Sfinge striata: la grande falena che ronza sui fiori al tramonto e cosa fare se la trovi ferma

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Venti minuti dopo il tramonto, quando il balcone profuma di petunia e il cielo è ancora azzurro scuro, arriva. Non si vede subito: si sente. Un ronzio pieno, profondo, quasi meccanico, come un piccolo tosaerba a due passi da te. Poi la sagoma: un corpo affusolato grosso come un pollice, ali strette che si muovono così veloci da sembrare fumo, e quella cosa incredibile: sta fermo a mezz’aria davanti al fiore, immobile come sospeso a un filo, mentre una lunghissima cannuccia scende dentro la corolla.

Il primo pensiero, per quasi tutti, è lo stesso: un colibrì in miniatura. Il secondo, spesso, è: punge? La risposta rassicurante arriva subito, e vale la pena metterla in cima: non punge, non morde, non ha veleno. Quello che hai davanti è un lepidottero, cioè una farfalla notturna, e nel caso più frequente sui balconi e negli orti italiani si tratta della sfinge striata, chiamata anche sfinge livornica (Hyles livornica).

Chi è la sfinge striata e perché si chiama così

La sfinge striata appartiene alla famiglia degli Sphingidae, le falene falco: corpo robusto, ali anteriori lunghe e affilate, volo potentissimo. Ha un’apertura alare di 6-8,5 centimetri, quindi è uno dei lepidotteri più grandi che si possono incontrare in un cortile italiano. Il nome scientifico deriva proprio dall’Italia: l’esemplare storico su cui la specie è stata descritta nel Settecento proveniva da Livorno.

È una specie di origine nordafricana e sudeuropea, presente stabilmente nel Mediterraneo e capace di migrazioni impressionanti verso il nord del continente, fino alla Gran Bretagna e alla Scandinavia. In Italia è nota in gran parte del territorio, dalle isole alla pianura, e nelle nostre zone climatiche compie più generazioni all’anno: gli adulti si vedono in genere da aprile-maggio a ottobre, con due picchi abbastanza riconoscibili, uno tardo-primaverile e uno di fine estate. Rispetto alle guide anglosassoni o americane il calendario italiano è anticipato di diverse settimane: al Sud e nelle isole si possono avere avvistamenti già a marzo, al Nord raramente prima di maggio.

Perché fa quel ronzio così forte: la falena che deve prima scaldare il motore

Il rumore è la parte che colpisce di più, e ha una spiegazione bellissima. I muscoli del volo di questi insetti funzionano bene solo a temperature alte, intorno ai 35-40 °C. Al di sotto di quella soglia le contrazioni sono lente e disordinate, e l’animale semplicemente non riesce a muovere le ali con l’ampiezza necessaria per staccarsi da terra. Per una falena che vive di notte, quando l’aria scende a 15-18 °C, è un problema serio.

La soluzione delle sfingi è un vero riscaldamento pre-volo: restano ferme, con le ali che vibrano appena, e contraggono i muscoli toracici come un mammifero che rabbrividisce. Il torace si scalda di qualche grado al minuto e, raggiunta la temperatura di lavoro, l’animale decolla. In pieno volo, misure dirette mostrano un torace a 35-37 °C: sotto quel manicotto di scaglie pelose, che funziona come un piumino, l’insetto è letteralmente caldo al tatto. Nelle sfingi il decollo si può innescare in un attimo anche grazie a fini setole sensibili sul capo: basta un contatto e l’animale parte.

Il ronzio profondo nasce da qui: un corpo grande, muscoli caldi e potenti, un battito d’ali ampio. La cugina diurna, la sfinge del galio o sfinge colibrì (Macroglossum stellatarum), che di pomeriggio visita i gerani e le lavande, batte le ali a frequenze molto elevate, dell’ordine di 75-80 battiti al secondo, e produce un fruscio acuto, sibilante. La sfinge striata è più grande e pesante: la frequenza è più bassa, e il suono che ne esce è cupo, corposo, il classico brum che fa voltare la testa. Stesso principio del basso e del violino: più massa, nota più grave.

Tre indizi per capire chi hai davanti

Nei giardini italiani le sfingi che ronzano sui fiori sono soprattutto tre, e distinguerle è più facile di quanto sembri.

