollo alla diavola romanesco è lo stesso principio con una manciata di peperoncino e pepe in più: il diavolo è il pizzicore, non un patto col demonio.

Il peso non serve a cuocere prima: serve a garantire il contatto. Sulla griglia o in padella, la pelle di un pollo appiattito tende comunque a incurvarsi mentre le proteine si ritraggono, e restano zone che non toccano il metallo. Il mattone (oggi una casseruola in ghisa, o una pentola pesante appoggiata su un foglio di carta forno) schiaccia la pelle contro la superficie rovente e ottiene una crosta uniforme, senza isole pallide.

In forno, invece, il peso conta molto meno: lì il calore arriva dall’aria e dall’irraggiamento, non dal contatto, e il pollo aperto sta già piatto per conto suo. Quindi la ghisa sopra serve soprattutto in padella e sulla brace. In forno risparmiatevela: rischiate solo di comprimere la carne e spremerne i succhi.

La spina dorsale non si butta mai

Quella striscia di ossa che avete tolto è la parte più ricca di collagene e di midollo di tutto l’animale. Buttarla è, letteralmente, buttare il fondo del risotto di domani.

Il metodo più semplice: mettete la spina dorsale (spezzata in 2-3 tronconi), insieme alle punte delle ali e al collo se ci sono, in una teglia e tostatela in forno a 200 °C per 25-30 minuti, finché è ben bruna. Approfittate del forno già caldo mentre cuoce il pollo. La tostatura non è un dettaglio: è quella che trasforma un brodo pallido in un fondo scuro e profumato.

Poi trasferite le ossa in una pentola, deglassate la teglia con un dito d’acqua raschiando le crosticine e versate tutto dentro. Proporzioni indicative: circa 1 litro di acqua fredda ogni 400-500 g di ossa, una carota, mezza cipolla, una costa di sedano, qualche gambo di prezzemolo, niente sale (lo aggiusterete dopo, quando il liquido si sarà ridotto). Portate a sfiorare il bollore e mantenete un fremito, mai il bollore pieno, per 2-3 ore: sotto i 100 °C il collagene si scioglie in gelatina senza emulsionare il grasso, e il brodo resta limpido. Filtrate, raffreddate rapidamente, togliete il grasso rappreso in superficie.

Da mezzo chilo di ossa tostate escono 600-700 ml di brodo concentrato: la base perfetta per un risotto, per bagnare le patate del giorno dopo o da congelare in cubetti. Conservato in frigorifero va consumato entro 2-3 giorni; in congelatore regge tranquillamente tre mesi.

Pollo aperto a libro: togli la spina dorsale e guadagni mezz'ora di forno (più un brodo in regalo)

Quando è cotto: con e senza termometro

Le linee guida ufficiali statunitensi indicano 74 °C (165 °F) come temperatura interna sicura per tutte le parti del pollame: a quella temperatura l’abbattimento dei patogeni è praticamente istantaneo. È il numero da tenere a mente se volete la sicurezza più semplice e diretta.

Va detto, però, che la sicurezza microbiologica non dipende solo dalla temperatura, ma dalla combinazione di temperatura e tempo: le tabelle tecniche di riferimento per i prodotti avicoli mostrano che lo stesso abbattimento ottenuto in un istante a 74 °C si ottiene anche mantenendo la carne a temperature più basse per periodi più lunghi (parliamo di diversi minuti a 68-70 °C, o di tempi molto più lunghi a 60-63 °C). È il principio su cui si basa la cottura sottovuoto. In un forno domestico, dove non controllate la temperatura al grado, la regola pratica resta questa: togliete il pollo quando la parte più spessa della coscia, vicino all’osso ma senza toccarlo, segna 74-75 °C, e il petto è intorno ai 68-70 °C. Durante il riposo la temperatura sale ancora di 2-3 gradi.

Senza termometro ci si affida ai segnali classici, meno precisi ma affidabili se letti insieme:

  • bucando la coscia nel punto più spesso, il succo esce chiaro, non rosato;
  • l’articolazione della coscia si muove liberamente, con un leggero gioco, e la pelle in quel punto si è ritirata scoprendo l’osso;
  • la carne vicino all’osso può restare leggermente rosata anche a cottura completa, soprattutto nei polli giovani: è un pigmento dell’osso che migra, non sangue crudo. Il colore, da solo, non è un indicatore di sicurezza.

Il riposo di 10 minuti fuori dal forno, su un tagliere, senza coprire con alluminio (che ammoscerebbe la pelle appena conquistata), non è una superstizione: dà tempo alle fibre di rilassarsi e ai succhi di ridistribuirsi invece di allagare il tagliere al primo taglio.

