Il quaderno delle ricette della nonna: perché il q.b. non era pigrizia (e come ritradurlo in grammi)

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Prima o poi capita a tutti. Si apre un cassetto, salta fuori un quaderno a quadretti con la copertina macchiata, oppure un mazzetto di schede scritte a penna biro, cartoline con la ricetta sul retro, foglietti di carta da pacco. E lì, al posto delle dosi, c’è scritto: farina q.b., un bicchiere d’olio, una tazza di latte, forno caldo, finché non sembra giusto. La reazione istintiva è pensare che la nonna fosse approssimativa, o che si tenesse per sé il segreto. Nessuna delle due cose è vera.

Quel quaderno non è un testo incompleto: è un documento scritto in un sistema di misura diverso dal nostro. Un sistema relativo, non assoluto. Imparare a leggerlo è esattamente come decifrare una vecchia mappa: una volta capita la scala, tutto torna al suo posto. Questo articolo è un metodo di lavoro per riportare in tavola ricette che sembrano impossibili da rifare, e per salvarle prima che l’inchiostro sbiadisca.

Perché il q.b. funzionava davvero

Chi cucinava ogni giorno con le stesse quattro ciotole non aveva bisogno della bilancia, perché aveva una cosa che noi abbiamo perso: strumenti costanti. La tazza da caffelatte era sempre quella. Il bicchiere da vino era sempre quello. Il cucchiaio di legno era sempre lo stesso. In quel contesto, scrivere una tazza di farina era preciso quanto scrivere 140 grammi, perché il destinatario della ricetta aveva la stessa tazza in credenza, spesso ereditata o comprata nello stesso negozio del paese.

C’è di più, ed è la parte interessante. Le ricette di famiglia non ragionano in valori assoluti, ma in rapporti tra ingredienti. Due uova, il loro peso in zucchero, il loro peso in farina. Una parte di grasso ogni tre parti di farina. Tanto liquido quanto basta a fare una pasta che non si attacca alle mani. È lo stesso principio che in panificazione professionale si chiama percentuale del panettiere: si fissa la farina a 100 e tutto il resto si esprime come percentuale di quella. Un sistema così è molto più robusto di una lista di grammi, perché sopravvive al cambio di quantità (fai metà dose, fai doppia dose, torna sempre), al cambio di stagione e perfino al cambio di farina.

Il finché non sembra giusto, allo stesso modo, non è vaghezza: è un criterio di processo. La nonna non misurava il risultato, lo riconosceva. Sapeva che l’impasto era pronto quando cambiava consistenza sotto le dita, non quando scadeva un timer. Il nostro compito, oggi, è trasformare quel riconoscimento in numeri ripetibili, senza buttare via l’informazione originale.

Primo passo: pesare la tazza, il bicchiere, il cucchiaio

Questa è l’operazione che risolve metà dei problemi, e quasi nessuno la fa. Se in casa esiste ancora la tazza che usava lei, o una molto simile, prendila e pesala davvero, con una bilancia digitale.

  • Metti la tazza vuota sulla bilancia e azzera (funzione tara).
  • Riempila di farina come la riempiva lei: a cucchiaiate senza pressare, oppure affondandola nel sacco e livellando col dorso del coltello. La differenza tra i due gesti, con la stessa tazza, può superare il 30 per cento del peso.
  • Annota il numero. Ripeti con zucchero, semola, riso, latte, olio.
  • Scrivi i pesi una volta per tutte su un foglietto incollato dentro la copertina del quaderno.

Da quel momento hai una tabella di conversione privata, valida per tutte le ricette di quella casa. Un bicchiere da acqua comune sta in genere intorno ai 200-250 millilitri, la tazzina da caffè intorno ai 30-40, il cucchiaio raso da tavola intorno ai 15 millilitri di liquido ma solo 8-10 grammi di farina. Sono indicazioni di partenza: il valore vero è quello che leggi tu sulla tua bilancia, perché la tua tazza è la tua tazza.

Ricostruire le dosi mancanti partendo dai rapporti

Quando mancano proprio i numeri, si lavora per proporzioni. L’uovo è il perno di quasi tutta la pasticceria domestica italiana, perché era l’unità di peso che non costava niente procurarsi. Nell’Unione Europea le uova di categoria A sono classificate per peso: sotto 53 grammi sono piccole, da 53 a meno di 63 sono medie, da 63 a meno di 73 grandi, da 73 in su molto grandi. Il peso indicato è con il guscio, che pesa circa un decimo del totale. Quindi un uovo medio sgusciato vale indicativamente 48-55 grammi, di cui circa un terzo tuorlo e due terzi albume.