  • L’orario. La sfinge colibrì vola in pieno giorno, anche a mezzogiorno con il sole a picco. La sfinge striata compare al crepuscolo, tipicamente da venti minuti dopo il tramonto fino a notte, e talvolta di nuovo alle prime luci dell’alba. Se il bestione arriva quando accendi la luce del terrazzo, non è la sfinge diurna.
  • Il disegno. La sfinge striata è la più elegante del gruppo: ali anteriori olivastre attraversate da una netta banda chiara diagonale e da nervature bianche in rilievo, torace bruno con vistose strisce bianche laterali, addome con macchie bianche e nere. Quando apre le ali, un lampo rosa acceso sulle ali posteriori. La sfinge colibrì, invece, è bruno-grigia con le posteriori arancio ruggine e un ciuffo di peli a ventaglio in fondo all’addome, che usa come timone.
  • Il modo di avvicinarsi. Entrambe restano in volo stazionario senza posarsi, ma la sfinge striata è più massiccia, si sposta a scatti larghi e resta sul fiore pochi secondi, mentre la diurna sembra rimbalzare rapidissima da una corolla all’altra.

Un dettaglio da esperti, utile a chi confronta le foto trovate in rete: la sfinge striata europea si distingue dalla gemella americana Hyles lineata perché non ha una linea bianca longitudinale al centro delle placchette che coprono l’attaccatura delle ali, e ha le antenne scure con solo la punta biancastra.

Si può prendere in mano? Sì, ma non per le ali

Questa è la domanda pratica che conta. La lingua che vedi sondare i fiori è una spirotromba: un tubicino flessibile lunghissimo, arrotolato a molla sotto il capo quando non serve, buono solo per aspirare nettare. Non è un pungiglione, non ha ghiandole velenifere, non buca la pelle. Le sfingi adulte non hanno nemmeno mandibole per mordere. Nessuna specie italiana di falena adulta punge.

Quindi sì, una sfinge striata si può raccogliere, e chi lo ha fatto sa che la sensazione è sorprendente: pesa quanto un acino d’uva, il torace è caldo e vibra, e il ronzio in mano diventa quasi comico. Ma tre regole non si negoziano:

  1. Mai afferrarla per le ali. Le ali sono coperte di scaglie microscopiche che si staccano al minimo sfregamento, come polvere sulle dita: sono quelle che danno portanza e impermeabilità. Una falena maneggiata male vola peggio per il resto della vita.
  2. Si offre la mano, non si cattura. Avvicina lentamente un dito o il bordo di una foglia davanti alle zampe: l’insetto ci sale da solo. Meglio ancora, usa un bicchiere e un cartoncino.
  3. Niente spray, niente acqua. Bagnare una sfinge è il modo più rapido per bloccarla a terra: le scaglie inzuppate non permettono più il volo e l’animale non riesce a scaldare il torace.

L’ho trovata ferma sull’asfalto o sul davanzale: cosa faccio

È una scena comunissima al mattino, soprattutto vicino a lampioni, insegne e portoni illuminati. Attirate dalla luce artificiale, le sfingi girano intorno alle lampade fino allo sfinimento, poi si accucciano dove capita e all’alba si ritrovano su cemento, zerbini, tavoli da giardino. La ricerca sull’inquinamento luminoso ha mostrato che l’illuminazione notturna riduce la presenza delle falene nelle aree illuminate e interferisce con il trasporto notturno di polline; il colore della luce conta, e le tonalità calde disturbano meno di quelle bianco-blu.

Nella grande maggioranza dei casi l’animale non è malato né morente: è freddo, o sta semplicemente riposando di giorno, immobile e mimetico. Ecco come comportarsi.

  • Se è su una strada, un marciapiede o un balcone esposto, spostala: fai salire l’insetto su una foglia o sul dito e appoggialo dentro un cespuglio o su un vaso, in ombra e al riparo dal vento, non in pieno sole e non su una superficie liscia dove i gatti e le gazze la vedono subito.
  • Se non vola, aspetta. Al calare del sole, se la temperatura è adeguata, comincerà a vibrare le ali per pochi minuti e partirà da sola. È normale che di giorno resti apparentemente morta.
  • Non forzare acqua e zucchero. Versare sciroppi sull’insetto o immergerne la testa è il modo più efficace per incollargli le scaglie e ostruire la spirotromba. Se davvero l’animale è debilitato e ha la stagione contro, la cosa più sensata è offrire un fiore vero a corolla lunga e nettare, oppure un batuffolo di cotone appena inumidito con acqua e zucchero molto diluito (un cucchiaino in mezzo bicchiere) posato accanto a lei, senza toccarla: se ha bisogno, srotolerà la proboscide da sola.
  • Se è entrata in casa di notte, la mossa giusta è spegnere tutte le luci interne e aprire una finestra: nel giro di qualche minuto la falena esce da sola verso l’esterno più chiaro. Se sbatte contro le lampade, coprila con un bicchiere, chiudi con un cartoncino e liberala fuori. Insetticidi e ciabatte, con un impollinatore di questa taglia, sono davvero fuori luogo.

