Focaccia della nonna: la ricetta tradizionale per un pane morbido e profumato

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un profumo che, più di ogni altro, sa di casa: quello della focaccia fatta in casa appena sfornata, con la crosticina dorata in superficie e la mollica soffice che si lascia affondare sotto le dita. È il profumo delle cucine delle nonne italiane, dove un impasto lasciato lievitare sul tavolo di marmo diventava, nel giro di poche ore, il pane quotidiano, la merenda dei bambini, la base per i panini portati in campagna o al lavoro. Oggi vogliamo raccontarvi questa preparazione non solo come ricetta, ma come piccolo capolavoro di biologia, chimica e tradizione contadina.

Dietro a una buona focaccia, infatti, si nasconde molto più di farina, acqua e lievito: ci sono processi di fermentazione, reazioni tra glutine e acqua, l’azione dell’olio extravergine di oliva sulla struttura della mollica e quella magia che le nonne chiamavano semplicemente “pazienza”. Mettiamoci il grembiule e scopriamo insieme tutti i segreti.

Un pane antico: breve storia della focaccia nelle case italiane

La focaccia è probabilmente uno dei pani più antichi del Mediterraneo. Il suo stesso nome deriva dal latino panis focacius, ovvero “pane cotto sul focolare”: una schiacciata semplice, fatta con farina, acqua, sale e un po’ di grasso, che si cuoceva direttamente sotto la cenere o su pietre roventi. Nelle campagne italiane, fino a pochi decenni fa, la focaccia era il modo migliore per testare il forno a legna prima di infornare le grandi pagnotte settimanali: un pezzetto di impasto schiacciato, condito con olio e sale, diventava il premio per chi aveva atteso la cottura.

Ogni regione ne ha sviluppato una versione: in Liguria la celebre focaccia genovese, bassa, unta e salata; in Puglia la focaccia barese con pomodorini e olive; in Veneto quella dolce di Pasqua; in Emilia la crescentina e la tigella. Tutte figlie della stessa idea: trasformare pochi ingredienti poveri in qualcosa di buono, nutriente e conviviale.

Gli ingredienti: perché la qualità fa davvero la differenza

La ricetta della focaccia della nonna è disarmante nella sua semplicità, ed è proprio per questo che ogni ingrediente conta. Vediamoli uno per uno.

La farina: glutine, forza e alveolatura

La farina di frumento tenero contiene due proteine fondamentali, gliadina e glutenina, che a contatto con l’acqua e con l’azione meccanica dell’impasto si legano formando il glutine: una rete elastica che intrappola i gas della lievitazione e regala alla focaccia quella tipica alveolatura. Per una focaccia morbida si consigliano farine di media forza (W tra 230 e 300), oppure un mix tra una 00 e una manitoba. Le farine semi-integrali e di grani antichi (Senatore Cappelli, Verna, Maiorca) aggiungono sapore, fibra e un indice glicemico più basso.

L’acqua e l’idratazione

Una focaccia veramente soffice ha bisogno di tanta acqua: si parla di idratazioni dal 70% fino all’80-85% del peso della farina. Più acqua significa impasto più difficile da gestire, ma alveoli più grandi e mollica più ariosa. L’acqua, idealmente a temperatura ambiente o leggermente fresca d’estate, scioglie il sale, attiva il lievito e permette al glutine di svilupparsi.

Il lievito e il tempo

Le nonne usavano spesso la pasta madre, un impasto fermentato spontaneamente da lieviti selvatici (soprattutto Saccharomyces cerevisiae e affini) e batteri lattici. Oggi possiamo usare lievito di birra fresco, secco, o licoli. Il segreto vero, però, è uno solo: poco lievito e tanto tempo. Una lievitazione lenta in frigorifero (12-24 ore) permette agli enzimi della farina di scomporre amidi e proteine, rendendo la focaccia più digeribile, più profumata e meglio conservabile.

L’olio extravergine di oliva

L’olio è l’anima della focaccia. Aggiunto nell’impasto rende la mollica più morbida perché i suoi lipidi si dispongono tra le maglie del glutine, ostacolandone la formazione eccessiva e trattenendo umidità. In superficie, durante la cottura, forma la caratteristica crosticina dorata grazie alle alte temperature e contribuisce, insieme agli zuccheri liberati dagli amidi, alle reazioni di Maillard che danno colore e aroma.

La scienza della lievitazione lenta: perché vale la pena aspettare

Quando si parla di impasto focaccia lievitazione lunga, non si tratta solo di una moda da panificatori artigianali. La fermentazione lenta produce cambiamenti misurabili sul prodotto finale.

  • Migliore digeribilità: i lieviti e i batteri (soprattutto nella pasta madre) demoliscono parte delle proteine del glutine e degli amidi più complessi, riducendo il carico digestivo.
  • Indice glicemico più basso: la fermentazione lattica produce acidi organici che rallentano la digestione degli amidi, modulando la risposta glicemica rispetto a un pane lievitato in fretta.
  • Aromi più complessi: dalla fermentazione nascono alcoli, esteri e acidi che regalano profumi di nocciola, burro, fieno e crosta tostata.
  • Maggiore conservabilità: gli acidi prodotti dai lattobacilli abbassano il pH dell’impasto, rallentando il deterioramento e la formazione di muffe.

Per questo la nonna, magari senza saperlo, applicava un principio scientifico solido quando diceva: “lascialo riposare ancora un po’”.

