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Nel cuore di Tivoli, a poco più di trenta chilometri da Roma, sorge uno dei templi più spettacolari dell’Italia romana: il santuario di Ercole Vincitore. Un blocco di architrave in travertino appena riportato alla luce ha scosso il mondo accademico con sole due parole leggibili: [BA]SILICAM DE[—]. Questa iscrizione frammentaria, incisa oltre duemila anni fa, risolve uno degli enigmi architettonici più persistenti del sito archeologico e conferma, con prova materiale, ciò che lo storico Svetonio aveva annotato nelle sue cronache imperiali venti secoli fa.
La scoperta è il risultato di una nuova campagna di scavi promossa dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, dal Ministero della Cultura italiano e dall’Università Sapienza di Roma. L’iscrizione, datata all’epoca dell’imperatore Augusto (fine del I secolo a.C. e inizi del I secolo d.C.), costituisce la prova definitiva che l’edificio individuato oltre trent’anni fa alle spalle del tempio era effettivamente una basilica, un grande spazio pubblico coperto destinato a funzioni amministrative e giudiziarie.
Il vero impatto di questa scoperta trascende l’architettura. Nella sua opera De vita Caesarum (Divus Augustus, 72), Svetonio ricordava che Augusto era solito amministrare la giustizia a Tivoli, “nei portici del tempio di Ercole”. Oggi, dopo duemila anni, la pietra parla e conferma le parole del cronista latino.

Tre metri sotto terra: il terremoto che ha conservato l’iscrizione
Il contesto archeologico del ritrovamento è tanto rivelatore quanto l’iscrizione stessa. A circa tre metri al di sotto del livello del suolo attuale, l’équipe ha individuato estesi strati di crollo, attribuiti a un terremoto avvenuto in epoca tardoantica. Questi livelli, sigillati e intatti per secoli, hanno restituito un insieme di materiali straordinariamente ricco.
Le pitture conservate sui muri crollati appartengono al secondo e al terzo stile pompeiano, segno che l’edificio era già riccamente decorato nella prima età imperiale. Tra gli oggetti recuperati figurano:
- Ceramiche ed elementi architettonici in terracotta
- Iscrizioni su lastre di marmo e rilievi scultorei
- Oggetti metallici e frammenti di intonaco dipinto
- Un anello di bronzo con iscrizione ancora da decifrare
Le impronte del fornaciaio e l’eco del Palatino
Tra i materiali del crollo spiccano diversi bolli laterizi con i nomi dei produttori C. Naevius Asc(lepiades?) e P. Decumius, attivi tra la tarda età repubblicana e gli inizi del periodo imperiale. Questi marcatori industriali hanno permesso di affinare la cronologia della costruzione.
Altrettanto significativi sono i frammenti di lastre Campana, decorazioni architettoniche in terracotta che raffigurano la disputa per il tripode di Delfi tra Apollo ed Ercole. Questi pezzi possono essere confrontati direttamente con gli esemplari provenienti dalla cosiddetta Casa di Augusto sul Palatino, rafforzando il legame del complesso tiburtino con la sfera personale del primo imperatore romano.

Il programma decorativo della basilica di Tivoli sembra dunque essere stato concepito in dialogo con gli spazi privati del potere augusteo a Roma. Una scelta che non poteva essere casuale e che dimostra l’importanza politica e simbolica attribuita al santuario tiburtino.
Un edificio di 800 metri quadrati riscoperto
La storia del recupero della basilica inizia nel 1992. In quell’anno gli scavi portarono alla luce la facciata monumentale di una costruzione di grandi dimensioni, addossata al muro di fondo del triportico, l’ampio spazio porticato attorno a un’area centrale scoperta.
La facciata presentava nove ingressi e una superficie di oltre 800 metri quadrati. Una tale magnitudine portò gli archeologi a ipotizzare l’esistenza di una grande navata centrale circondata da un corridoio coperto. Tuttavia, senza uno scavo degli spazi interni e senza prove epigrafiche, l’identificazione rimase nel terreno dell’ipotesi.
Trentaquattro anni dopo, l’iscrizione [BA]SILICAM DE[—] chiude definitivamente il dibattito: l’edificio può essere identificato come la basilica del santuario di Ercole Vincitore, lo spazio dove il primo cittadino di Roma esercitava la giustizia durante i suoi soggiorni in città.
Bisanzio e gli Ostrogoti: la lunga vita del santuario
Gli strati successivi al crollo non sono meno eloquenti. Gli archeologi hanno recuperato abbondante ceramica databile tra il V e il VI secolo d.C., tra cui:
- Sigillata africana di varia produzione
- Lucerne e anfore da trasporto
Questo insieme dimostra che il santuario rimase in attività ben oltre lo splendore imperiale. I materiali rafforzano l’ipotesi che il recinto sia stato riutilizzato a scopi difensivi durante le guerre gotiche del VI secolo d.C., il conflitto che oppose Bisanzio agli Ostrogoti per il controllo dell’Italia.

È dunque probabile che il tempio dedicato all’eroe per eccellenza dell’antichità classica sia stato trasformato in fortezza durante uno degli episodi più turbolenti della storia tardoantica, conservando la propria centralità strategica anche quando il mondo romano andava ormai dissolvendosi.
Svetonio aveva ragione
Poche soddisfazioni sono paragonabili a quella dell’archeologo che vede confermato, dal punto di vista materiale, il testimone delle fonti letterarie. Il ritrovamento di questa iscrizione permette di identificare con certezza la basilica del santuario di Ercole Vincitore, uno degli spazi pubblici più significativi del complesso. Una conferma che si aggiunge alla serie di recenti riscoperte capaci di riscrivere capitoli della storia antica, come la decifrazione dei papiri carbonizzati di Ercolano grazie all’intelligenza artificiale.
Le parole di Svetonio, scritte nel II secolo d.C., conservano l’eco di una pratica reale del potere: Augusto utilizzava Tivoli come ritiro e come scenario di governo. Con l’iscrizione rinvenuta nel 2026, la basilica recupera il proprio nome, la propria funzione e il proprio posto nella storia, riconnettendo finalmente l’evidenza archeologica al racconto delle fonti antiche.
