Oleolito di calendula fatto in casa: la guida scientifica per un rimedio lenitivo davvero efficace

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Pochi fiori del giardino italiano hanno una storia lunga e ben documentata come quella della calendula officinalis, la cosiddetta “sposa del sole” che apre i capolini gialli e arancioni a ogni mattino di primavera. Da almeno cinque secoli viene impiegata nella medicina popolare per lenire la pelle irritata, ed è una delle poche piante per cui esiste oggi una solida letteratura scientifica che giustifica gli usi tradizionali. Il modo più semplice ed economico per portarsela in casa è l’oleolito di calendula: un macerato oleoso che si ottiene lasciando i fiori essiccati a contatto con un olio vegetale per qualche settimana. In questa guida vediamo come prepararlo bene, perché funziona davvero e quali sono gli errori che fanno la differenza tra un buon rimedio e un barattolo di olio rancido.

Cos’è l’oleolito e perché si usa la calendula

L’oleolito, detto anche macerato oleoso, è una preparazione in cui un olio vegetale viene usato come solvente per estrarre le sostanze liposolubili contenute in una pianta. La calendula è una candidata ideale perché i suoi principi attivi più interessanti dal punto di vista cutaneo non amano l’acqua: si sciolgono molto meglio nei grassi. Tra questi i protagonisti sono gli esteri triterpenici del faradiolo, identificati come i principali responsabili dell’attività antinfiammatoria topica della pianta, insieme a una buona quota di carotenoidi (luteina, zeaxantina, beta-carotene e licopene) che danno al fiore il caratteristico colore arancio e che, in vitro, mostrano un’azione antiossidante interessante sulla pelle.

A questi si aggiungono flavonoidi, polisaccaridi, una piccola quota di olio essenziale e acidi fenolici. Le revisioni farmacognostiche pubblicate negli ultimi anni concordano nel descrivere la calendula come una pianta con attività antinfiammatoria, cicatrizzante, antimicrobica blanda e protettiva nei confronti delle scottature solari lievi, soprattutto se applicata sotto forma di estratto oleoso o unguento.

Quale olio vettore scegliere

Qui si gioca metà della riuscita del prodotto. L’olio non è un semplice contenitore: deve resistere all’ossidazione per settimane di macerazione e per i mesi di conservazione successivi, altrimenti il risultato sarà un liquido che sa di rancio e che, applicato sulla pelle, può addirittura peggiorare l’irritazione.

Olio d’oliva extravergine

È la scelta più tradizionale nel Mediterraneo e, dati alla mano, anche la più razionale. Ha un profilo ricco di acido oleico (acido grasso monoinsaturo, molto stabile) e contiene polifenoli e tocoferoli che agiscono come antiossidanti naturali. Gli studi sulla stabilità ossidativa degli oli vegetali collocano l’olio d’oliva tra i più resistenti all’irrancidimento, soprattutto se non è un blend industriale ma un buon extravergine non filtrato troppo aggressivamente. L’unico difetto: ha un odore e un colore marcati che alcuni trovano poco “cosmetici”.

Olio di girasole alto oleico

Attenzione: il girasole “comune” del supermercato è ricco di acido linoleico, molto più ossidabile. La versione alto oleico, invece, ha un profilo simile all’oliva ed è una buona alternativa neutra di odore e colore. Va sempre verificato in etichetta che si tratti della varietà alto oleico.

Olio di mandorle dolci

È leggero, di odore gradevole, molto usato in cosmesi per pelli sensibili e infantili. Ha però una stabilità ossidativa inferiore a quella dell’olio d’oliva e tende a irrancidire più in fretta: va conservato al fresco e consumato entro qualche mese.

Olio di jojoba

Tecnicamente è una cera liquida, non un olio: questa caratteristica lo rende straordinariamente stabile (può durare anni senza irrancidire) e simile al sebo umano. È un’opzione eccellente per chi vuole un oleolito a lunga conservazione, ma il costo è più alto.

I fiori: freschi o essiccati?