Tre errori che rovinano tutto

1. La teglia troppo piccola. È l’errore più frequente. Se il pollo tocca i bordi, i liquidi che rilascia non evaporano, si accumulano e il pollo finisce per bollire nella parte bassa mentre sopra si dora. Serve una teglia larga, con bordi bassi, in cui il pollo aperto stia comodo. Meglio ancora: una griglia sopra la teglia, così l’aria calda passa anche sotto.

2. Il forno troppo basso. A 170-180 °C il pollo aperto perde il suo senso: si cuoce lentamente, la pelle si asciuga senza colorire e il vantaggio del sottile spessore svanisce. Dai 200 °C in su, sempre con il forno ben preriscaldato per almeno 15 minuti.

3. Le verdure sotto. Patate, cipolle e carote messe sotto il pollo sembrano un’idea geniale (raccolgono i succhi!), ma rilasciano una quantità enorme di vapore che va dritta sulla pelle e la ammorbidisce. Se volete il contorno nella stessa teglia, cuocetelo a parte o aggiungetelo negli ultimi 20 minuti, disposto attorno e non sotto, in strato singolo.

Due varianti che valgono la pena

Alla diavola. Marinata di olio extravergine, succo di limone, pepe nero macinato grosso, peperoncino secco sbriciolato in quantità coraggiosa, aglio schiacciato. Almeno due ore, meglio una notte. Il peperoncino va aggiunto anche a fine cottura, perché la capsaicina alle alte temperature perde profumo. Ottimo in padella con il peso sopra, poi passaggio in forno per finire.

All’aglio, stile francese. Sotto la pelle del petto (sollevatela delicatamente con le dita, senza strapparla) infilate un burro lavorato con aglio tritato fine, prezzemolo, scorza di limone e un pizzico di sale. Il burro si scioglie durante la cottura e crea uno strato aromatico che protegge il petto dal calore diretto. Attorno, una decina di spicchi d’aglio in camicia, che diventano una crema dolce da spalmare sul pane.

Quanto conta a tavola: il lato nutrizionale

Il pollo è, in termini di composizione, uno degli alimenti proteici più efficienti che abbiamo. Il petto senza pelle si aggira intorno ai 31 g di proteine per 100 g di prodotto cotto, con circa 165 kcal e un contenuto di grassi molto basso, in gran parte insaturi. La coscia e il sovracoscia hanno più grasso (e quindi più calorie, indicativamente 180-210 kcal per 100 g), ma anche più ferro, zinco e vitamine del gruppo B, in particolare B12 e niacina.

La pelle raddoppia il contenuto di grassi della porzione: se la mangiate, sappiatelo; se non la mangiate, cuocetela comunque addosso al pollo, perché durante la cottura fa da schermo termico e la toglierete al momento di servire. E sì, mangiare mezzo pollo lasciando fondamentalmente tutta la carcassa è uno spreco: le ostriche di pollo, quelle due nocciole di carne scura nascoste nelle cavità sopra le cosce, sono la parte migliore dell’animale, e nel pollo aperto a libro restano perfettamente visibili una volta girato.

Sicurezza in cucina: le due regole non negoziabili

Il pollame crudo è la principale fonte alimentare di Campylobacter, l’infezione batterica di origine alimentare più diffusa in Europa. Le ricerche sulle abitudini domestiche nelle cucine europee mostrano che il rischio maggiore non è la cottura insufficiente, ma la contaminazione crociata: superfici, coltelli, forbici, mani e strofinacci che passano dal pollo crudo all’insalata.

Quindi:

  • Non risciacquate il pollo sotto il rubinetto. Non serve a nulla dal punto di vista igienico e l’acqua che schizza disperde i batteri fino a 50-80 cm attorno al lavello, su piani, spugne e stoviglie pulite. L’unica cosa che uccide i patogeni è il calore.
  • Tagliere e forbici dedicati. Usate un tagliere solo per il pollo crudo, lavate forbici e coltelli con acqua calda e detersivo subito dopo, e lavatevi le mani con sapone per almeno 20 secondi prima di toccare qualsiasi altra cosa. Il tagliere su cui affetterete il pollo cotto deve essere un altro.
  • Catena del freddo. Il pollo aperto in frigorifero scoperto va tenuto sul ripiano più basso, su un piatto, mai sopra ad alimenti pronti.

Fatto questo, il resto è semplice: forbici, due tagli, un crack, forno caldo. Mezz’ora in meno, un petto che resta morbido, una pelle che si sente sotto i denti e, nel congelatore, un sacchettino di brodo che domani salverà la cena. Non male per un gesto che dura novanta secondi.

Fonti

Tag:Carne