Con questo in mano si ricostruiscono le ricette dette a peso d’uovo: pesi le uova sgusciate e usi lo stesso peso di zucchero, di burro e di farina. Per gli altri casi valgono alcuni rapporti classici che ritrovi, con variazioni minime, in quasi tutti i quaderni di famiglia:

  • Pasta all’uovo: 1 uovo ogni 100 grammi di farina, più o meno 5 grammi secondo l’umidità della giornata.
  • Pane e impasti lievitati: liquido pari al 55-70 per cento del peso della farina, sale intorno al 2 per cento della farina.
  • Frolla classica: grasso al 50 per cento della farina, zucchero al 50 per cento, un tuorlo ogni 100 grammi circa di farina.
  • Besciamella e roux: pari peso di burro e farina, dieci volte quel peso in latte per una salsa fluida.
  • Torte semplici da credenza: farina e zucchero in quantità simile, grasso intorno al 40-50 per cento della farina, un uovo ogni 60-70 grammi di farina.

Il metodo è questo: prendi gli ingredienti di cui la ricetta dà la quantità, usali come àncora, e ricava i mancanti applicando la percentuale. Non serve indovinare al primo colpo, serve avere un punto di partenza sensato da correggere.

Forno caldo, forno dolce, dopo il pane: tradurre le temperature

Le indicazioni di forno antiche non sono poetiche, sono tecniche. Si riferivano al forno a legna, che non si regola ma si carica di calore e poi lo cede lentamente. Si accendeva, si lasciava bruciare la legna, si spazzavano le braci e si infornava in sequenza: prima il pane, con il forno al massimo, poi dolci e biscotti man mano che la temperatura calava, infine le cose che volevano calore dolce e lungo. Ecco perché dopo il pane è una vera indicazione di temperatura.

Il calore si giudicava con il dorso della mano infilato nella bocca del forno e contando i secondi, oppure gettando dentro una presa di farina: se scuriva in pochi istanti il forno era fortissimo, se imbruniva piano era moderato, se restava quasi bianca era dolce. Le corrispondenze pratiche con un forno elettrico moderno sono queste:

  • Forno dolce o tiepido: 140-160 gradi. Meringhe, essiccazioni, cotture lunghissime.
  • Forno moderato: 170-180 gradi. Torte da credenza, plumcake, biscotti di pasta frolla.
  • Forno caldo: 190-210 gradi. Crostate, focacce, arrosti in teglia.
  • Forno molto caldo o fortissimo: 220-250 gradi. Pane, pizza, primi dieci minuti dei lievitati.
  • Dopo il pane: forno in discesa, da circa 180 a 140 gradi. Si riproduce infornando a 180 e abbassando a 150 dopo il primo terzo del tempo.

Attenzione a un dettaglio che manda a monte molte prove: il termostato del forno di casa dice quasi sempre una bugia. Scostamenti di 10-20 gradi rispetto al numero impostato sono normalissimi, e i forni ventilati cuociono più in fretta di quelli statici. Un termometro da forno a sonda, che costa pochissimo, trasforma le tue traduzioni da approssimative a precise. Regola spiccia: se la ricetta è antica, immagina sempre il forno statico, e con la ventola togli 15-20 gradi.

Perché gli ingredienti di oggi tradiscono la ricetta

Hai fatto tutto bene e il risultato non è quello che ricordavi. Succede, e spesso non è colpa tua: sono cambiate le materie prime. Le farine commerciali di oggi derivano in buona parte da varietà selezionate per avere glutine più tenace e maggiore forza rispetto alle farine di grani più antichi macinate localmente; studi condotti su frumenti italiani migliorati e antichi mostrano differenze nette nella composizione proteica e nel comportamento reologico degli impasti, con effetti diretti sull’assorbimento d’acqua e sulla struttura finale. Una farina più forte beve più liquido: con la stessa dose di acqua ottieni un impasto più duro di quello che otteneva lei.