Sempre essiccati, mai freschi. È una regola non negoziabile. I fiori freschi contengono dal 70 all’80% di acqua: quell’acqua, intrappolata nell’olio, diventa il terreno perfetto per la proliferazione di batteri, lieviti e muffe. Il risultato è un macerato che può sviluppare botulino (sì, lo stesso del miele crudo nei bambini piccoli) o, più spesso, contaminazioni fungine che rendono il prodotto inutilizzabile e potenzialmente pericoloso.

I capolini vanno raccolti a piena fioritura, nelle ore centrali della mattinata di una giornata asciutta, quando la rugiada è già evaporata. Si essiccano stesi in monostrato su un graticcio, in un luogo ventilato, asciutto e al riparo dalla luce diretta, per cinque o sette giorni a seconda dell’umidità ambientale. Sono pronti quando i petali si sbriciolano sotto le dita e i ricettacoli verdi sono diventati cartacei. In Italia, nelle zone di pianura del Centro-Nord, la finestra di raccolta va da maggio a settembre con una pausa nei mesi più caldi; in Sicilia e in Sardegna si riesce a raccogliere quasi tutto l’anno tranne gennaio.

La preparazione: macerazione solare a freddo

È il metodo più antico e quello che preserva meglio i carotenoidi e i triterpeni, che sono termolabili. Ecco il procedimento corretto, passo per passo.

  1. Riempire un barattolo di vetro pulito (lavato in lavastoviglie ad alta temperatura o sterilizzato in forno a 100 °C per 15 minuti, poi asciugato perfettamente) con i fiori essiccati, senza pressare ma riempiendo bene il volume. In genere bastano da 30 a 50 grammi di fiori secchi ogni 500 ml di olio.
  2. Versare l’olio fino a coprire completamente i fiori, lasciando almeno un centimetro di spazio sopra. I fiori non devono mai emergere dall’olio: ogni parte vegetale esposta all’aria è una potenziale fonte di muffa.
  3. Chiudere con un tappo a vite. Alcune scuole suggeriscono di coprire con una garza nei primi giorni per far evaporare eventuali residui di umidità: è una buona idea se i fiori non erano perfettamente secchi, ma allunga il tempo di esposizione all’ossigeno.
  4. Etichettare il barattolo con data e ingredienti, e collocarlo in un luogo tiepido e luminoso ma non in pieno sole sferzante. Un davanzale orientato a est, una mensola sopra il termosifone in inverno o un ripiano dietro una tendina sono perfetti. Il calore eccessivo (oltre i 40 °C) degrada i carotenoidi e l’esposizione diretta al sole acceso accelera l’ossidazione dell’olio.
  5. Agitare delicatamente il barattolo una volta al giorno per i primi dieci giorni, poi ogni due o tre giorni.
  6. Macerare per quattro-sei settimane. Quattro sono il minimo per ottenere una buona estrazione, sei sono l’ottimo. Oltre le otto settimane non si guadagna nulla in termini di principi attivi ma aumenta il rischio di irrancidimento.

Esiste anche il metodo a caldo

Per chi ha fretta, si può scaldare l’olio con i fiori a bagnomaria mantenendo la temperatura tra i 40 e i 50 °C per due o tre ore, ripetendo l’operazione per due o tre giorni di seguito. Il rischio è di degradare i carotenoidi, ma in compenso si abbatte molto la carica microbica. Il metodo a freddo resta superiore per qualità del prodotto finito.

Filtrazione e conservazione

Trascorso il tempo di macerazione, si filtra il prodotto in due passaggi: il primo con un colino a maglie fitte per togliere i fiori, il secondo con una garza pulita o un filtro da caffè in carta per eliminare i residui finissimi che, restando nell’olio, favoriscono la contaminazione microbica e accelerano l’irrancidimento. La torchiatura dei fiori con le mani pulite recupera molto prodotto, ma trasferisce anche più impurità: meglio farla solo se l’oleolito verrà consumato in fretta.