La ricetta passo passo: la focaccia della nonna come una volta

Ecco una versione fedele alla tradizione, pensata per una teglia rettangolare da circa 30×40 cm.

Ingredienti

  • 500 g di farina tipo 0 (oppure 400 g di 0 + 100 g di manitoba)
  • 380-400 ml di acqua a temperatura ambiente
  • 5 g di lievito di birra fresco (o 1,5 g di secco)
  • 10 g di sale fino
  • 10 g di malto d’orzo o miele
  • 30 g di olio extravergine di oliva nell’impasto
  • Per la salamoia: 50 ml di acqua, 30 ml di olio extravergine, 5 g di sale grosso

Procedimento

  1. Sciogliete il lievito nell’acqua insieme al malto. Aggiungete la farina e iniziate a impastare a mano o con la planetaria.
  2. Quando l’impasto è omogeneo, unite il sale e infine l’olio a filo, continuando a lavorare finché l’impasto si stacca dalle pareti.
  3. Fate una serie di pieghe “slap and fold” ogni 30 minuti per due-tre volte, poi coprite e mettete in frigorifero per 12-24 ore.
  4. Il giorno dopo, rovesciate l’impasto in teglia ben oliata, fate una piega a portafoglio e lasciate puntare a temperatura ambiente per 2-3 ore, finché raddoppia.
  5. Stendete delicatamente con i polpastrelli formando le classiche fossette. Versate la salamoia emulsionata e fate riposare ancora 20 minuti.
  6. Cuocete in forno statico ben caldo a 230 °C per 18-22 minuti, fino a doratura. Sfornate e ungete leggermente con un filo d’olio crudo.

I trucchi della nonna per una focaccia perfetta

Avendo provato e riprovato negli anni, posso dirvi che alcuni piccoli accorgimenti fanno una differenza enorme. Sono gesti che le nonne tramandavano senza spiegarli, ma che hanno tutti una loro logica.

Focaccia della nonna: la ricetta tradizionale per un pane morbido e profumato

  • Acqua fredda d’estate, tiepida d’inverno: la temperatura finale dell’impasto dovrebbe aggirarsi sui 24-26 °C per una lievitazione equilibrata.
  • Non lesinate sull’olio in teglia: oltre a evitare che la focaccia si attacchi, l’olio frigge leggermente la base, regalandole croccantezza.
  • Fossette decise ma non bucate: servono a impedire che la focaccia si gonfi a cupola e a creare piccole “piscine” dove la salamoia si raccoglie.
  • Salamoia, non solo sale: l’emulsione di acqua, olio e sale grosso mantiene la superficie umida durante la cottura, evitando che secchi.
  • Cottura in basso, poi in alto: i primi 10 minuti nella parte bassa del forno per cuocere bene la base, poi spostatela in alto per dorare la superficie.

Varianti regionali e abbinamenti golosi

La bellezza della focaccia è la sua versatilità. Una volta padroneggiata la base, potete divertirvi con le varianti.

  • Focaccia genovese tradizionale: bassa (1,5-2 cm), molto unta in superficie e con sale grosso. Si gusta a colazione, inzuppata nel cappuccino come fanno a Genova.
  • Focaccia barese: con pomodorini schiacciati a mano, olive nere taggiasche o di Cerignola, origano e un filo d’olio crudo a fine cottura.
  • Focaccia di Recco: sottilissima, ripiena di crescenza fresca, davvero una categoria a sé.
  • Focaccia con uva (schiacciata con l’uva toscana): dolce e salata insieme, perfetta a settembre con l’uva fragola.

Come pane focaccia per panini, è insuperabile: tagliata a metà accoglie qualunque farcitura. Il mio abbinamento preferito? Prosciutto crudo di Parma stagionato 24 mesi, caprino fresco, rucola, fichi maturi e qualche goccia di aceto balsamico. In primavera, con stracciatella pugliese, pomodorini confit e basilico, diventa un pranzo da ricordare.

Valori nutrizionali e benefici (con buonsenso)

Una porzione di focaccia tradizionale (circa 80-100 g) apporta indicativamente 250-320 kcal, con circa 8 g di proteine, 40-50 g di carboidrati complessi, 8-12 g di grassi prevalentemente monoinsaturi grazie all’olio extravergine. Le farine semi-integrali aumentano l’apporto di fibre, vitamine del gruppo B e minerali come ferro, magnesio e zinco. L’olio extravergine di oliva, ingrediente cardine della Dieta Mediterranea riconosciuta patrimonio UNESCO, è ricco di acido oleico e polifenoli con azione antiossidante documentata.

Resta comunque un alimento da gustare con misura: la sua densità calorica e il contenuto di sale ne fanno un piacere da inserire in un’alimentazione varia, accompagnandolo a verdure di stagione, legumi e proteine magre per bilanciare il pasto.

Conservazione e riutilizzo

La focaccia dà il meglio appena sfornata, ma si conserva benissimo per 1-2 giorni avvolta in un canovaccio pulito o in un sacchetto di carta. Per riportarla a nuova vita, basta un passaggio di 3-4 minuti in forno a 180 °C. Si può anche congelare già porzionata: si scongela a temperatura ambiente e si rinfresca in forno. E se avanza qualche pezzetto raffermo? Le nonne lo trasformavano in pancotto, in crostini per la zuppa, o lo bagnavano con un goccio d’acqua e olio per farcirlo come panino del giorno dopo. Niente si butta, tutto si trasforma: anche questo, in fondo, è un insegnamento che la cucina contadina ci consegna.

Fonti

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