Il quaderno delle ricette della nonna: perché il q.b. non era pigrizia (e come ritradurlo in grammi)

Non è l’unico scarto. Il lievito di birra moderno è più attivo e più concentrato: le dosi dei quaderni vecchi, spesso un cubetto intero per mezzo chilo di farina, oggi producono lievitazioni forsennate e quel retrogusto acidulo che non ricordavi. Le uova in commercio sono mediamente più grandi di quelle del pollaio di casa. I pomodori da industria sono stati selezionati anche per gusto più dolce e acidità più contenuta, quindi le conserve di famiglia possono risultare più piatte e, se si fanno in casa, richiedono attenzione all’acidificazione. Il sale è lo stesso, ma siamo noi ad averne un’altra percezione: oggi le indicazioni sanitarie spingono a ridurne il consumo, e le dosi di certe conserve e salumi domestici erano tarate anche sulla conservazione, non solo sul gusto.

Da qui le tre correzioni da fare alla prima prova, e solo quelle, per capire cosa ha funzionato:

  1. Tieni indietro il 10 per cento del liquido e aggiungilo alla fine, guardando l’impasto. Con le farine attuali serve quasi sempre, ma non sempre nella stessa misura.
  2. Dimezza il lievito di birra e allunga i tempi. Il sapore migliora e la ricetta torna più vicina all’originale.
  3. Pesa le uova sgusciate invece di contarle, e usa il peso che la ricetta implicava: due uova di allora fanno circa 95-105 grammi, due uova grandi di oggi arrivano a 120.

Il metodo delle due colonne: trascrivere senza distruggere

Qui arriva la regola più importante di tutte: non si riscrive mai in pulito cancellando l’originale. Il foglio vecchio non è una brutta copia, è la fonte. Se lo ricopi e butti via il resto, hai perso per sempre la possibilità di correggere un’interpretazione sbagliata.

Il sistema che funziona è a due colonne, su un quaderno nuovo o in un file.

  • Colonna di sinistra: il testo originale trascritto parola per parola, errori compresi, dialetto compreso, abbreviazioni comprese. Se una parola è illeggibile, metti dei puntini e una nota, non inventare.
  • Colonna di destra: la versione eseguibile. Grammi, millilitri, gradi, minuti, dimensione dello stampo, tipo di farina usata.
  • Riga sotto ogni prova: data, cosa hai cambiato, com’è venuta. Alla terza esecuzione la ricetta è stabile e lo vedi nero su bianco.

Prima di tutto questo, però, fai una cosa sola: fotografa o scansiona ogni foglio. Una scansione a 400-600 punti per pollice, a colori, salvata in un formato non compresso e copiata in due posti diversi, è la polizza assicurativa contro l’incendio, l’allagamento e l’inchiostro che svanisce. Le indicazioni degli istituti di conservazione sono chiare anche sul resto: niente nastro adesivo, niente plastificazione, niente graffette metalliche, niente colla. I fogli si tengono distesi in cartelline di carta o cartoncino neutro, al buio, in un ambiente fresco e asciutto e soprattutto stabile: gli sbalzi di temperatura e umidità rovinano la carta più del tempo. Mai in cantina, mai in soffitta, mai nel cassetto sotto il lavello.

Leggere i margini: la ricetta racconta chi l’ha cucinata

C’è una parte del quaderno che nessuno trascrive e che invece è la più ricca di informazioni. I segni.

Le macchie di unto sono un indice di gradimento: le pagine sporche, con gli angoli consumati e la carta trasparente, sono le ricette che si facevano davvero, magari ogni domenica. Le pagine immacolate sono quelle copiate e mai provate. Basta sfogliare controluce per capire, in trenta secondi, quali erano i piatti veri di quella casa.

Poi ci sono le correzioni a matita sopra l’inchiostro: un numero cancellato e riscritto significa che la ricetta era stata tarata sul campo, e di solito il valore buono è l’ultimo. Le note tipo meno zucchero, attenzione brucia, va bene anche senza valgono più di un manuale. E ci sono i nomi: moltissime schede riportano in alto a destra chi le ha passate, perché nel secondo Novecento lo scambio di ricette per corrispondenza era una pratica diffusissima, su cartoline, schede prestampate, lettere tra parenti emigrate e rimaste. Quei nomi disegnano una rete di amicizie e parentele che spesso non esiste da nessun’altra parte.

Quando trascrivi, annota anche questo. Scrivi che quella pagina è la più unta del quaderno, che il numero del burro è stato corretto due volte, che accanto al titolo c’è scritto un nome di donna che nessuno in famiglia ricorda più. È il motivo per cui questo lavoro vale la pena: non stai solo recuperando un dolce, stai leggendo la storia di una casa nei margini di un foglio. E la prossima persona che aprirà quel cassetto troverà, accanto alle parole originali, i grammi per rifarlo davvero.

Fonti

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