L’oleolito finito si travasa in bottigliette di vetro scuro (ambra o blu cobalto), riempite fino all’orlo per ridurre il volume d’aria, e si conserva al fresco e al buio. In queste condizioni, un oleolito su base oliva dura dai sei ai dodici mesi; su base mandorle, tre-sei mesi; su base jojoba, anche oltre un anno. L’aggiunta dello 0,5-1% di vitamina E (tocoferolo, acquistabile in farmacia) prolunga ulteriormente la shelf-life.

Come riconoscere un oleolito andato a male

  • Odore acido, di vernice, di pittura: rancido.
  • Presenza di filamenti, velature o piccoli fiocchi galleggianti: contaminazione microbica.
  • Schiuma in superficie quando si agita: probabile residuo d’acqua e fermentazione.
  • Colore virato verso il marrone scuro opaco: ossidazione avanzata.

In tutti questi casi va buttato. Non è una questione estetica: applicare un olio rancido sulla pelle può causare dermatiti da contatto e peggiorare proprio i problemi che si voleva risolvere.

Come si usa l’oleolito di calendula

Le indicazioni d’uso tradizionali sono state, in parte, validate da studi clinici e preclinici. L’oleolito di calendula trova impiego, sempre come trattamento di supporto e mai in sostituzione del medico per problemi seri, in queste situazioni:

  • Pelli sensibili e secche: applicato a piccole dosi come olio da massaggio o aggiunto a creme neutre.
  • Screpolature da freddo a mani, gomiti, labbra e tallone.
  • Arrossamenti da pannolino nei bambini, una delle indicazioni storiche più solide nella tradizione fitoterapica europea.
  • Scottature solari lievi, da applicare a pelle fredda dopo la doccia.
  • Punture di insetti e piccole irritazioni cutanee da contatto con piante o tessuti.
  • Massaggio del perineo in gravidanza, pratica diffusa nelle ostetriche italiane per migliorare l’elasticità dei tessuti.

Va evitato sulle ferite aperte profonde, sulle ustioni di secondo e terzo grado e in caso di allergia accertata alle Asteraceae (la stessa famiglia di camomilla, arnica e ambrosia): chi è allergico ai pollini compositi può sviluppare dermatiti da contatto.

Trasformare l’oleolito in unguento solido alla cera d’api

Per avere un prodotto più pratico da spalmare e più stabile, l’oleolito può essere trasformato in unguento aggiungendo cera d’api. È una preparazione semplicissima.

  1. Pesare 100 ml di oleolito filtrato e 10-15 grammi di cera d’api in scaglie (un rapporto del 10-15% in peso della cera dà una consistenza morbida da “burro”; arrivando al 20% si ottiene un balsamo solido da stick).
  2. Sciogliere il tutto a bagnomaria a fuoco bassissimo, mescolando con un cucchiaino di legno o di acciaio. La temperatura non deve superare i 70 °C per non degradare i principi attivi della calendula.
  3. Quando la cera è completamente sciolta, togliere dal fuoco e versare immediatamente in vasetti di vetro o di alluminio. Si può aggiungere, in questa fase, qualche goccia di vitamina E.
  4. Lasciare raffreddare a temperatura ambiente senza muovere i vasetti, fino a quando l’unguento si è completamente solidificato. Chiudere ed etichettare.

L’unguento così ottenuto si conserva da otto a dodici mesi al riparo da fonti di calore. È il classico “burro lenitivo” che molte famiglie italiane preparano in autunno per affrontare l’inverno.

Una pianta facile da coltivare

Per chi vuole chiudere il cerchio e produrre la materia prima in proprio, la calendula è una delle piante medicinali più semplici da coltivare in Italia. Si semina in pieno campo da marzo a maggio (settembre nel Sud) in terreno ben drenato, anche povero, in pieno sole. Fiorisce dopo circa sessanta giorni e continua a regalare capolini per mesi se si raccolgono regolarmente i fiori prima che vadano a seme. Tollera bene la siccità leggera ed è una buona pianta da compagnia nell’orto perché attira impollinatori e respinge alcuni nematodi del terreno. Una mezza dozzina di piante in giardino o in cassetta sul balcone sono più che sufficienti per coprire il fabbisogno annuale di una famiglia.

Fonti

Tag:Oleolito di calendula