Per cani e gatti non c’è alcun rischio di puntura. Un morso curioso non fa danni, ma vale la regola generale di non lasciare che gli animali domestici giochino con gli insetti: la falena ne esce distrutta e l’animale può prendersi una lieve irritazione o vomitare, come succede spesso quando ingerisce insetti dal sapore sgradevole.

Sfinge striata: la grande falena che ronza sui fiori al tramonto e cosa fare se la trovi ferma

Il rovescio della medaglia: il bruco con il corno sulla vite

Chi coltiva conosce l’altra faccia della sfinge striata. Le larve sono grosse, vistose e mangiano molto: bruco fino a 7-8 centimetri, colore verde o bruno-nerastro con file di occhielli giallo-crema, testa e coda rossastre, e un caratteristico corno all’estremità posteriore. Il corno spaventa, ma è un ornamento innocuo: non punge, non inietta niente, non è urticante.

La specie è molto polifaga: si sviluppa su galio, romice e acetosella, epilobio, poligonacee come il grano saraceno, portulaca, euforbie, e in orto e giardino può capitare su vite, fucsia, bocca di leone e altre ornamentali. Vale la pena chiarire un punto che genera allarmi eccessivi: sulla vite le sfingi sono considerate parassiti occasionali, con danni normalmente limitati, perché la vite non è il loro ospite abituale. Due o tre bruchi su una pergola adulta si notano per le foglie sbrecciate, ma non compromettono nulla.

La linea di condotta ragionevole, in un orto familiare, è questa:

  • Tollerare su piante adulte e vigorose: qualche foglia in meno non pesa, e da quel bruco nasce un impollinatore notturno.
  • Raccogliere a mano e spostare se le larve sono numerose su piantine giovani, appena trapiantate o in vaso piccolo. Basta prenderle con delicatezza (senza tirarle: si tengono forte con le zampe addominali) e trasferirle su piante spontanee della stessa famiglia, come galio e romice ai bordi del campo.
  • Evitare trattamenti a calendario. Un insetticida ad ampio spettro usato per due bruchi elimina anche coccinelle, sirfidi e api. Se serve un intervento in caso di attacco davvero forte, si ragiona su prodotti selettivi per lepidotteri e si intervengono solo le piante interessate, mai il giardino intero.

Un consiglio da chi le osserva: se trovi un bruco su un’euforbia, lascialo dove sta e non farlo toccare ai bambini a mani nude, non per l’insetto ma per il lattice della pianta, che è irritante. Poi lavati le mani, come sempre dopo aver maneggiato piante e insetti.

Come farla tornare ogni sera: i fiori giusti sul balcone

Le sfingi hanno una proboscide lunghissima, in certe specie più del corpo, e sono le impollinatrici elette dei fiori che si aprono e profumano di sera, con corolla a tubo lungo e nettare abbondante e diluito. Studi su tabacchi ornamentali e selvatici hanno mostrato quanto lunghezza del tubo fiorale e profumo notturno guidino la scelta di questi insetti, e quanto sia efficiente l’impollinazione che ne deriva. Tradotto in pratica sul balcone, la lista è semplice ed economica.

  • Nicotiana (soprattutto Nicotiana alata e affini): il fiore da sfinge per definizione, si apre al tramonto e profuma.
  • Petunia e surfinia profumate, tra i fiori più visitati in assoluto dalla sfinge striata.
  • Valeriana rossa (Centranthus ruber), quella che cresce spontanea sui muri: ottima e a costo zero.
  • Caprifoglio (Lonicera) su una ringhiera: profumo serale intensissimo.
  • Oleandro, gelsomino notturno, bella di notte, saponaria, silene, lavanda e verbena completano il menù.

Due accortezze fanno la differenza. La prima: fiori in gruppo, non un vasetto solo, perché questi insetti si orientano al profumo a distanza. La seconda: luce bassa e calda sul terrazzo, o meglio spenta nelle ore in cui vuoi osservarle. Una lampada bianca fredda accesa tutta la notte trasforma il balcone da mensa in trappola.

Il resto lo fa lo spettacolo: una creatura che arriva chissà da dove, forse dal Nord Africa attraversando il mare, che si scalda il motore tremando nel buio e poi resta ferma in aria davanti a una petunia. Vale bene qualche foglia di vite.

Fonti

Tag:Sfinge colibrì